Sebbene si svolga in tempo di Quaresima, la campagna per il prossimo referendum confermativo sulla riforma della magistratura del 22/23 marzo ha assunto modi e forme di una carnevalata. Come è tipico del carnevale, oltre a mascherarsi, l’attività prevalente è consistita nella sospensione di ogni logica o ragione sino al punto di produrre giustificazioni discordanti delle posizioni assunte sul tema oggetto del voto.
A cominciare dalle due principali motivazioni relative al giudizio sulla riforma approvata dal Parlamento nello scorso ottobre: che essa sia, in realtà, irrilevante o comunque poco influente sulla giustizia italiana, o – viceversa – che incida nel profondo sul modo di esercitarla nel Paese.
Il paradosso è che vengono utilizzate entrambe, a volte tanto dai detrattori che dai sostenitori e perfino nel contesto di un’unica formulazione. Succede così che fautori del NO prima asseriscano che non cambierà nulla di sostanziale circa i ruoli dei magistrati e poi evochino drammatici vulnus degli equilibri tra poteri; e lo stesso avviene sul fronte opposto del SI, per cui taluni – dimostrandosi tiepidi e/o svicolanti – rassicurino che l’intervento è puramente ordinamentale, seppure ne rivendichino poi il carattere epocale.
Ce n’è abbastanza per confondere le acque e le idee ai cittadini, che conseguentemente – stando agli ultimi sondaggi – si ritrarrebbero dalla partecipazione a un voto che dovrebbe essere invece coinvolgente, sia per la natura dell’argomento e sia per le conseguenze di lunga durata che comporterà la decisione presa.
Si ingannano quanti credono che la partita del prossimo referendum si giochi soltanto nel merito o che possa ridursi a una battaglia pro o contro il governo attualmente in carica. La posta è molto più impegnativa, perché qui si tratta di stabilire in quale Italia si vuole vivere: se in quella della barbarie giustizialista, della gogna e del rancore, oppure in quella del rispetto delle regole e della dignità dei cittadini, che non può essere calpestata dall’abuso esercitato attraverso l’arbitrio di poteri incontrollati e irresponsabili.
Tutti noi oggi viviamo sulla nostra pelle le conseguenze di una giustizia da “quarto mondo”: sei milioni di cause in corso, tre innocenti in carcere al giorno e centinaia di milioni di risarcimenti alle vittime degli errori commessi nei tribunali. È davvero deprecabile che l’operato del sistema informativo contribuisca a fiaccare la partecipazione democratica, anziché il contrario, nel fine ormai palese di lasciare campo libero a oligarchie sempre più in contrasto con gli interessi collettivi.
Che, a sinistra e a destra, forze politiche denutrite di valori liberali si prestino a tale rappresentazione non è altro che una dimostrazione ulteriore della profondità della crisi che viviamo. Si potrebbe quasi affermare che, in tal modo, i partiti vengano meno ai loro compiti che – per Costituzione – li vedrebbero concorrere a determinare le scelte politiche, mentre invece su un argomento così discriminante permangono opacità circa i loro convincimenti e propositi.
Laddove nella maggioranza si tende a presentare i termini della scelta in modo da sfumarne l’importanza decisiva ai fini del ripristino di un pilastro essenziale quale la giustizia, oggi gravemente lesionato dal panpenalismo giustizialista, nelle forze di opposizione ci si pone al seguito delle istanze puramente corporative degli organismi direttivi dell’ANM, che hanno schierato contro la riforma il sindacato delle toghe.
Quest’ultimo, fra l’altro, non ha esitato a proporsi come un vero e proprio soggetto politico, senza nemmeno interrogarsi sulle conseguenze di una simile determinazione. Non solo per quanto riguarda il danno irreversibile provocato allo specifico ruolo di neutralità che dovrebbe distinguere la magistratura in quanto soggetto istituzionale, ma anche in relazione agli stessi associati imponendo arbitrariamente una presa di posizione comune per il NO al referendum, in contrasto con la libera espressione dei singoli iscritti.
