In Che cosa significa pensare? (1954), Heidegger s'avvicina a due abissi che sembrano confrontarsi (quello del pensiero, l'altro della poesia), lasciando intatta la vertigine che trattiene il confronto: lo stupore che ne deriva, la coscienza d'essere lontani dalla compiutezza del pensiero. "Noi ancora non pensiamo autenticamente", dice Heidegger. Questo è il confine più aspro e paradossale della sua ricerca: la lontananza da noi stessi. Come, nella luce del verso che lui cita dell'alta poesia di Hölderlin, da "Mnemosyne: "Un segno noi siamo, che nulla indica".

RINO MELE
Pioggia del pensiero
Come disegnassimo lievi scrosci
d’acqua sottile
su un grande foglio,
all’improvviso è iniziato a piovere,
ci muoviamo nella
pioggia
come ne fossimo fuori e vedessimo
salire piano, nell’aria,
i nostri corpi senza voce,
senza parole, privi della superbia
del linguaggio, figure
di un abbecedario
(- crudeli sogni senza sonno
che dipingeva Magritte
per liberare il dolore -),
disegni della memoria recisa
che avanzano nell’aria.
E non è una figura di Paradiso ma
solo il non essere nati,
quel prima che eravamo:
la tenebra
chiara della felicità prenatale
quando la gloria
aveva il profilo di nostra madre,
il muro del suo corpo,
e noi: pensiero
che scuramente riluceva. Poi,
fu un inesausto
dirupare, l'inutile cercare
il nostro
irraggiungibile stato,
quando avevamo un corpo
come non lo avessimo. La stretta
misurabile stanza
che il mare(-madre)
ci donava: la perfezione
dell’originaria dualità, in cui lei
era solo
corpo per lasciarci
l’assoluta libertà di pensare.
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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesiae Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.
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