Col suo orrendo volto, l’ultimo giorno di febbraio 2026, è iniziata la Terza Guerra del Golfo. Che ha il suo tragico epicentro simbolico nello Stretto di Hormuz, dove si confrontano le forze iraniane e gli Stati Uniti e Israele (ma non solo), come un nodo che minacci il respiro. L’immagine de “il destino a due teste” con cui termino è la traduzione di Giorgio Ieranò (Mondadori, 1997) dell’inizio del verso 850 dei “Sette contro Tebe” di Eschilo.

RINO MELE
Poesia di guerra
C’è un attore sulla scena vuota,
cade, si rialza,
aprendo le braccia cade di nuovo, ripete
gesti consumati, grida debolmente,
con ansia
lotta con un’ombra improvvisa che
appare, gli si oppone:
l’ombra
lo sopravanza, sembra vincere:
la devastazione
si ripete, continua anche quando
esausti gli spettatori s’allontanano.
Ombra e corpo
dell’attore si scambiano
la vanità
dell’immagine: il corpo
diventa parvenza sottile,
mentre quella si riempie d’affanno,
può finalmente parlare,
vestirsi di colori, credersi viva.
Ora, in una pianura assolata, senza ombre,
in un silenzio nuovo
s’affrontano due corpi, superbi della loro
vanità, un solo suono
copre il loro volto, e una luce.
Il testo è di Eschilo:
davanti alla settima porta di Tebe, nel duello
atroce, due re, fratelli,
nello stesso istante
si uccidono, Polinice ed Eteocle, come
davanti a uno specchio:
il braccio destro s’alza - nella mano
la spada lucente -
ma è la sinistra che nell’immagine
riflessa appare: l’uno uccide se stesso
e l’altro,
la geometria della fine esaspera lo schema
e il delirio, mentre la sinistra
e la destra si scambiano di posto. Il sangue
di Eteocle bagna
la mano di Polinice e, del sangue di Polinice,
Eteocle ha il volto che si colora di rosso.
Nello stretto di Hormuz,
come in un quadrivio che si restringe
e diventi un nodo,
sospendiamo tutti il respiro,
sappiamo che potremmo non sapere più
uscirne, fermi
nel terrore di quella strettoia,
impediti dallo stupore, come Eteocle
che non riusciva a trarre la spada
dal petto
di Polinice morente e quella di Polinice
teneva inchiodata nel cuore.
Era il destino a due teste
che sempre insegue chi muore.
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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesiae Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

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