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17/09/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Sea Watch



32 a bordo della Sea Watch, e 17 sulla Sea Eye, da diciotto giorni al largo di Malta, su un mare che non dà tregua. E l’inumana protervia della politica, la nostra, e quella europea, incapaci d’interpretare la tragedia, di trasformarla in un forte disegno chiaro.

 

 

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POESÌ di Rino Mele

 

Sea Watch

Sul mare, i nuovi schiavi

di questo tempo che non conosce futuro

hanno la sensazione che la nave si muova all'indietro, testarda nel

precipitare.

Di fronte a Malta, è ferma, qualcuno di loro

ha capito e si rifiuta di mangiare, s'è murato la bocca (parlare serve

a chi comanda). Hanno attraversato

deserti

e boscaglie questi gentili migranti nell'illusiva

allucinazione d’incontrarci,

raggiungere un luogo nuovo dove non ci siano coltelli da conficcare,

occhi da ferire, mani tagliate

che non riesci a contare. La nave aspetta: tra furiose

contraddizioni cristianamente 

respingono la richiesta d’attraccare, entrare in un porto e alleviare

quei rannicchiati corpi dall’instabile 

devastazione

cui, da troppi giorni, li stringe l’onda, e sottrae.

I grandi Stati - intorno - non hanno sguardi per vedere il pianto.

Sistemi chiusi che non prevedono l’attesa, la porta

che s’apra al contrario, lo scrivere piano

nella cenere notturna,

il delirio che solo all’alba scompare.

Non sappiamo dei migranti i musicali nomi, hanno fatto un viaggio

tra altri corpi progressivamente 

morti, per trovarsi nelle prigioni libiche, violati

tra le rise oscene dei guardiani. 

Questa stupefazione ferma in mezzo al Mediterraneo è una fine

che non sa terminare, 

luogo della pena - ma anche d’osservazione. Così, sul grande mare

della nostra storia, in una stanza rettangolare,

senza spazio per l’ombra, sono l’uno accanto all’altro, e noi intorno,

contenti di noi stessi, a spiare.

Troppo facilmente gli uomini occupano i luoghi che una

natura mal consigliata

suggerisce, predare o lasciarsi straziare, sentirsi dalla gola

il respiro fuggire (nel medioevo morire

era anche transitivo, poteva significare uccidere). Intanto

sorridono tra loro

i piccoli re della Terra, si passano gli ordini finali dell'esecuzione.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 


 

 

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