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27/06/19 ore

Poesì

POESÌ di Rino Mele. Il gatto e il diluvio

La violenza quotidiana, la povertà e l’arroganza ci feriscono e la crisi sembra senza soluzioni: la comunicazione continuamente interrotta, deviata, l’umiliazione che ne deriva, il monologo ossessivo che sopravanza ogni attesa. È il tema di questi versi appena scritti. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Il suicidio pensato di Leopardi e L'Infinito

Ieri, nella giornata del 21 marzo dedicata all'ingresso freddo della Primavera avvelenata, e alla Poesia, innumerevoli i riferimenti a Leopardi (e a L'Infinito, scritto nel 1819, a ventun anni). (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Prigioniero di guerra

Ricordo il giorno in cui, sublime eretica e teologa, Paola Inghilleri (Lettera al teologo, edizioni Ripostes, 2001)con incandescente ardore disse che non esiste il cattivo ma il “captivus”, il prigioniero. Infine, l’episodio di cui parlo negli ultimi versi - come un nodo che rifiuta di sciogliersi - è accaduto lunedì 18 marzo a Utrecht. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Nella 130 blu di Moro e nell’Alfetta che la segue, il sangue, la morte che soffoca

Quarantun anni fa, il 16 marzo 1978 in via Fani, a Roma, Aldo Moro è catturato dalle Brigate Rosse, nell’orrendo eccidio della scorta. Stasera, a Polla, nel Vallo di Diano, Antonio Di Nola (Logica Matematica), Emilio Giordano (Metodologia e Storia della Critica Letteraria) e Andrea Manzi (direttore del quotidiano online “Salerno Sera”) analizzano il mio libro Il corpo di Moroedito nel 2001 e ora riproposto in una seconda edizione con Oèdipus. Giovan Battista Piranesi, cui alludo in questi miei ultimissimi versi, ha inciso le sue sedici splendide tavole delle “Carceri d’invenzione” tra il 1745 e il 1750. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Le persone, le cose e il vuoto che le divora

Nel ritratto di Alessando de’ Medici, di Pontormo, 1550, il giovane duca è raffigurato mentre su un piccolo foglio, “con uno stile in mano”, disegna la testa di una donna. Ritratto che “donò poi esso duca Alessandro a Taddea Malespina, sorella della Marchesa di Massa” (dice il Vasari). Probabilmente, Pontormo ha inciso nei segni del piccolo foglio il profilo di Taddea, mettendo in scena il desiderio di Alessandro. (... segue >)

POESÌ di Rino Mele. Un giorno non sapremo più parlare

Ferdinand de Saussure sembra a volte un architetto, studioso d’anatomia (“Si appoggia contro la parete anteriore del palato, lasciando però un’apertura a destra e a sinistra”) ma, ad un tratto, prorompe nella verità che ci piace ascoltare: “È impossibile” dice, “che il suono, elemento materiale, appartenga alla lingua”, poi abbassando il tono, come a dire un’ovvietà, e quasi gli sembra di essere pedante: “Per questa non è che un elemento secondario, una materia che essa mette in opera”. Le parole producono il pensiero.Se non esistesse la parola "dio" potremmo mai credere in Dio? Se non esistesse la parola "credere", potremmo mai credere di credere?

POESÍ di Rino Mele. L'illusoria finzione del presente

Lo sfuggirci del tempo presente è un dramma ineludibile, cui sono sottratti gli alberi, le piante, la felicità inorganica delle pietre, gli animali selvatici: di quelli domestici non so, oppressi dall’infelicità e dal contagio che rende il loro sguardo così simile al nostro. Nel numero del 3 febbraio 2019 de “La lettura” Claudio Magris (inFuturo) scrive: “In una lingua dell’Amazzonia ricordata da Canetti in Massa e potere, l’andare verso il futuro è espresso con lo stesso verbo che indica il procedere all’indietro; si va al buio verso l’ignoto, mentre l’orizzonte è il paesaggio da cui ci si allontana e che dunque si perde, si allarga, diventa più vasto e lontano”.

Infine, il mito d’Issione, citato alla fine dei miei versi. Per aver tentato di violare Era, la sposa di Zeus (ma era sola una nuvola somigliante che lui era riuscito a sedurre) fu condannato a girare perennemente legato con dei serpenti a una ruota. Nel quarto libro delle Metamorfosicosì Ovidio (la traduzione è di Ludovica Koch) scrive di quell’interminabile pena: “Rotea Issione inseguendo e fuggendo se stesso”.

