Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

04/12/22 ore

POESÌ di Rino Mele. L'acrobata prima di cadere



L'incubo ci preme nel sonno, non riusciamo a staccarcene, ci angustia e vorremmo svegliarci: ma la scena si ripete, la vittima continua a essere raggiunta dall'aggressore e noi siamo colpevoli spettatori.

 

 

                            

 

RINO MELE

 

 

L'acrobata prima di cadere

 

 

Prima di cadere dalla corda, l'acrobata

sente il vento venirgli incontro,

gli parla piano, lo asseconda, si lascia spingere lontano 

da se stesso, 

poi nuovamente avanza, alza

il piede sinistro, fa bilancia delle braccia che reggono

una lunga canna con cui misura

l'aria che fredda 

avvampa: 

s'immagina capovolto, fermo nella caduta verso 

l'alto, l'azzurro 

che guarda

appena. Precipitando, sa che niente più potrà accadere.

Abbiamo delegato a uomini lontani 

il delirio e il rischio, l'urlo del vento improvviso

che fa indietreggiare,

e sembra che stiamo sognando un brutto film: non vale 

i soldi del biglietto, le sedie 

scomode, 

la pellicola che si spezza improvvisa: 

schiacciati dall'ansia 

della vittima e dalla certezza del carnefice

non possiamo più fingerci innocenti, siamo noi i personaggi 

del film, con le mani sporche 

di sangue e il puzzo di urina. Quel film ci mostra seduti 

in quello sporco cinema 

di periferia, spettatori di noi stessi che 

vediamo sullo schermo. 

Non c'è più la notte riparatrice 

che traveste il dolore, e gli toglie la memoria: come quando 

nella piazza rotonda 

guardavamo l'acrobata correre oltre 

il suo salto, nel cielo 

che incombeva e sembrava il pavimento su cui moriva. 

Siamo diventati spettatori malati 

che aggrediscono 

la vittima 

se non li fa divertire

divorati dall'ombra. Ci troviamo davanti a nostra madre 

morta,

una troppo vera rappresentazione,

lo spettacolo cancellato, e somiglia allo sperimentare

all'alba 

il passo mancato dell'acrobata 

che abbiamo appena incontrato, il suo 

rimanere sospeso - cadendo - nel suo stupore. 

 

 

__________________________________   

 

 

 

Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

  

Leggi l'intera sequenza di POESÌ