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15/03/26 ore

Referendum Giustizia: SI per frenare il declino. Conversazione con Vincenzo Maiello e Claudio Signorile di Giuseppe Rippa



Quelli che seguono sono la sbobinatura dell’audiovideo e poi il video della  conversazione di Giuseppe Rippa, direttore di «Quaderni Radicali» e « Agenzia Radicale» con il professor Vincenzo Maiello, avvocato e ordinario di  Diritto  penale nell’Università Federico II di Napoli e Claudio Signorile, professore di Storia moderna nelle Università di Roma e di Sassari e di Storia contemporanea nell’Università di Lecce, oltre che parlamentare socialista e ex Ministro dei trasporti. 

 

 

**********

 

 

Rippa - Il 22/23 di marzo andremo a votare per il referendum confermativo sulla riforma della magistratura approvata nell’ottobre scorso dal Parlamento. Evidentemente, è una pura illusione che vi possono essere toni pacati e irrazionali, ma quello che maggiormente emerge è che abbiamo assistito e stiamo assistendo anche in queste ultime ore ad un’accelerazione che ha preso un ritmo politico decisamente grave.

 

In queste ore, se ne parlava poco fa con il professor Maiello, avvengono incidenti soltanto perché vi sono degli oratori che intervengono per affrontare, dal punto di vista del SI, il quesito. Referendario a testimonianza di come in realtà questa estremizzazione ha radici profonde e ed è rivelatrice di quello che io chiamo una crisi politica.

 

L’Italia è oggi un Paese oggettivamente in declino che ha nella questione giustizia una delle concause. Non è in grado neanche di percepire che una delle ragioni di questo declino, questo è il nostro punto di vista come «Quaderni Radicali» e « Agenzia Radicale», è legato proprio alla mancata azione di riforme di cui c'era bisogno. Parlerei di riforme che riguardano la magistratura, parlerei di riforme che riguardano la Costituzione.

 

Ai i propugnatori della Costituzione più bella del mondo, andrebbe ricordato che essa è stata già toccata cinquantuno volte, tanto per chiarire che in realtà la Costituzione è importante per i valori che rappresenta, ma nella seconda parte andava ad assumere un ritmo di governance che doveva avere tutt'altri caratteri. 

 

A Claudio Signorile, già ministro dei trasporti, parlamentare di lunga data, professore universitario di Storia moderna e contemporanea a Roma, Sassari e a Lecce, e al professor Maiello, professore ordinario di Diritto penale alla Federico II di Napoli e avvocato, chiedo di provare a vedere se la chiave di lettura che noi abbiamo cercato di imprimere, ovvero che intorno a questa questione sono emersi tutti i caratteri che hanno reso esplicito come la mancanza di un'azione riformatrice è di fatto il background del disagio e del declino italiano.

 

Esiste una “necessarietà” delle riforme, se si vuole uscire dalla situazione di un paese mantenuto in una condizione di debolezza e di immaturità politica complessiva, perché questo forse era congeniale alle classi dirigenti. A più riprese ho parlato di partito del Quirinale, che non è il Presidente della Repubblica, ma è quel blocco di potere che si è formato nel dopoguerra nella griglia dello scenario internazionale di quello che chiamavamo bipolarismo coatto e che di fatto continua a fare azioni di resistenza a un processo di cambiamento.  È il partito del continuismo che non accetta processi di mutazione. I caratteri degenerativi successivi li vediamo e sono sotto i nostri occhi, con conseguenze deformanti di cui poi faremo in modo di accennare nel corso di questo breve colloquio.

 

Darei la parola per primo a Claudio Signorile. Ritieni questa chiave di lettura troppo estremista oppure contiene in sé una verità rivelatrice delle condizioni anche disarmanti, in cui si sta svolgendo anche il dibattito su questo tema?

