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20/09/19 ore

Poesì

POESÌ di Rino Mele. Oltre la siepe il mondo non c’era più

Duecento anni fa, nel 1819, a Recanati, a soli ventun anni Giacomo Leopardi scrisse gli straordinari quindici versi (uno in più di un sonetto) de L’infinito.

Nel mio testo i primi venti versi (già col titolo Oltre la siepe il mondo non c’era più) li avevo pubblicati nei miei I dolorosi discorsi, edizioni Sottotraccia 2003. Gli ultimi venti versi (che iniziano con “Seduto sul fondo delle acque nel passato remoto del mare”) li ho scritti oggi, in queste ore. Alla fine di essi, una citazione molto bella dallo Zibaldonee che sembra alludere all’ansia di Leopardi di percepire sensazioni che s’aprano sull’infinito, e porta la data del 3 ottobre del 1821: “Come un filare d’alberi dove la vista si perda, così per la stessa ragione è piacevole una fuga di camere, o di case, cioè una strada lunghissima e drittissima, e composta anche di case uguali, perché allora il piacere è prodotto dall’ampiezza della sensazione; laddove se le case sono di diversa forma, altezza ec. il piacere della varietà sminuzzando la sensazione, e trattenendola sui particolari, ne distrugge la vastità”. (...segue>)

POESÌ di Rino Mele. Il voto e il vuoto

Quando siamo chiamati a votare ci troviamo spesso in una condizione ambigua, sentiamo - lieve o profondo - un certo entusiasmo per l’aria di festa popolare che accompagna quel rito necessario e, sempre, un doloroso disagio, come se quel votare non corrispondesse a una reale partecipazione per trasformare, insieme, la vita. Quasi fosse, insieme, festa e inganno. (… segue>)

POESÌ di Rino Mele. Sentire sparare in ospedale

Nella notte di venerdì 17 maggio, alle 2.20, nell’ospedale "Vecchio Pellegrini" di Napoli, era stato appena portato al Pronto Soccorso un giovane ferito alle gambe, che l'anno scorso aveva partecipato all'aggressione  di un quindicenne e per la quale era stato, a suo tempo, arrestato. Si chiama Vincenzo Rossi che una ragazza e un ragazzo (leggermente feriti) hanno trasportato con una Fiat, da via Toledo, poi subito allontanatisi. A questo punto la scena si rovescia, diventa orrore, trasforma l'ospedale nel delirio che gli si oppone. Mentre Rossi sta ricevendo le prime cure, entra in scena l'incubo, tra i malati appare un personaggio, coperto da un casco integrale "scavalca la sbarra di protezione, entra, percorre qualche metro e spara più volte con una pistola calibro 9" (dal "Corriere della Sera" di oggi, sabato 18).
In uno dei ventisei dialoghi sul mito -
Dialoghi di Leucò, 1947 - di Cesare Pavese, un'amadriade e un satiro parlano sullo sfondo di un diluvio che tutto ha sommerso, il satiro parlando dei mortali, chiusi nelle pareti d'acqua, dice: "Nessun mortale sa capire che muore, e capire la morte". (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. L’alba del 9 maggio 1978

Nei versi che scrivo per questa rubrica il momento della scrittura coincide con il tempo della pubblicazione (e, quindi, della lettura). Rarissime le eccezioni, oggi è la seconda volta che pubblico su Agenzia radicale, miei versi già editi. Sono quelli con cui termina Il corpo di Moro, del 2001, edizioni 10/17 (primo premio DeltaPoesia 2002), riedito quest'anno dalle edizioni Oédipus, e arricchito, reso trasparente dall'analisi critica di Niva Lorenzini. (… segue>)

POESÌ di Rino Mele. Primavera che non torna

Nel mito, Persefone (Proserpina per i Romani) è rapita dallo zio Ade (Dite) e portata a forza nel suo regno sotterraneo - l'Ade appunto - di cui diventa regina.  Ovidio, nel V libro delle Metamorfosiracconta la sbigottita angoscia della fanciulla rapita mentre, a gara con le compagne, raccoglieva fiori, ”conlecti flores tunicis cecidere remssis”. Il tonante Zeus (Giove), sollecitato dal dolore straziante della madre Demetra (Cerere), è costretto a rivendicare la propria figlia, e a costringere suo fratello Ade a restituirla almeno per pochi mesi, ogni anno. Quando Persefone ritornerà nel tripudio della terra materna, è la primavera a tornare.( … segue>)

