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22/03/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Le persone, le cose e il vuoto che le divora



Nel ritratto di Alessando de’ Medici, di Pontormo, 1550, il giovane duca è raffigurato mentre su un piccolo foglio, “con uno stile in mano”, disegna la testa di una donna. Ritratto che “donò poi esso duca Alessandro a Taddea Malespina, sorella della Marchesa di Massa” (dice il Vasari). Probabilmente, Pontormo ha inciso nei segni del piccolo foglio il profilo di Taddea, mettendo in scena il desiderio di Alessandro.

 

 

 

 

                  POESÌ di Rino Mele

 

 

Le persone, le cose e il vuoto che le divora

 

Un uomo esce col suo cane. Camminano insieme

lungo la strada che scompare. Cosa sente

la cavalla grigia e bianca di Pascoli quando l'uomo che ne guida il trotto

è appena morto?

Il nostro urlare non appartiene al linguaggio, rifiuta la parola, la sintassi

che ripete l'ombra quando rispecchia

il silenzio e le si oppone. Il leone cigola nel pozzo, il secchio sbatte

lungo le pareti, i bambini

impauriti di cadere sentono ripetutamente ruggire. Ha l'animale

esperienza della morte? Un solco 

s'apre, e s'è già richiuso, la cagna avverte che

quella caduta non le appartiene, si chiede

cosa sia diventato il cucciolo morto, lo tocca col muso, lo solleva tra i

denti, sulla riva sta ad aspettare che torni a guaire.

L'inconscio continuamente grida

la mancanza,

segna la strada che scende ripida e spinge nel burrone: il linguaggio

elude quel vuoto su cui la parola si posa, nasconde

ciò che manca: la parola ladra finge quello che non ha e mette maschere

al delirio

che ha conosciuto l’infanzia, nell'altalena della presenza degli oggetti

e del loro sparire.

In questo gioco dell'onda, il frangersi e ritirarsi nel nulla della sabbia, il

bambino si modella lenta-

mente come i cerchi interni di una conchiglia. L’attesa si rinnova

delusa, il desiderio, impariamo a ricominciare

a cucire il dolore nell'infinito sottrarsi - alle

nostre mani bambine, al nostro sguardo, all'ascolto - della beante

presenza di un volto.

Nel circo rotondo dell'infanzia ci siamo educati

a ritrovare vuote le mani e, orrendamente, a invidiare dove quella

pienezza appare. Poi, verranno le parole, gli accorti segnali, i fischi nella

notte, lo stridio del legno, il topo impaurito

che si rifugia tra le zampe del gatto, l'insistere delle mosche sui nostri

occhi che piangono, e non conosciamo.

Il terrore e la pietà delle antiche tragedie sono chiusi

nelle dita della scena senza tempo dell'infanzia

sulla quale si ripete lo strazio, la mancanza,

la madre e sempre lontana

 esce dalla porta che nel muro s'apre e la divora.

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

  

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