 

 

 

Signorile – Non solo ha fondamento reale, ma è la realtà che abbiamo di fronte. La nostra Costituzione, per come è stata fatta e per il taglio che la contraddistingue, ha segnato sostanzialmente cinquant'anni di vita repubblicana. Ha rappresentato lo schema delle riforme necessarie ed era uno schema dominante nel confronto e nello scontro politico, tanto da essere stato il punto sul quale, volta per volta, si sono misurate prospettive e strategie. Sostanzialmente eravamo tutti consapevoli – dico eravamo perché io ho cominciato molto giovane a occuparmi di queste cose e quindi ero presente ed ho collaborato con gli autori dei processi che poi abbiamo vissuto e quindi so cosa di cosa parlo – e questo di cui parlo è in realtà il senso della continuità. Questa battaglia stupida della Costituzione che deve essere riformata o meno non tiene conto del fatto che essa era stata costruita per essere riformata: cioè l'impostazione che è stata data alla carta costituzionale viene fondata non su un’astratta e generica volontà di riforma, ma sul fatto che la struttura politica italiana era fondata sul sistema dei partiti dove c'era il più grande partito comunista dell'Occidente e c'era un partito maggioritario – la DC – cattolico, ma governato da laici perché la cultura laica era comunque una cultura fortemente presente nella Democrazia Cristiana, e un sistema nel quale l'area laica socialista liberale era minoritaria ma politicamente e fortemente incidente.

 

Per andare subito al presente, la crisi della quale parliamo è in realtà una crisi di costante aggiornamento. Mi permetto anche di definirla, avendola vissuta con le sue difficoltà, una crisi di crescita. Questo è un paese che è in declino ora, ma è stato in crescita per un numero di anni sufficiente a giustificare le esperienze diciamo reali di vita politica vissuta che abbiamo nel nostro cervello. Di questo stato di cose, l'aspetto della giustizia, così come è venuto fuori da un dibattito mediocre ma comunque molto intenso e molto sentito, era il momento attraverso il quale la consapevolezza di una democrazia in essere, si misurava con i comportamenti di questo essere e di questa vitalità della democrazia.

 

Non dimentichiamo che quando avviene la crisi del 1989, con la caduta del Muro di Berlino e quant'altro, quando comincia realmente il declino, quello che manca è il non comprendere che era entrato in crisi un intero sistema politico e non un partito. La crisi del mondo sovietico era una crisi che portava con sé anche la rimessa in discussione degli equilibri e dei valori dell'Occidente democratico, del quale noi facevamo parte: non avere compreso questo è quello che ci ha portato a non cogliere l'occasione, l'opportunità che dal 1989 nasceva e che, però, doveva essere vissuta in una completezza di valori e in una ambizione di risultati e di prospettive che invece non sono stati colti e cavalcati.

 

Perché sto ponendo adesso la questione in questo modo? Perché la crisi della giustizia applicata comincia nel 1992. Non sono giurista e dirò delle cose banali, però voglio dire che comincia nel 1992 (con Tangentopoli e le inchieste del pool di Milano) e da quel momento in poi – se ci riflettete – sulle questioni legate alla riforma della struttura giudiziaria – sto usando le parole pesandole: non la riforma della giustizia nella sua nobiltà e nel suo rigore, quindi –  ci si è cominciati a misurare con la violenza che ha poi attraversato tutti questi anni, sapendo che ci veniva consegnata, dalla precedente stagione, la riforma Vassalli del 1988-89 che doveva essere portata a compimento e sapendo che questo compimento non era possibile perché dopo il biennio 1992-93, giunto a maturazione nel 1994, la crisi aveva investito il rapporto fra giustizia e politica. Questa crisi ce la siamo portata dietro fino ad oggi, non riuscendo noi riformatori a far diventare la nostra consapevolezza di una riforma compiuta un percorso necessario per tutto il paese.  Attraverso il percorso della riforma le istituzioni venivano ripensate e riorganizzate e tutta la struttura della realtà giudiziaria veniva ricondotta ad una razionalità democratica che invece si è in qualche maniera arrestata.