POESÌ di Rino Mele. L'Exsultet cantato dai morti nel Sri Lanka

Sono 350 i cristiani uccisi nel Sri Lanka, il 21 aprile, la mattina del giorno di Pasqua.Riusciamo appena a parlarne,l’orrore si riflette e moltiplica in altri lividi richiami della storia. È un barocco teatro catoptrico la nostra quotidiana esperienza del tempo. Riusciamo solo a esibire l’dentificazione con il giusto sdegno delle vittime, ma abbiamo dentro di noi, ben dissimulati, angoli bui, inattraversabili, una violenza feroce, vile, che dilazioniamo, trasformiamo, mascheriamo e rendiamo accettabile al vicino. ( … segue>)

POESÌ di Rino Mele. Piove dentro Notre-Dame

Non era ancora sera, lunedì 15 aprile 2019, quando è iniziata a bruciare la cattedrale più famosa d’Occidente. Un incendio durato molte ore e cui ha assistito il mondo intero. Abbiamo visto morire la nostra storia. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Tripoli, bel suol d'amore

“Tripoli, bel suol d’amore” è una canzone patriottica del 1911, l’anno in cui (il 5 ottobre) le truppe italiane sbarcano a Tripoli: “Sai dove sorride più magico il sol? Sul mar che ci lega con l’Africa d’or”. È la retorica bugiarda che farà da sfondo a tutta la nostra tardiva pratica colonialista, iniziata nel 1882, fino al grottesco delirio dell’impero. Ora, insieme alle altre nazioni europee colpevoli di uguali scempi, ne paghiamo un’amara pena. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Aceto e vino d’aprile

 

Mentre inizia la guerra in Libia, e noi stupiti guardiamo questo nuovo filo che l’ago spinge a tessere la fine, viviamo questo Aprile di falsa primavera secondo le sue figure simboliche. Quelle della croce e della resurrezione. La gara di corsa tra Giovanni e Pietro, tra stupore e dolore,verso il sepolcro e chi prima giunge non entra e lascia all’altro di varcarne la soglia, è raccontata da Giovanni (20, 4-8): “Currebant autem duo simul”. La frase di Macbeth disperato (atto V scena V) è “There is nor flying hence nor tarryng here” che viene tradotto da Guido Bulla, 2008, in contrasto con l’ansia dell’epilogo, in maniera leggera, quasi a sfiorare l’aria di una commedia, “C’è poco da indugiare o scappar via”. Nei miei versi ho adottato la traduzione di Gassman, dell’83. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Tra voce e parola il dirupo del volo

Tra la phoné, la voce originaria, e la lingua è l’incrocio dei sentieri che il destino appresta a ognuno di noi. In questi versi parlo d’inganno e di mistero, con un riferimento a Il suicidio e l’animadi James Hillman, 1964: “La parola mistero viene dal greco myein, che è usata sia per la chiusura dei petali di un fiore sia per quella delle palpebre. È un naturale movimento di occultamento, che mostra la pietà della vergogna di fronte al mistero della vita, metà della quale ha luogo nell’oscurità”. In Psicologia e poesia, 1930, Garl G. Jung scrive: "Il cosmo in cui l'uomo crede di giorno, lo deve proteggere dai timori notturni del caos". Ed è lì, in quella dimensione notturna, s'annida l'origine carsica della lingua. Nella suaPolitica,Aristotele dice: “La voce è segno del dolore e del piacere e, per questo, appartiene anche agli altri viventi (…) ma il linguaggio è per manifestare il conveniente e lo sconveniente, così come anche il giusto e l’ingiusto; questo è proprio degli uomini”.

I quaranta versi del mio testo, Tra voce e parola il dirupo del volo, terminano con un tentativo appena accennato di analisi di Las meninas di Velazquez, 1656. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Il gatto e il diluvio

La violenza quotidiana, la povertà e l’arroganza ci feriscono e la crisi sembra senza soluzioni: la comunicazione continuamente interrotta, deviata, l’umiliazione che ne deriva, il monologo ossessivo che sopravanza ogni attesa. È il tema di questi versi appena scritti. (... segue>)