Bastano questi elementi per rendersi conto di quale intorbidamento abbia caratterizzato il confronto pubblico, che si è ulteriormente contaminato a causa dello straripamento in ambiti che, benché impropri, risultavano funzionali a esercitare una persuasione fortemente manipolativa e deturpante. E così, oltre a dare letture tendenziose dei contenuti della legge, gli avversari della riforma non si sono fatti scrupolo di trasferire i modi della contrapposizione su tutt’altri versanti, giudicandola un attacco all’etica pubblica in quanto indebolirebbe la lotta al crimine, oppure una pericolosa deviazione autoritaria dal punto di vista politico che servirebbe a blindare il Centrodestra al governo. Più espedienti che non dati reali, come si può constatare dall’esame sia dei contenuti, che degli ipotizzati riflessi negativi.
1 - Partiamo dai contenuti. La riforma approvata in Parlamento, dalla maggioranza di governo con il concorso di tre forze dell’opposizione (Azione, Italia Viva e +Europa), porta a compimento la trasformazione introdotta dal nuovo Codice di procedura penale concepito dai giuristi Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia nel 1988, con il quale si è adottato il processo accusatorio al posto del rito inquisitorio ereditato dal regime fascista.
Intervenendo sugli articoli che regolano l’ordinamento della magistratura, li conforma ai criteri fissati nell’art. 111 della Costituzione secondo le modifiche approvate da tutti i partiti nel novembre 1999, per cui si prevede un “giudice terzo e imparziale” davanti al quale deve svolgersi il giusto processo tra le parti di accusa e difesa. Lo sdoppiamento (art. 104 Cost.) del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in due rami, dei giudici e dei pm, tutela appunto la terzietà del giudice, che non dipenderà più, per la sua carriera, da un organo in promiscuità con i pm verso i quali egli deve risultare equidistante e autonomo.
La separazione delle carriere è, pertanto, la rigorosa conseguenza del processo di riforma intrapreso per emancipare l’ordinamento dai retaggi del ventennio fascista. Il PD occulta questa conseguenzialità e, dopo aver sabotato il confronto parlamentare rifiutando di partecipare fattivamente alla stesura della legge che incorpora ampiamente i precedenti articolati, ha agito in totale subalternità ai diktat mossi dall’ANM che sono gli stessi di trent’anni fa in occasione della Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema.
Anche la procedura del sorteggio dei membri dei CSM rappresenta una salvaguardia per l’autonomia dei magistrati, svincolandoli dalla spartizione fra i candidati delle correnti dell’ANM. Una prassi che ha snaturato l’organo costituzionale, trasformandolo da soggetto amministrativo a soggetto impropriamente rappresentativo di posizioni “politiche”, dando luogo a una lunga serie di contrasti con governo e Parlamento che sono stati altrettanti “infarti” per il cuore già compromesso del sistema istituzionale. I debiti per gli obblighi contratti per eleggere i vari consiglieri sono stati all’origine di selezioni controproduttive, che prescindevano dai meriti come dimostrò la vicenda della mancata nomina di Giovanni Falcone prima all’Ufficio istruzione di Palermo e poi alla procura anti-mafia.
Con riflessi non da poco pure sul fronte delle sanzioni comminate ai magistrati, perché più che l’eccessiva indulgenza corporativa alla sezione disciplinare del CSM va rimproverata la selettività al contrario dei provvedimenti. A farne le spese sono stati i colleghi privi di copertura o non allineati: dal giudice Michele Morello che firmò l’assoluzione di Enzo Tortora aGuido Salvini, entrato in rotta di collisione con la procura milanese per le sue inchieste prima sul delitto Ramelli e poi su Piazza Fontana, fonte di rancori ingiustificati dei colleghi ora raccontati in Tiro al piccione(Pendragon; pp. 328); oppure, sempre a Milano nel 2015, all’aggiunto Alfredo Robledo fatto fuori dal CSM per aver contestato al suo capo Edmondo Bruti Liberati la visione molto elastica del principio di obbligatorietà dell’azione penale con cui si affossò l’indagine sull’Expo.
L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare (art. 105) – composta nella maggioranza di 3/5 da magistrati estratti a sorte fra quelli con almeno 20 anni di servizio – interviene per ovviare all’atipicità di un “tribunale delle toghe” condizionato dal coincidere con lo stesso organo che gestisce le carriere, secondo le logiche di appartenenza alle correnti politicizzate dell’ANM.