 

Questo mi porta alla seconda considerazione che volevo fare. Io sono un figlio di una lettura continuista, non nel senso di ciò che andava bene prima ma nel senso che, dal momento in cui la vicenda è diventata un fatto politicamente rilevante, non potete pensare neanche per un attimo che la questione si concluderà il 22/23 marzo con un voto. Qualunque sia il risultato, noi sappiamo che questa battaglia politica e riformatrice continuerà, perché ci sarà il tentativo di far diventare lo schieramento del NO qualcosa di politicamente aggressivo e rilevante. Dovrà continuare per quello che è lo schieramento del SI, sapendo che c'è un'anomalia fra la natura democratica e progressista di una lettura “terzista” della struttura giudiziaria che è fondata sul giudice e l’altra fondata sul pm. Questo tipo di lettura deve essere accompagnata da un'azione politica consapevole organizzata che va bene al di là di un semplice confronto culturale per diventare una lettura politica delle cose da fare.

 

Stiamo andando verso una stagione in cui le riforme assumono la loro dimensione pragmatica sulla base anche di coloro che le sostengono o le combattono.

 

Non pensiamo di arrivare al voto referendario e di scaricarci lì le nostre coscienze. Il voto referendario è un passaggio che in qualche maniera consolida determinati equilibri ne apre altri, ma soprattutto ci fa toccare con mano quello che dicevamo all’inizio: riformare non è una scelta, bensì una necessità. Riformare la giustizia è un dovere democratico e impostare su questo anche questi ultimi giorni di campagna referendaria, senza contrapposizioni violente ma dentro la razionalità di una scelta politica, mi pare che sia una presa di coscienza forte dal quale non ci possiamo sottrarre.

 

 

 

Rippa – Al prof. Maiello, chiedo di fissare i passaggi che incidono sul prossimo voto referendario relativo alla riforma Nordio, leggendoli in questa proiezione che Signorile ci ha indicato come necessità di visione.

 

 

 

Maiello – In queste settimane, in questi mesi si sta verificando un'accelerazione francamente parossistica che è un po' lo specchio delle contraddizioni. Mi è piaciuta molto l'affermazione dell'on. Signorile quando dice che la nostra Costituzione è nata per essere riformata: è un'immagine bellissima, perché ci consente anche di definire un po' i limiti della di quella che viene definita la più bella Costituzione del mondo e che soltanto una lettura fanatica può individuare come un documento di portata sacra, una sorta di documento di teologia civile rispetto al quale andrebbe operato soltanto un'opera di contemplazione passiva e mistica. La Costituzione del 1948 è una Costituzione nata per essere riformata proprio nel rapporto tra giustizia e politica e proprio sul terreno della prefigurazione dei modelli di giustizia.

 

Basta leggere gli atti della costituente per accorgersi che la cultura al riguardo era una cultura ancora in formazione, non si avevano le idee sufficientemente chiare. Quello che era chiaro e su cui si registrò il consenso un po' di tutti era evitare che la magistratura divenisse il terreno di dominio delle maggioranze politiche e che quindi l'autonomia e l'indipendenza fossero delle cose fittizie, manipolate dalle maggioranze di governo. Per il resto la visione in materia di giustizia del nostro costituente era una visione che possiamo definire provvisoria. 

 

Vi erano sicuramente degli elementi di liberalismo, come la presunzione di non colpevolezza che andava in questa direzione; vi erano elementi propri del costituzionalismo maturo che avanzava e dunque, per esempio, la previsione della Corte costituzionale e la possibilità che a rivolgervisi fosse il giudice.  Ma poi vi era anche, per esempio, la ricezione di una cultura del processo propria di una cultura autoritaria perché la nostra Costituzione accoglie una categoria – quella dell'autorità giudiziaria – che è figlia della dimensione ideologica statocentrica, autoritaria e illiberale. Se prendiamo alla lettera l'art.13, essa consentirebbe ancora oggi che la libertà del cittadino possa essere compressa per una decisione unilaterale del pubblico ministero.

