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25/02/24 ore

POESÌ di Rino Mele. Immagini del sonno



L'immagine del sogno iniziale ("Sogno una stanza chiusa / c'è una scala alta, la salgo e la stessa stanza / di nuovo appare"), l'ho presa dal "Candelaio" di Giordano Bruno, 1582. Nella scena undecima dell'Atto IV, il racconto che fa Manfurio ha l'irrequietezza disorientante dei fantasmi notturni: "Per certe scale asceso in alto, toccai del primo cubiculo porta: dove mi fu risposto che andasse oltre, perché ivi non era, né vi era stato, altro che que' domestici presenti. Aliquantolum progressus, batto l'uscio di un altro abitaculo, il qual era nella medesima stanza".

  

 

 

 

                        

RINO MELE

  

 

Immagini del sonno

 

 

Sogno una stanza chiusa,

c'è una scala alta, la salgo e la stessa 

stanza 

di nuovo appare: mi dirupo in quel 

precipizio,

cerco salvezza 

nelle porte che non ci sono, 

inattraversabili pareti 

della paura. 

Chi dorme non sa 

se ritroverà 

il sentiero per tornare, liberarsi 

dagli interrati pensieri,

il freddo 

profondo che vorrebbe dimenticare.

Quel luogo ostile 

e familiare 

è un irrefrenabile scivoloso

precipizio, 

nella pioggia nera che si ripete.

Nei nostri sogni, 

c'è sempre un morto,

un quasi morto,

ha il nostro volto, ma non il nome:

nel sonno vuoto, quando 

siamo lontani 

dalle figure della notte, parliamo 

con lui una lingua 

straniera che non abbiamo imparato: 

il buio freddo

è quella lingua senza suono. Dormendo, 

siamo ospiti 

e prigionieri di un mostro, 

mentre le ombre s'allontanano, 

sanno che le abbiamo 

ingannate,

una di esse guarda altrove 

per sempre, entra nel bosco dagli alberi 

bianchi, 

la seguiamo con gli occhi chiusi del sonno.

Nell'atroce

dolore, le mute parole del pianto. 

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

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