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25/05/19 ore

No al falso cambiamento: in Italia è mancata e manca ancora l’alternativa liberale



di Giulio Savelli

 

Giulio Savelli è stato negli anni ’70 l’editore della “nuova sinistra”, per poi avvicinarsi alle posizioni liberali. Del resto, già allora il suo catalogo editoriale aveva caratteri rivoluzionanti che lo accostavano alla politica dei radicali, nel momento in cui rappresentò un punto di riferimento per chi metteva al centro l’individuo con tutti i piani che lo riguardano: dall’affettività ai bisogni nuovi e trasgressivi che andavano sorgendo. Pubblichiamo un suo contributo sui temi affrontati nel libro-intervista di Giuseppe Rippa, l’altro Radicale, che denuncia quali sono stati gli effetti del consociativismo e della mancanza di un’alternativa liberale nel nostro Paese, con ripercussioni che ormai interessano l’intera società occidentale.

 

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Leggendo il libro-intervista di Giuseppe Rippa, l’altro Radicale (Guida Editori), mi sono trovato a riflettere su due questioni a mio avviso sostanziali. La prima riguarda il rapporto che l’autore – ma non solo lui, bensì i radicali tutti – ha avuto con Marco Pannella. Verso il leader storico del Partito radicale, non vi è chi non ne riconosca i grandi meriti strategici, come viene anche spiegato nel libro.

 

Del resto, Pannella proprio per conservare il suo ruolo predominante, invece che navigare nel grande partito che poteva nascere dal movimento dei diritti civili dopo i successi sul divorzio e sulla depenalizzazione dell’aborto, ha preferito diventare il punto di riferimento di piccoli gruppi “a tema” su varie questioni. Una scelta che, di per sé, poteva anche essere giusta, dal momento che ognuna di quelle questioni era meritevole di attenzione politica. Tuttavia, diversamente dal divorzio e dall’aborto, avevano la pecca di essere settoriali e di non riguardare la grande maggioranza della popolazione.

 

Su tali questioni, sono sorte così tante piccole organizzazioni – in realtà autonome – che hanno consentito a Pannella di esercitare il suo ruolo di deus ex machina, rinunciando però a proporsi come leader di una formazione politica più ampia.

 

La seconda questione, che ha suscitato in me piena condivisione, riguarda il modo in cui nel libro si parla dei problemi relativi al Servizio sanitario nazionale. Nel libro si rovescia la prospettiva con la quale si è interpretata la sanità pubblica, attribuendone esclusivamente allo Stato la gestione. A mio avviso, giustamente Rippa sostiene che – pur essendo ragionevole l’esigenza di venire incontro all’insieme della cittadinanza – il servizio sanitario può essere esercitato attraverso strumenti liberali. Non necessariamente, cioè, tutto l’apparato della sanità deve essere affidato all’amministrazione pubblica, ma può combinarsi con forme di cooperazione dei cittadini attraverso le modalità assicurative liberamente sottoscritte.

 

Questo argomento specifico, così come trattato in l’altro Radicale, assieme all’andamento delle vicende politiche negli ultimi anni, mi ha spinto a questa riflessione. Nel mondo occidentale, grosso modo, c’è stata l’alternanza fra due partiti o due correnti politiche: una più preoccupata della produzione di ricchezza e un’altra preoccupata invece della sua redistribuzione.

 

Nel corso dei decenni trascorsi, queste due aree si sono alternate vicendevolmente: ora prevaleva l’indirizzo più “liberale” ed ora quello più “socialdemocratico”, chiamiamoli così. Ciò è stato vero per tutti i Paesi dell’Occidente, con l’esclusione dell’Italia.

 

L’Italia è stata esclusa, perché la corrente “sociale”, qualora avesse prevalso, non avrebbe inciso soltanto in termini di direzione politico-economica, ma avrebbe comportato il cambiamento di sistema geo-politico in quanto l’alternativa di stampo sociale era incarnata dal Partito comunista. Mandare al potere il Pci significava trasferire l’Italia dall’orbita dell’Occidente a quella dell’Oriente. Da qui è derivato che i partiti al governo, e in primo luogo la Democrazia cristiana, si sono assicurati il consenso attraverso i benefici da dare al popolo. Il che non ha impedito che, col passare del tempo, nascesse comunque l’aspirazione all’alternanza, tant’è che nel 1948 la Dc conquistò la maggioranza assoluta ma poi ha visto erodere la sua base elettorale, cosicché ha prima cercato l’appoggio dei socialisti e poi, negli anni Settanta, degli stessi comunisti con i governi dell’unità nazionale.

 

Il consenso è stato dunque garantito attraverso l’elargizione di denaro e di servizi pubblici, che venivano gestiti dalla macchina statale proprio per tutelare gli interessi politici di chi amministra. È questo che ha caratterizzato la diversità dell’Italia dalle altre nazioni democratiche. Questa spasmodica ricerca del consenso, beneficando gli elettori con le concessioni più varie, ha creato la situazione attuale, in cui il grosso dell’elettorato vuole ormai la botte piena e la moglie ubriaca. La classe politica favorisce queste richieste di sempre maggiori servizi, sia perché ci ricava consenso e sia perché la loro erogazione resta comunque sotto il suo controllo. Il paradosso è che si richiedono sempre più servizi, senza pagare tasse. Oggi, vediamo che in Occidente l’opposizione viaggia su due binari in qualche modo contraddittori...

 

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- No al falso cambiamento di Giuseppe Rippa

- Il coraggio di una politica liberale di Luigi Oreste Rintallo

- Preparare un domani di Silvio Pergameno

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