 

Non dobbiamo dimenticare che, presa alla lettera, la nostra costituzione è stata ritenuta incompatibile con il processo accusatorio, cioè il processo della libertà, il processo dei diritti fondamentali, il processo della demitizzazione ideologico-autoritaria del processo stesso è stato bocciato dalla Corte costituzionale. Io credo allora che la riforma Nordio faccia emergere tutta una serie di nodi irrisolti che sono in grado di raccontarci che cosa è accaduto negli ultimi sessant'anni nel nostro paese.

 

Nel nostro paese è avvenuta una cosa che non tutti riescono a decifrare con lucidità: è accaduto che, per il costituirsi della dimensione soggettiva della magistratura, si è alterato il carattere dello Stato legislativo di diritto, in favore di uno Stato che – senza essere tacciato di estremismo – era uno stato nel quale la produzione del diritto (e parlo soprattutto del diritto e del processo penale) è avvenuto in un regime di mezzadria tra la giurisprudenza e la legislazione. Una volta poi registrato l'insediamento della dimensione politica della magistratura, si è alterato un carattere sul quale è bene riflettere.

 

Dobbiamo tutti essere consapevoli che nello Stato costituzionale novecentesco la divisione dei poteri è una divisione orizzontale dei poteri, non è una divisione verticale dei poteri. Tuttavia, la peculiarità dello Stato costituzionale novecentesco sta anche in questo: mentre il potere legislativo non può sostituirsi al giudice nella singola vicenda processuale, il giudice può contribuire a porre nel nulla la legge approvata dal Parlamento. A quale condizione questo stato delle cose è accettabile nell'ottica costituzionale? A condizione che il potere giudiziario resti un potere diffuso, cioè resti un potere acefalo, un potere che non risponde ad una cabina di regia, che non obbedisce a delle linee di indirizzo interpretative dall’alto.

 

Ora, a cosa serve smantellare il sistema delle correnti che si è impadronito del Consiglio superiore e non soltanto del Consiglio superiore; che si è impadronito della scuola della magistratura; che si è impadronito dei luoghi di formazione e di aggiornamento della magistratura, a cosa serve smantellare il sistema delle correnti? Serve esattamente a restituire al potere giudiziario il suo carattere di potere diffuso e dunque serve a restituire una dimensione di fisiologica accettabilità dell'idea che, mentre il Parlamento non può definire con legge una singola controversia, ben può il giudice rivolgersi alla Corte costituzionale e contribuire alla rimozione dall'ordinamento della legge illegittima.

 

Ecco, quindi, che dietro questo questa battaglia referendaria ci sono questioni molto più alte, ci sono questioni di fondo che riguardano la dinamica dei poteri e dunque riguardano in particolare il rapporto tra giustizia e politica. Non è un caso che in questa campagna referendaria la magistratura sia scesa in campo con tutto il suo straordinario, formidabile potere di interdizione e di veto. In tal modo realizzando una cosa che francamente fa rabbrividire che è quella di un potere non legittimato democraticamente, che ha deciso di essere parte della contesa referendaria e che sta al fianco di alcuni movimenti politici contro altri. E che sollecita, in un dialogo diretto con i votanti, l'adesione alle proprie idee, e che condivide le sue idee con una parte della popolazione che avversa le idee di un'altra parte della popolazione.

 

La magistratura, attraverso, l’ANM, agisce dunque da soggetto politico vero e proprio e questo segna – ahimè – il punto estremo dell'alterazione del rapporto tra giustizia e politica che si è avviato da tempo e che ha delle radici che sono spesso sfuggite alla consapevolezza anche della nostra comunità politica. Si sono poi venute alimentando di tutta una serie di scelte che sono passate come routine quasi in silenzio.

