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28/01/23 ore

Pannella, Grillo e la ribellione contro i partiti


  • Silvio Pergameno

Per capire meglio le cosiddette aperture di Pannella non a Grillo, ovviamente, ma al fortissimo scontento e alla vera ribellione contro i partiti che è maturata in amplissimi settori dell’elettorato, occorre ripercorrere un aspetto della storia dei radicali sin dalle loro origini e, anzi, partire dalla preistoria, quando ancora non esisteva il partito radicale e c’era soltanto un gruppo di giovani di belle speranze, di grande disorganizzazione e a tasche vuote, ma con una formazione liberal-gobettiana-pannunziana-ernestorossiana-spinelliana-rosselliana, amendolian …., connotato, tra l’altro, da una caratteristica di cui sto per dire, perché è poi quella che in questa sede ci interessa.

 

Eravamo tutti universitari e il terreno di iniziativa (Roma in testa) erano gli Atenei e il dialogo-scontro con le presenze organizzate al loro interno: le propaggini dei partiti della sinistra e i gruppi di Intesa di ispirazione cattolica. Noi eravamo quelli dell’U.G.I., l’Unione Goliardica Italiana; ma c’erano poi i riferimenti tradizionali, i vecchi gruppi goliardici, quelli delle feste della matricola e dei battesimi dei nuovi iscritti, di matrice non politicizzata e di mentalità “qualunquistica”(a Roma era – pomposamente - il “Pontificatus”).

 

Il nostro motto? “Fuori i partiti dall’Università”! In altri termini emancipazione degli atenei, dell’insegnamento, della cultura dalla subordinazione ai partiti, in testa ovviamente il P.C.I., quello che, per le sue premesse ideologiche e la sua struttura articolata, era teso alla conquista dal di dentro di tutte le istituzioni pubbliche.

 

Questo era il nostro tempo ed erano insieme i tempi del famoso qualunquismo di Guglielmo Giannini, con  il quale non si ebbe nulla a che fare, ma che era un segnale, perché testimoniava dell’esistenza di uno spazio libero, non certo da “occupare” (che per noi non aveva senso), ma da valorizzare, conferendogli dignità politica.

 

E all’Università? Persuadere i non politicizzati sul terreno di una politica universitaria autonoma, indipendente dai partiti e, se necessario, in alternativa ai partiti, guardando alle persone e ignorando come la pensassero sul terreno politico generale: le tessere che eventualmente ciascuno poteva tenere in tasca non erano fatti nostri.

 

La prima Repubblica, orami è fin troppo chiaro a tutti, ha seguito il percorso esattamente opposto a quello che ispirava noi. La prima prova veramente “di massa” di questo andamento la si ebbe con il divorzio, un problema di fronte al quale, ad esempio, i socialisti erano sensibili e per la cui soluzione avevano presentato progetti di legge, progetti che però nessuno era riuscito nemmeno a mettere in discussione nella sede parlamentare, nonostante che i voti nelle due assemblee parlamentari ci fossero.

 

E la DC? Il partito cattolico? Era formazione politica contraria per principio; ma l’avversario da battere era “la consociazione” partitica, fondata sul dialogo con i cattolici di togliattiana memoria quale espressione del blocco storico popolare che di fatto impediva l’approvazione di una legge sullo scioglimento del matrimonio. Il divorzio? Ma certamente, una riforma necessaria, ci veniva detto. Ma in fondo per tanti, a sinistra, era anche soltanto un lusso borghese, che poco interessava “il popolo”, per il quale ben altri erano i problemi... E allora finiva che non era mai il momento di mettere il divorzio all’ordine del giorno.

 

La svolta avvenne quando ci si rese conto che l’Italia degli anni sessanta non era più quella di un tempo, che le forti ondate migratorie in Svizzera, in Germania, dal Sud al Norditalia avevano mutato il panorama sociale del nostro paese, che la rottura delle famiglie era un fenomeno che ormai coinvolgeva o comunque interessava milioni e milioni di italiani, un popolo che aveva davanti un problema enorme per l’esistenza di ciascuno e che i partiti’, invece, percepivano come marginale, chiusi, allora come ora, nelle loro problematiche e giravoltole interne, delle quali al popolo, quello concreto (che non era quello dei manuali per le scuole di partito) non importava nulla.

 

E si riuscì a fare di questo popolo, qualunquista e populista …, un corpo contundente del quale le nomenclature dovettero tenere conto, anche perché molto aveva da dire alla coscienza dei socialisti e dei partiti laici.

 

A livello di massa il dissenso in Italia (passata la prima fare del socialismo umanitario a sinistra e del cattolicesimo degli esclusi (o autoesclusi a destra) non potendo trovare espressione vera nei partiti, ha sempre avuto una dimensione qualunquistica, che è largamente presente anche nelle fortune del fascismo nel primo dopoguerra.

 

E di fronte alla crisi della prima Repubblica il dissenso dalla partitocrazia è stato sicuramente uno dei grossi sostegni di Bossi e di Berlusconi e oggi cerca di esprimersi attraverso Grillo e ancor più nell’astensione dal voto. C’è allora da meravigliarsi che il Pannella abbia aperto gli occhi? Quel che stupisce invece è che la classe partitica, comprese le formazioni recenti o recentisisime, continui a non capire e a comportarsi come se veramente grandi masse di elettori, i soliti qualunquisti…, fossero interessati alle beghe interne di correnti e apparati e questi fossero i veri problemi della nazione. E forse, anzi, in un certo senso lo sono …


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