2 - All’artificio retorico di ritrarre la riforma come un indebolimento del contrasto al malaffare ricorrono alcune figure, assurte al rango di frontmen dello schieramento del NO, che si auto-intestano la “buona battaglia” contro il crimine organizzato. A tale scopo, tracciano un profilo idealizzato dell’ordinamento precedente la riforma, in quanto avrebbe permesso ai magistrati di contrastare il potere e le sue degenerazioni. Sappiamo bene, tuttavia, che così non è stato e non è, come provano i tanti casi di inchieste condotte su binari morti (Monte dei Paschi a Siena, docet) perché stridenti con l’orientamento che ad esse si voleva imprimere.
Intrisa com’è di manicheismo, sino al punto di descrivere i mutamenti introdotti come l’emanazione di un disegno eversore e delinquenziale, questa lettura ha il limite di scontrarsi coi dati di fatto del mantenimento di alcune “zone franche”, che fa dubitare come la preoccupazione per il taglio di parte di certe indagini debba riguardare anche la mancata apertura di altre. Dubbio che si affianca all’altro circa l’oggettiva mancanza di reazione della criminalità organizzata, dal 1992 a oggi, di fronte a indagini propense più a confermare teoremi precostituiti che non a trovare riscontri fattuali, risultando nel contrasto delle attività criminose del tutto ininfluenti.
Con una ricaduta che ininfluente non lo è affatto, perché – come dimostrano le scoperte della procura di Caltanissetta sull’insabbiamento del rapporto Mafia-appalti – hanno distratto da percorsi investigativi ben più motivati, oggetto dell’interesse di Falcone e Borsellino. Che questi mancati approfondimenti siano dovuti proprio alle figure più iconiche della lotta alla mafia, elevate sul proscenio dei media da quei coordinamenti dell’anti-mafia parolaia che non esitarono a diffamare lo stesso Falcone, nel nome dell’assioma per cui il sospetto sarebbe l’anticamera della verità, getta una luce sinistra e inquietante. Tanto da farci riproporre l’interrogativo che ci ponemmo già nel 2012, sul n. 108 di «Quaderni Radicali»: “se chi combatte mafia e corruzione finisce per … inseguire chimere al solo scopo di non rinunciare a pre-giudizi, quale fiducia possiamo avere che tali comportamenti non siano nei fatti obiettivamente coincidenti con interessi estranei alla buona battaglia?”
3 - Veniamo, infine, alla motivazione più immediatamente politica per rigettare la riforma Nordio. Ad avanzarla nei termini più limpidi, sebbene a danno della coerenza con i suoi convincimenti di fondo, è stato Goffredo Bettini esponente di primo piano del PD. Bocciarla nelle urne del prossimo referendum sarebbe, a suo avviso, il modo per dare una spallata al governo di Centrodestra.
Senza considerare la gravità del danno che avrebbe la vittoria del NO, per la sua carica restaurativa e di consegna alla corporazione in toga di ogni atto decisionale, va osservato che ben difficilmente la mancata approvazione di una legge costituzionale dai tratti liberali impensierirà più di tanto il partito cardine della coalizione di governo e cioè Fratelli d’Italia, che certo non si è speso per rivendicarne la paternità. Tanto più che la campagna referendaria non ha affatto contribuito a rendere nemmeno più coese le forze di opposizione, giacché ha finito per indebolire la leadership del PD rispetto ai 5Stelle, dove Giuseppe Conte può godere di un ampio potere di veto, e provocato una lacerazione al suo interno: tutti fattori che non contribuiscono a farne un polo calamitante consensi futuri.
L’auspicabile vittoria del SI, invece, rappresenterebbe una svolta perché profilerebbe scenari alternativi e darebbe finalmente visibilità a una prospettiva di assoluto rilievo rispetto al conformismo anestetizzante di circuiti informativi e apparati corporativi, la cui principale preoccupazione è quella di auto-preservarsi anche a scapito degli interessi generali del Paese.
(illustrazione Cise-Luiss)
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