10/08/26 ore

POESÌ di Rino Mele. Nudo mare



Il Mediterraneo è diventato un luogo di esecranda tortura per il caldo che ha raggiunto allucinati limiti: nei giorni scorsi una boa a Maiorca, in Spagna, ha registrato 33,02 gradi di temperatura superficiale dell'acqua. Ma noi fingiamo di non accorgercene: mentre in questo mare sacro muore la vita, la nostra incapacità di pensiero è così alta da permetterci di non preoccuparci dell'orrenda trasformazione del clima che ormai ha raggiunto esiti surreali e di violenta catastrofe. Ognuno chiude gli occhi e si costruisce il suo Titanic: per, morendo, ballare.

 

 

 

 

 

  

  RINO MELE

 

 

Nudo mare

 

 

S’alzano le onde contro il cielo, inseguono 

la curva alta che le precede, 

scrosciano su case vuote, rovine

di una stanza 

stellare, le rive distrutte,

i fiumi nascosti nell’agonia delle 

inondazioni senza fine.

La morte per acqua divora, notturna 

asseconda il fuoco,

ne imita la finale distruzione, si trasforma

in liquida pece, questa in incendio: 

impercorribile deserto,

l’allucinato desiderio dell’acqua 

in un diluvio vuoto.

La grande arca brucia

sull'arso mare, prosciugato

sulla cenere  

di cui si nutrono i morti, gli occhi

sbarrati che non  

vedono più. Sono diventate rosse fornaci 

le acque 

intorno a noi, segnano confini invisibili, e

il mare che ci ha dato la vita

ora è nudo.

Il suo grande corpo di donna (mare/

madre) ha una dolorosa febbre:

la sua vita 

stravolta, le alghe, i coralli,

i pesci sottili che attraversano 

il buio, il silenzio sonoro, i colori nascosti

nei veli azzurri

cercano l’oscurità, 

scacciati dall’improvviso calore, l’incendio

che prosciuga il terrore. 

Sulle scale degli abissi, atterrite le ninfe 

emergono - senza capelli, gli occhi 

distrutti - per non tornare più. Nel verticale 

dolore delle acque tutto è

fermo, come un altro avesse vissuto la tortura

di aprire l’archivio degli errori,

per ritrovarsi 

di fronte a se stesso: le fotografie bruciate

degli incendi ripetuti dell’arca,

la casa sulle onde,

la sabbia avvelenata di un deserto.

Il mare ripete i segni della nascita, in quei gridi

torna il disperato strapparsi 

da se stesso come da una veste 

sudata nella pioggia calda della peste, 

il corpo martoriato da cui siamo nati,

l’ali

ferite: quel corpo

è la madre: muore di nuovo

l’uccello marino che non vola più. La nascita 

nostra è iniziata dal mare:

il piccolo marenostrum che ogni donna 

(fanciulla senza volto) 

porta con sé,

come una sirena 

prima di ripetere il suo ultimo volo sugli scogli.

 

 

 _________________________________ 

 

 

Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesiae Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

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