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15/02/19 ore

Poesì

POESÌ di Rino Mele. Rustedda

“Antropocene” è una parola ideata dal premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen. Antropocene indica la fase in cui il dominio dell’uomo sulla terra s’è fatto sentire nel modo più devastante e cupamente irreversibile. Lewis e Maslin (Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene, edizioni Einaudi) dice: “Con la conquista delle Americhe si affermarono il mercantilismo capitalista, il colonialismo, l’industria finanziaria che sosteneva le missioni navali. E la grande disponibilità di materie prime e merci che arrivarono dall’altra sponda dell’Atlantico creò le condizioni adatte per la Rivoluzione industriale”. Prima delle stesse forze apparentemente inarrestabili dell'economia è stata, col suo orrore, la Seconda Guerra Mondiale a rendere veloci e violenti i processi di globalizzazione. Nel commentare il libro, Giuliano Aluffi precisa: “È stata l’ulteriore spinta globalizzatrice post-Seconda Guerra Mondale a portarci al mondo assediato dai gas serra di oggi”. Ma tutto avviene come in un’astrale distanza, la distruzione e lo scempio, la violenza ripetuta e lo sgomento, il nubifragio per chi non ha casa. (il mio paese è tra le radici delle montagne nell'ellisse di un altopiano, il Vallo di Diano, tra Cilento e Lucania).

POESÌ di Rino Mele. Un giorno non sapremo più parlare

Ferdinand de Saussure sembra a volte un architetto, studioso d’anatomia (“Si appoggia contro la parete anteriore del palato, lasciando però un’apertura a destra e a sinistra”) ma, ad un tratto, prorompe nella verità che ci piace ascoltare: “È impossibile” dice, “che il suono, elemento materiale, appartenga alla lingua”, poi abbassando il tono, come a dire un’ovvietà, e quasi gli sembra di essere pedante: “Per questa non è che un elemento secondario, una materia che essa mette in opera”. Le parole producono il pensiero.Se non esistesse la parola "dio" potremmo mai credere in Dio? Se non esistesse la parola "credere", potremmo mai credere di credere?

POESÌ di Rino Mele. Far morire l’inatteso ospite

L'Espresso del 29 gennaio è dedicato all'isola di Samos alle "migliaia di bambini, donne e anziani rinchiusi dietro il filo spinato, prigionieri degli accordi tra UE e Turchia". 117 morti il 18 gennaio, potevano essere salvati ma il protervo gioco dei rimandi, come a sottrarsi, e passare all'altro la responsabilità, ha voluto la catastrofe, la Guardia Costiera, il coordinamento di Tripoli, la sordità della Libia, le Ong rese prudenti, l'Europa ingessata a guardare la corrida finita: il toro, il torero, i cavalli dei picadores stanchi, si muovono in pozze di sangue mai asciugate. In una memorabile pagina, Camus scrisse che se di notte, dall'alto delle nostre finestre, udiamo un lacerante grido e non ci affrettiamo a portare aiuto a chi implora, siamo responsabili di quel dolore come la violenza di chi l'ha causato, e continua a infierire.

POESÌ di Rino Mele. La madre e la morte

Il brano citato (“La morte si china sulla scacchiera e rimette a posto i pezzi. Il Cavaliere guarda oltre la morte, verso il viottolo. Mia sta giusto salendo sul carrozzone, Jof prende il cavallo per il morso e lo conduce verso il sentiero. La morte, presa com’è dalla ricostruzione del gioco, non s’accorge di nulla”) è tratto dal testo di Ingmar Bergman, per Il settimo sigillo, Edizioni Iperborea, 1999, un film di altissimo valore (1957). Sullo sfondo, le parole irrinunciabili dell’Apocalisse: “E quando aprì il settimo sigillo, in cielo fu silenzio. Ma solo per poco. E vidi i sette angeli che stanno dinanzi a Dio, e a loro furono date sette trombe. E venne un altro angelo, e si avvicinò all’altare, si fermò” (qui, nella mia traduzione dell’Apocalissedi Giovanni, Edizioni 10/17, 2002).

