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26/04/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Un giorno non sapremo più parlare



Ferdinand de Saussure sembra a volte un architetto, studioso d’anatomia (“Si appoggia contro la parete anteriore del palato, lasciando però un’apertura a destra e a sinistra”) ma, ad un tratto, prorompe nella verità che ci piace ascoltare: “È impossibile” dice, “che il suono, elemento materiale, appartenga alla lingua”, poi abbassando il tono, come a dire un’ovvietà, e quasi gli sembra di essere pedante: “Per questa non è che un elemento secondario, una materia che essa mette in opera”. Le parole producono il pensiero.Se non esistesse la parola "dio" potremmo mai credere in Dio? Se non esistesse la parola "credere", potremmo mai credere di credere?

 

 

 

 

POESÌ di Rino Mele

 

 

Un giorno non sapremo più parlare

 

Non nella fisicità del suono è la lingua, ma nella visione che

lo determina (la sua “immagine

acustica”, scrive Saussure). Dall'abisso

la parola è generata

e vi ritorna

incessantemente, immateriale

come il delirio.

Costruimmo l’immagine vendicatrice di Dio con la nostra invidia,

alzammo al cielo la casa

della città di Babele (“Ba” è il padre, “Bel” è Dio),

la torre che in alto

s'attorce, ognuno parla una lingua

diversa, non sappiamo ricordare il nostro volto che ci sta di fronte - e

aspettiamo di straziare. Il lago ghiacciato

della parola

è una lastra sottile,

l'abisso

che non abbiamo conosciuto

e, nei millenni, ricoperto per farne un’infinita piazza dove inseguire

colui che espiasse le nostre colpe

e ucciderlo (il sacro

irriconoscibile

nella ripetizione dei rituali, le anafore, la voce che scompare).

Scivoliamo su quella lastra sottile 

che ricopre l'abisso: sorpresi

di non riuscire a dire

se non quello che l'altro s’aspetta, marionette del freddo teatro

che ricopre la

bocca immane di un vulcano.

La parola che non conosciamo rimane sepolta, priva di resurrezione,

originaria

e irraggiungibile,

non contiene il tempo oltre la morte ma quello prima della vita

dove tutto è accaduto,

quel prima cui crediamo d'essere sfuggiti nascendo. Siamo diventati

un segreto,

divisi da qualcosa senza nome,

in un continuo allontanarci e tornare. Il rebus è nascosto dalle nostre

dita perpendicolari tra loro

a formare finestre murate, la grata d’un carcere.

 


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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

  

 

 

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