 

Per esempio, io penso che quello che si è poi rivelato essere l'atto di battesimo del protagonismo politico della magistratura, cioè il documento del congresso di Gardone del 1965, che fu salutato come un momento di grande progresso, una ventata di costituzionalismo all'interno di un sistema bloccato che non riusciva a far penetrare i valori della Costituzione nell'ordinamento e nel diritto applicato tutti i giorni, forse passò sotto silenzio. Rispetto a quella a quella chiamata alle armi dei magistrati, non vi è stata un'adeguata chiamata alle armi del potere politico verso scelte che fossero in grado di colmare il deficit tra l'ordinamento passato e quella che era la realtà del diritto.

 

Nel 1974, dinanzi alla constatata incapacità del nostro legislatore di riformare il Codice penale del 1930, si decise di fare una novella che in fondo che cosa fece? Rimise nelle mani dei giudici, ampliando il loro potere discrezionale, il compito di ridefinire la geografia dei valori tutelati dal Codice penale. Quanti nella politica, a quel tempo, sono stati consapevoli delle rovinose cadute e implicazioni che quella scelta avrebbe determinato negli anni a venire nel rapporto tra politica e giustizia?

 

Dico questo per sottolineare che la riforma Vassalli, la riforma del Codice di procedura penale, è stato il primo consapevole tentativo della politica di riappropriarsi di uno spazio che gli apparteneva. Quello che è accaduto successivamente è la dimostrazione di come questa scelta della politica non sia stata digerita dalla magistratura e ha fatto di tutto per ostacolarla, al punto che poi è dovuto intervenire la riforma dell’art. 111 sul “giusto processo” approvato da tutti i partiti nel 1999.

 

Oggi siamo ritornati di nuovo in una condizione nella quale il potere giudiziario scende in campo per insidiare il primato della politica, nel momento in cui la politica vuole portare avanti delle scelte che appartengono alla politica e vanno contro lo Stato di fatto determinato dallo strapotere e dal protagonismo della magistratura e lo fa in una maniera inusitata questa volta e di una pericolosità incredibile, straordinaria, trasformandosi in soggetto politico. Ma non nel senso come siamo stati abituati finora di considerare politica la dimensione interpretativa del diritto e dell'applicazione delle leggi: si fa soggetto politico nel senso di andare a ricercare il rapporto diretto con il consenso della gente. Se dovesse essere respinta con il NO questa riforma, io credo che dovrebbe aprirsi un grandissimo cantiere di discussione che ruota fondamentalmente intorno a questa domanda: allo stato delle cose, visto quello che si è verificato nella campagna referendaria e visto l’eventuale risultato negativo, ha ancora senso una magistratura che viene selezionata attraverso un concorso e che rifugge dalla responsabilità politica delle proprie scelte, trincerandosi dietro l'obbligatorietà dell'azione penale e dietro l'irresponsabilità che deriverebbe dal suo carattere di essere un corpo selezionato con un concorso?

 

Tutte domande che dimostrano come il 22/23 marzo saranno soltanto delle date che definiscono tappe provvisorie intermedie di un percorso, di un cammino che dovrà proseguire.

 

 

 

Rippa - Sulla base delle riflessioni fatte da Claudio Signorile e da Enzo Maiello, propongo questi ingredienti aggiuntivi. In primo luogo, abbiamo una chiara evidente ripercussione di questa “autonomia irresponsabile” non è l'autonomia del giudice nella sua azione giudicante, ma ha riflessi dell'azione complessiva della governance del paese e i dati economici lo confermano in modo piuttosto evidente.

 

L'altro segmento che prende sempre più evidentemente forma è che le ideologie, parliamo dello specifico italiano, hanno delle ripercussioni di non poco conto. L'ideologia è oggi più che mai presente e in qualche modo è legata a questo abito mentale che, da quello che avete detto, fa emergere una vocazione totalitaria hobbesianamente assoluta di controllo sociale.

