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28/01/23 ore

Legge elettorale, a immagine e somiglianza...


  • Ermes Antonucci

Lo scontro degli ultimi giorni sulla modifica della legge elettorale ci consegna l’immagine di una classe politica che, a dispetto delle promesse e dei buoni proclami, sembra non cambiare mai.

 

Premettendo che secondo alcune direttive europee la legge elettorale non può essere cambiata un anno prima delle elezioni – e che quindi l’intera discussione avrebbe dovuto svolgersi mesi fa, possibilmente prima dell’avvento del governo Monti – dall’arroganza con cui i partiti stanno affrontando la questione emerge una delle più becere manifestazioni del sodalizio partitocratico, chiuso in se stesso e disinteressato al futuro del Paese.

 

La responsabilità evocata ad ogni occasione dai politici, e concretizzatasi nella formazione del governo tecnico, finisce col perdere ogni significato se si guarda al modo in cui si vorrebbero affrontare le elezioni politiche di primavera.

 

Il via libera della commissione Affari Costituzionali del Senato all’emendamento che prevede il premio di maggioranza (del 12,5%) solo una volta superata la soglia del 42,5%, rappresenta infatti la peggiore sconfessione della linea “responsabile” della stessa classe politica.

 

Un sistema del genere sarebbe incapace di dar vita ad un governo solido e stabile, e getterebbe nuovamente l’esecutivo nel caos, con la prospettiva di un ritorno alle urne. Uno scenario che, nonostante il clima di “solidarietà nazionale”, porterebbe con sé chiare conseguenze in termini di credibilità internazionale.

 

A protestare non è solo Pierluigi Bersani, segretario del partito che più di tutti accuserebbe gli effetti della legge elettorale, ma anche Beppe Grillo. Il primo si è rivolto a “quelli che lavorano per produrre un pareggio” avvertendo: “Badate bene che in quel caso si rivota, altro che Monti bis, e lo dico sulla base di un ragionamento non solo politico, ma anche squisitamente matematico. Forse pensano che tra sei mesi, quando qui dentro ci saranno cento e passa deputati di Grillo, si potrebbe replicare la maggioranza che c'è ora? Non esiste”.

 

Anche Grillo appunto, sicuro protagonista delle prossime politiche, si è scagliato senza mezzi termini contro il nuovo premio, definendolo “un golpe”. Secondo il leader del Movimento 5 Stelle il tetto del 42,5% servirebbe ad “impedire a tavolino la possibile vittoria del M5S e replicare il Monti bis”.

 

Ora, della “possibile vittoria del M5S” Grillo parla da mesi, ignorando la totalità dei sondaggi che nel migliore dei casi colloca il suo movimento al secondo posto. La questione del premio quindi non interessa realmente Grillo, la cui intenzione è solo quella di alimentare una campagna vittimista e cospirazionista. In virtù anche dell’inopportuna uscita del presidente del Senato Renato Schifani: “Ce la stiamo mettendo tutta, se no altro che Grillo al 30%, va all'80%”.

 

Per taluni l’ultima speranza di governabilità parrebbe essere, a questo punto, l’adozione del cosiddetto lodo D’Alimonte che assegna un premietto di “aggregazione” del 10% al primo partito, nel caso in cui nessuna coalizione riesca a ottenere il premio di maggioranza vero e proprio. Comunque tra il venir meno alle direttive europee (vedi la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha condannato la Bulgaria) e la confusione dettata dai non nobili interessi elettorali a breve termine dei partiti, gli interessi concreti del Paese sembrano all'ultimo posto.

 


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