POESÌ di Rino Mele. La parola che risale il futuro

Heidegger in Perché i poeti? (Sentieri interrotti, 1950) scrive che la loro parola "è un dire che è altro dal dire abituale degli uomini". Il testo di Heidegger (nella traduzione di Pietro Chiodi) termina: "Qual è il compito del poeta nel destino della notte del mondo? Questo destino deciderà di ciò che in questa poesia è storico, nel senso di conforme al destino". La poesia, i misurati corridoi, il labirinto di quella bellezza.

POESÌ di Rino Mele. Lady Sham

In Libia i migranti diventano, “definitivamente merce", ha affermato l'OIM di Ginevra, Organizzazione Internazionale Migrazioni. Nel 2017 settemila erano ospitati nei capannoni dei Centri di Detenzione libici Libia, nel 2018 sono raddoppiati.

POESÌ di Rino Mele. Il passato remoto in cui naufraga Leopardi

Oggi, 18 gennaio, “Venerdì di Repubblica” dedica la copertina all'autografo de L'infinitodi Leopardi. Nelle prime pagine, scritti di Franco Cordelli, Franco Marcoaldi, Alfonso Berardinelli, Eraldo Affinati. Mi piace ricordare, del 2001 (edizioni dell'Arancio), un davvero prezioso libro sull'Infinito, dal titolo interno al testo analizzato, Interminati spazi sovrumani silenzi a cura di Vincenzo Guarracino. Centocinquanta critici ne sono il coro luminoso. Tra i nomi antologizzati, come non ricordare Giorgio Agamben (Memoria e ripetizione), Salvatore Battaglia (Ambiguità e disponibilità dell'espressione poetica), Jurij Michailovic Lotman (Lo spazio come oggetto di rappresentazione) e Pavese, con Figure d'Infinito, appena un frammento. Questo 2019 segna duecento anni da quando, a ventun anni, Leopardi scrisse L’infinito.

POESÌ di Rino Mele. La scomparsa di passeri e usignoli

L’ultimo numero di “Internazionale”, ancora in edicola, riporta da “The New York Times” un lungo articolo di Brooke Jarvis, dal titolo, Un mondo senza insetti. Eccone un breve passaggio: “L’estinzione è una tragedia profonda, che tutti possono comprendere. Non c’è modo di tornare indietro. La colpa di aver fatto scomparire una specie unica al mondo è eterna”.

POESÌ di Rino Mele. Suicidio per attraversare un troppo stretto confine

Fernando Aiuti è stato un immunologo dallo straordinario impegno nella lotta all’Aids. Mercoledì 9 gennaio, due giorni fa, alle 11, è caduto (o si è lasciato cadere) dal quarto piano nel vuoto interno alle rampe delle scale del Policlinico Gemelli. Mi ricorda l’angosciosa fine di Primo Levi, gettatosi dall’alto delle scale della sua casa. Ne scrissi tredici anni dopo, nel mio Il sonno e le vigilie (edizioni Sottotraccia, 2000). 14 versi, quanto quelli di un sonetto. Il testo è intitolato Morirsi, terminacosì: “L’11 aprile Levi seppelliva (correndogli / incontro) l’orrore, chiudeva tra le dita altre dita”.

POESÌ di Rino Mele. Sea Watch

32 a bordo della Sea Watch, e 17 sulla Sea Eye, da diciotto giorni al largo di Malta, su un mare che non dà tregua. E l’inumana protervia della politica, la nostra, e quella europea, incapaci d’interpretare la tragedia, di trasformarla in un forte disegno chiaro.

POESÌ di Rino Mele. Geometria del piacere

Il delirante aspetto del tempo, sempre già vissuto, lo sguardo rivolto indietro, prigionieri di un presente irraggiungibile, impedito dalla coscienza. Come quando assistiamo alla proiezione di un film, e sappiamo di vedere quello che la macchina da presa ha già visto prima di noi, e stabilito per il nostro sguardo.