 

Questo abito mentale è un abito totalitario dove c’è un cerchio magico al pensiero, che di fatto viene supportato da una parte anche scellerata della classe politica. Voglio ricordare che, nel 1974 in occasione del referendum sul divorzio, il PCI che pure sosteneva la tesi del compromesso con il partito di massa della DC, pur avendo provato a far fuori la consultazione popolare con la legge dell’indipendente di sinistra Tullia Carrettoni, alla fine scelse di impegnarsi perché allora c'era ancora una classe dirigente che tentava e abbozzava una responsabilità complessiva di visione.

 

Oggi siamo di fronte a delle accelerazioni che introducono in un corpo sociale immaturo degli elementi che, attraverso l'ideologia e gli impianti di controllo e, mi permetto di dire, di corruzione del sistema informativo – di fatto la forma più avanzata del drammatico limite al nostro sviluppo democratico – sono riversati nel dibattito politico ingredienti inquinanti senza nessuna remora. Sull’opinione pubblica vengono riversate delle vere e proprie menzogne senza che vi sia una qualche reazione. Abbiamo quindi un arretramento della consapevolezza collettiva che, in qualche modo, testimonia che la mancata soluzione della questione liberale – a sinistra come a destra – potrebbe avere delle conseguenze drammatiche che vanno ben al di là. Che vinca il SI o il NO al 52%, la magistratura resta comunque lesa nella sua forza e autorevolezza perché, da questo momento in poi, verrà ratificato sul piano formale che non esiste il luogo in cui la domanda di giustizia può trovare accoglienza, se non dentro i parametri ideologici e corporativi che vogliono reiterarsi ulteriormente.

 

Propongo a entrambi di svolgere delle riflessioni conclusive.

 

 

 

Signorile – Riprendo un concetto svolto dal prof. Maiello che vorrei sviluppare a mia volta su una chiave politica più immediata. Mi riferisco al ragionamento nel quale, a un certo punto, è stata evidenziata la difficoltà della politica a reggere un rapporto con una magistratura dai poteri apicali, a fronte di una politica dai poteri diffusi.

 

Montesquieu, nello Spirito delle leggi, ha costruito una lettura del diritto in atto alla quale dobbiamo fare tutti quanti attenzione. Se l'unica cosa che resta è un altro potere, quello che deve necessariamente essere guardato con grande sospetto, attenzione e preoccupazione è quando una struttura, fortemente tendente all'omogenizzazione, come quella giudiziaria, riesce a costruire un sistema di relazioni e di presenze nell'ordine di decisione. Prima l’ho chiamato, forse impropriamente, un potere apicale, cioè la capacità di modificare le leggi non seguendo la strada del voto, ma seguendo la strada dei compromessi e della costruzione delle convenienze, ecco usiamo anche questo termine. Alla politica, invece, appartiene naturalmente il potere diffuso, perché è la politica che traduce nella gestione nella vita delle istituzioni la raccolta e la costruzione del consenso così come avviene nel cuore nel tessuto diffuso del paese. 

 

È importante che ci facciamo una riflessione e ringrazio per averla sottoposta in questo modo, perché la battaglia che stiamo combattendo o sulla quale si sta facendo una riflessione diffusa alla fine è questa. La nostra è una democrazia che ha retto una condizione quasi impossibile di tenuta, col rischio reale di una guerra civile in corso, con l'esercizio reale dei poteri subalterni e dei poteri nascosti, di quella che è stata per molti anni una condizione malata che ha portato assassini e morte: ha portato all'uccisione di Moro in modo assolutamente diverso da come viene rappresentata dalla vulgata.

 

Questa condizione è quella nella quale stiamo vivendo da più di qualche anno ed è l'oggetto reale dell'azione politica. Quando sono stato invitato dal Comitato Vassalli a prestare il mio impegno, la motivazione per la quale ho accettato è sostanzialmente questa: se non operiamo correttamente e con efficacia, rischiamo di entrare in quello che può essere considerato un buco nero della democrazia italiana. Perché è vero che dopo il 23 marzo, se vince il NO, la battaglia continua per carità, ma – attenzione – altre cose continueranno in modo diverso e improprio. E allora ci troveremo di fronte ad un paese che, alle tante complesse difficoltà che sono legate alle condizioni politiche internazionali e nazionali, aggiungerà anche quello di una democrazia malata.