POESÌ di Rino Mele. Sulamita e il desiderio (dal Cantico dei Cantici)

Tutti i miei interventi, 40 versi scritti due volte alla settimana, da venerdì 16 novembre 2018, sono stati scritti sempre poche ore prima che fossero pubblicati. Oggi esco fuori da questo schema, proponendovi l'inizio della mia traduzione del Cantico dei Cantici, l'apoteosi festosa e senza respiro di Sulamita e il suo amato attribuita con incertezza a Re Salomone, quasi 1000 anni prima di Cristo (Giovanni Garbini ritiene che da una prospettiva linguistica “vi siano elementi sufficienti per datare ilCanticointorno al 100.C”) e che ho pubblicato, con a fronte il testo di San Gerolamo, sulla "Rivista di Epistemologia Didattica", diretta da Salvatore Cicenia, nel numero 7-8 di novembre 2011. L'eros e la bellezza sono strade ancora riconoscibili, se non percorribili, per salvarci? Nella devastazione dell'inarrestabile precipitare, l’uccidere uccisi cui ottusamente ci costringiamo - costretti - ad ogni ora, siamo ancora capaci di avvertirne il suono?... (segue >)

POESÌ di Rino Mele. Il padre e la guerra

Abbiamo tutti l'immagine di Trump e di Kim Jong Un, al deludente vertice di Hanoi appena concluso, con sullo sfondo - linea di confine - la nebbiosa minaccia della guerra nucleare che, insieme a quella del clima, rappresenta la più feroce vergogna che la nostra specie ha creato per sé con infinita impudenza. In questi versi, come un’ombra chiara, la testimonianza di uno dei maggiori psicoanalisti, Franco Fornari, che con la sua opera(ricordo appena Psicanalisi della guerra, Feltrinelli 1966,Psicanalisi della guerra atomica, Edizioni di Comunità, 1964,Psicanalisi della situazione atomica, Rizzoli, 1970) più di tutti ha scavato nell'urlo omicida della guerra. L’incubo terrorizzante della guerra atomica esaspera i conflitti locali. Da quando, precipitando nel linguaggio, la specie umana s’è separata da se stessa è mossa dal senso di colpa che continua a spingere all’autodistruzione, e abbiamo già distrutto ciò che non abbiamo cessato di amare: “Ognuno porta dentro di sé uccisioni silenziose e nascoste” scrive Fornari in Psicanalisi della guerra. Al verso 13 dico che il padre “è il primo straniero”, ed è una citazione da Géza Roheim (“Il padre è il primo straniero nella vita del bambino e lo straniero è sempre il padre”). Infine il verso 9, la battaglia di Campaldino, dell’11 giugno 1289, in cui Dante si trovò tra i combattenti a cavallo, della prima schiera. (..... segue >)

POESÌ di Rino Mele. Rustedda

“Antropocene” è una parola ideata dal premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen. Antropocene indica la fase in cui il dominio dell’uomo sulla terra s’è fatto sentire nel modo più devastante e cupamente irreversibile. Lewis e Maslin (Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene, edizioni Einaudi) dice: “Con la conquista delle Americhe si affermarono il mercantilismo capitalista, il colonialismo, l’industria finanziaria che sosteneva le missioni navali. E la grande disponibilità di materie prime e merci che arrivarono dall’altra sponda dell’Atlantico creò le condizioni adatte per la Rivoluzione industriale”. Prima delle stesse forze apparentemente inarrestabili dell'economia è stata, col suo orrore, la Seconda Guerra Mondiale a rendere veloci e violenti i processi di globalizzazione. Nel commentare il libro, Giuliano Aluffi precisa: “È stata l’ulteriore spinta globalizzatrice post-Seconda Guerra Mondale a portarci al mondo assediato dai gas serra di oggi”. Ma tutto avviene come in un’astrale distanza, la distruzione e lo scempio, la violenza ripetuta e lo sgomento, il nubifragio per chi non ha casa. (il mio paese è tra le radici delle montagne nell'ellisse di un altopiano, il Vallo di Diano, tra Cilento e Lucania).

POESÌ di Rino Mele. La nave nel deserto

Apollonio Rodio (III secolo avanti Cristo) e Valerio Flacco (primo sec. d.C.) dedicarono straordinari versi all'impresa degli Argonauti. Il poema di Valerio Flacco, forse incompiuto, inizia: "Canto i mari che furono strada a grandi eroi e la profetica nave". Fatidicam ratem: l'unica nave che sia stata capace di parlare. Il vello d'oro di un ariete, da conquistare. L'inconsumabile epopea di un viaggio senza fine.