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19/06/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Nella 130 blu di Moro e nell’Alfetta che la segue, il sangue, la morte che soffoca



Quarantun anni fa, il 16 marzo 1978 in via Fani, a Roma, Aldo Moro è catturato dalle Brigate Rosse, nell’orrendo eccidio della scorta. Stasera, a Polla, nel Vallo di Diano, Antonio Di Nola (Logica Matematica), Emilio Giordano (Metodologia e Storia della Critica Letteraria) e Andrea Manzi (direttore del quotidiano online “Salerno Sera”) analizzano il mio libro Il corpo di Moroedito nel 2001 e ora riproposto in una seconda edizione con Oèdipus. Giovan Battista Piranesi, cui alludo in questi miei ultimissimi versi, ha inciso le sue sedici splendide tavole delle “Carceri d’invenzione” tra il 1745 e il 1750.   

 

 


 

 

                  POESÌ di Rino Mele

 

 

Nella 130 blu di Moro e nell’Afetta che la segue, il sangue, la morte che soffoca 

 

 

Il muso di cane della stretta cella è come le carceri

d'invenzione di Piranesi, le scale a rovescio, spezzate, corde, sipari, grosse grate, fornici vani.

Tutto inizia un minuto dopo le nove. Moro è nella Fiat 130 blu, seguita dall'Alfetta con altri tre agenti della scorta. 

Sul luogo del delitto un'Austin Morris aspetta, ostruisce la strada dove la preda non può scappare. La scena è preparata

come una caccia,

le trappole, le strettoie, le grida, la precisione dei gesti, la luce 

che scompare. L'eccidio

dura novanta secondi, il tempo di bere un caffè, mangiare una

brioche al Bar Olivetti, è proprio questo il luogo scelto

per uccidere cinque uomini e prenderne un sesto prigioniero. Il bar era

chiuso anche quel giorno, ma nemmeno questo è certo.

Solo dall'alto si può vedere la scena 

per capirne l'astuta geometria, il gusto della cattura, il sangue da spandere come grano sull'aia. C'è una moto, poi scompare, un'Honda

blu con due persone, quella sul sellino posteriore 

è col passamontagna. Morucci rompe il vetro sinistro anteriore 

della Fiat 130 e insieme a Gallinari spara 

dal basso. Dall'altro lato contro l'Alfetta, Fiore e Bonisoli, l'autista Giulio Rivera è subito ucciso, Raffaele Iozzino tenta 

di arginare la tempesta che sommerge, cade a braccia aperte come simulasse un volo, l'auto scivola contro quella di Moro, 

s'incastra sulla 128 dei brigatisti: la guida Domenico Ricci che tenta disperatamente di liberarla, non riesce

a spostare l'auto per la presenza dell'Austin Morris. In questa deriva 

di morte

tre auto correranno da via Fani verso via Stresa: costretto a un fermo precipitare, tenuto basso nella

scheggia d'aria tra i sedili, Moro sarà chiuso 

in una cassa, posta in un furgone.

Ancora un’auto, per trovarsi, alla fine, dentro la stretta cella di via

Montalcini - la porta

divelta del nulla - un cunicolo largo un metro, non c'è aria, Lemuri

incappucciati

gli parlano, come in un ospedale di morti, per fotografare lui che, come da una levatrice, è stato appena tratto fuori dal sangue

degli agenti di scorta, illeso,

quasi a farne l'uccisore, creargli la più atroce colpa.

 


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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

 

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