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23/06/24 ore

POESÌ di Rino Mele, Sigillati nel Mar Ionio



Il disastro del Peloponneso è stata un'azione di guerra dell'umanità contro se stessa, un'inenarrabile violenza: un barcone, un peschereccio (una sorta di relitto), con almeno settecento migranti stravolti dalla paura e dalla speranza, è partito dalla Cirenaica, dalla costa di Tobruk, sabato 10 giugno ed è affondato nel mar Ionio, intorno alle 2, della notte del 14 giugno. Nella stiva erano stati accatastati cento bambini e molte donne, tra cui le madri. 

 

I bambini erano stati assurdamente legati per impedire che, coi loro movimenti, potessero rendere ancora più precario l'equilibrio della barca. Almeno seicento i morti. Nessun bambino s'è salvato.

 

 

 

 

 

RINO MELE

 

  

 Sigillati nel Mar Ionio

 

Chiusi nella stiva, non avevano 

più voce

i bambini storditi dal pianto. 

Da quattro giorni in quel buio sporco, 

cuciti gli uni 

agli altri, bagnati delle loro lacrime, 

non distinguevano

se stessi dalla pelle di chi stava

accanto, 

erano tutti così vicini, legati con 

dolorose corde perché non 

scuotessero 

della barca l’incerto ansimare.

Con loro, le madri 

disperate, 

dissetate dalla propria 

urina, ubriache 

d’acqua di mare, nella paura di bere 

anche nel sonno quel sale.

Formavano, i bambini, un lenzuolo 

che, aprendosi,

chiedeva aiuto: nel fetore dei motori, 

l'nsopportabile stridore, 

le urla

che nessuno udiva più.

Dal 10 giugno 2023, restarono 

prigionieri 

nella stiva di quella fragile barca, 

ma al largo del Peloponneso,

tutto finì: 

nero nella notte, il peschereccio 

restò fermo sulle 

acque calme, 

poi la chiglia si ritrovò in alto 

e il ponte

in basso, i corpi incollati al respiro: 

fu un interminabile 

urlo, il mare 

si richiuse in fretta - anche il cielo

s'era inabissato -

c’era da scendere lo sprofondo, le 

infinite scale d’acqua, i colori 

della notte,

il bianco del sangue. 

Quando l’imbarcazione

si capovolse,

il mare 

entrò nel respiro di quei bambini 

e la morte slegò 

nel sonno 

le loro corde, i lacci, i nodi: e le 

piccole mani 

fredde

cercarono le braccia delle madri.

Sempre la vita termina col 

naufragio, 

fingiamo di non saperlo, la stiva 

piena dei corpi che 

non abbiamo salvato per il nostro 

poco amore, la distrazione 

che ci tira su una 

riva a guardare aprirsi il mare.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

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