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23/07/19 ore

No al falso cambiamento: preparare un domani


  • Silvio Pergameno

La riunione della redazione di «QR» dedicata al numero 115 della nostra ormai ultraquarantennale rivista ha subito compreso che Rippa con il libro-intervista l’altro Radicale – che era riuscito a fornire una sintesi dinamica dell’intera vicenda radicale – non aveva certo inteso produrre un volume di storia, ma fornire un documento atto a legittimare una nuova proposta politica radicale o quanto meno ad aprire una discussione sul tema.

 

«Quaderni Radicali» è il portavoce di una volontà politica, non di una ricerca storica, non guarda al passato, pensa al domani: rileggiamo i capitoli VII e IX de l’altro Radicale se abbiamo ancora bisogno di convinzione e vi riscopriremo l’ansia per quanto di irrisolto ci tiriamo ancora dietro… Ed è, senza dirlo, l’invito a pensare cosa può essere la tradizione radicale italiana dopo la scomparsa di Marco.

 

Chi scrive queste considerazioni - meglio appunti (e non per understatement) – la vicenda politica di Pannella la ha percorsa tutta, da quando nell’immediato dopoguerra ci incontrammo nel Partito liberale al tempo animato dal quotidiano «Risorgimento liberale», ancora per un breve periodo diretto da Mario Pannunzio, che poi fonderà «Il Mondo». Da quel tempo sono trascorsi più di settant’anni, più di quanti hanno separato l’Unità d’Italia dall’avvento del fascismo: un percorso durante il quale l’Italia è cambiata molto sul terreno economico e sociale, ma molto meno su quello politico.

 

È una constatazione indispensabile e occorre capire le ragioni dell’accaduto. Tanto più che registriamo oggi una sconcertante ripresa di quell’ “antipolitica”, che poi vuol dire antidemocrazia, che si esprime in una perenne rancura, indefettibilmente accompagnata da una protesta priva dell’impegno personale e trincerata sempre e solo dietro la ricerca delle colpe degli altri, incapace di produrre anche solo dei ribelli.

 

Al livello politico si alimenta un clima vagamente malmostoso, in cui degradano i grandi problemi reali della produzione, del lavoro, della vita associata e si apre il varco a rischi di cui è difficile misurare la portata...

 

Gli anni del dopoguerra, cui accennavo, debbono essere ricordati per la vivacità operosa che li animava, insieme intellettuale, culturale e politica: partecipare, conoscere, discutere… ad ogni livello. A Roma la galleria Colonna era luogo di capannelli senza inizio e senza fine dove si discuteva di politica con animazione e senso dello scontro, discussioni certo con contenuti generici e argomentazioni discutibilissime, ma la partecipazione era sincera e calorosa. C‘erano anche inviati dei partiti, ma facilmente riconoscibili da quel che dicevano e quindi non davano fastidio e anzi portavano anche un certo arricchimento di informazione.

 

Generalizzato tra noi giovani (allora) era il problema del partito al quale ci sembrava necessario doversi iscrivere (forse anche perché il fascismo aveva lasciato l’idea della “tessera”); e poi tantissimi di noi studenti si cercava i luoghi della cultura fuori dalle scuole, nelle sale di musica classica e nei teatri di prosa, per non parlare del cinema, lo strumento più forte per l’accessibilità alla modernità, l’efficacia del linguaggio e della rappresentazione complessiva, per il presentare la vita reale (il neorealismo) e non meno l’apertura fuori dai confini nazionali, europei e americani, cui dava accesso.

 

E i confini degli Stati ci pesavano addosso; era difficile valicarli, in particolare per i maschi per via degli obblighi di leva, così come ci pesavano i programmi e l’atmosfera delle scuole, così provinciali, così piccolo borghesi… La “ricostruzione” non era solo economica, era anche spinta interiore… e conoscere l’Europa ci affascinava, capivamo che la nostra cultura era incomprensibile se non si conosceva quella di Tedeschi e Francesi, Spagnoli e Inglesi, varianti di un processo unitario… per cui ci sembrava indispensabile superare gli Stati nazionali, nella sostanza diventati gli eredi delle politiche di conquista delle monarchie dell’epoca moderna… Un’idea che ci era stata lasciata dalle paure della guerra, ma insieme dall’aver conosciuto Tedeschi e Inglesi e Francesi che la pensavano come noi.

 

La guerra aveva in fondo individuato il nostro riferimento a un contesto europeo, il soggetto con cui si doveva fare i conti, e proprio per gli spaventosi massacri di cui noi stessi eravamo stati oggetto con i nostri genitori. Per questo oggi non possiamo pensare se non in termini di Europa, perché gli Stati nazionali distruggono le nostre libertà e con essi (come era stato duecento anni fa con i movimenti della Carboneria) non si va da nessuna parte... prosegui la lettura su quaderniradicalionline.it

 

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- Il coraggio di una politica liberale di Luigi Oreste Rintallo

- La tragicomica fiera delle contraddizioni di Antonio Marulo

- Audiovideo presentazione Roma Camera dei Deputati

  (Quaderni Radicali TV)

- Presentazione a Roma di Quaderni Radicali 115

- Quaderni Radicali 115 speciale febbraio 2019 (quaderniradicalionline.it)

- Nota sul numero 115 di Quaderni Radicali (Agenzia Radicale Video)

 

 


Commenti   

 
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poi si dice che le ideologie sobo finite; no l'ideologia sussiste sempre dove non si vogliono vedere dati e fatti sociali ed i mutamenti complessivi che configurano nel tempo; più ideologia di quella si muore.
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0 #2 ilSocialista 2019-02-23 14:35
la tristezza ed il rancore di oggi sono il risultato ologico di uno squilibrio sociale complessivo che c'è in Italia ma c'è nella stessa Germania , anche se là trova delle pezze sicuramente più efficienti ed eque di quanto possa trovarle qui.
Se non si vede questo vuol dire che si hanno veramente delle fette spesse di prosciutto sugli occhi; e sarebbe pure ora di metterle sul pane e mangiarsele.
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0 #1 ilSocialista 2019-02-23 14:32
amico mio, tu stesso fai il paragone fra i tempi della tua gioventù e quelli odierni, la speranza ed il fervore di allora e la depressione di oggi: ma allora gli stati nazionali non ci stavano? no c'erano ed erano più influenti di oggi; la politica era vissuta perchè contava; il punto non è quello, dato che allora la speranza nell'europa era di gran lunga maggiore di oggi;il fatto è che oggi la politica è asservita ad altri poteri; e la politica si è semplificata e suddivisa in chi tifa per questi poteri e chi cerca maldestramente di opporsi; questa è la crisi profonda ella politica ed anche dell'economia se la intendiamo come capacità di portare sviluppo attraverso le classi e non di concentrarlo mostruosamente in poche mani.
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