 

Se non ci rendiamo contro di questo, perdiamo il nostro tempo in qualche maniera, anche con la capacità e l'intelligenza e la buona fede che c'è in tanti altri. Io sono molto critico con i miei compagni della sinistra. Devo dire che tutta la mia storia personale è una storia di sinistra. Mi viene da ridere quando vedo i giudizi tranciati in questo modo, però non c'è dubbio che la motivazione reale del fronte del NO non è una motivazione qualitativa di merito. È, invece, lo scontro con il Centrodestra che governa il paese e il tentativo di creare le condizioni per la caduta della Meloni.

 

Per carità, mi va benissimo; non l'ho votato e non voterei mai per il centrodestra, ma in un contesto come questo, siccome io so quello che sto dicendo, le decisioni che sono state prese puntavano a far diventare questo referendum una sorta di condizione negativa per la quale la Meloni faceva la fine di Renzi o qualcosa di simile. Comunque si creava una situazione che aveva più aspetti di natura polemica e di contrapposizione di schieramenti, che non aspetti di merito.

 

Della democrazia governata non gliene fregava niente a nessuno sostanzialmente, nei momenti in cui venivano fatti i comitati per il NO. Questo è un elemento che non possiamo mettere da parte. In questi pochi giorni che rimangono fino alla fine del voto emerge la convinzione, che io spero condividano i miei interlocutori, che non finisce là: sia che vinca il SI e sia che vinca il NO non finisce comunque, perché altri sono diventati e stanno diventando problemi e devono essere affrontati con il taglio alto che necessita usare in simili circostanze.

 

I nostri padri ci avrebbero, da questo punto di vista, dato la loro benedizione o il loro anatema a seconda di come ci stiamo comportando. Ecco, io credo che basti questo riferimento: il potere diffuso è quello che la politica cerca di difendere, mentre il potere apicale rappresenta l’esercizio di un'autorità impropria. Io considero improprio il tipo di autorità che deriva dalla struttura giudiziaria così come si considera oggi. È improprio perché non corrisponde alla domanda di una democrazia governata come la nostra.

 

 

 

Maiello - Condivido che la posta in gioco è decisiva per il futuro e la qualità della nostra democrazia. La vittoria del NO allontanerebbe e affosserebbe, credo in maniera irreversibile nel medio-lungo periodo, il modello – nel settore della giustizia penale – dello Stato legislativo di diritto, cioè lo Stato che segna il primato delle scelte adottate dall'organo che rappresenta la sovranità. Mi pare che se davvero dovesse in maniera sciagurata, malaugurata prevalere il NO, noi avremmo imbarbarito, imbastardito, ibridato ancor più il modello e la Costituzione materiale che il nostro paese ha asseverato. Non si riuscirebbe a capire cosa sarebbe più questa nostra democrazia costituzionale: per alcuni versi sarebbe una democrazia che comunque si riconosce nella autorità della decisione parlamentare; per molti altri versi sarebbe invece una democrazia che segnerebbe la supremazia del corpo dei magistrati.

 

Soprattutto, se dovesse prevalere il NO e dunque si consolidasse ancor più il sistema delle correnti, noi avremmo – come diceva Giuliano Vassalli in quella celebre intervista al «Financial Times» del 1987 – una magistratura che, utilizzando le forme dirette ed oblique dell'interlocuzione con la politica, farà valere il proprio potere di veto, di interdizione o il proprio consenso alle scelte della politica.

 

Di questo dobbiamo essere consapevoli e quello che a me dispiace veramente tanto, ma lo attribuisco più all'inconsapevolezza per le implicazioni che si determinerebbero che a una reale volontà di sabotare questa prospettiva politica, quello che mi dispiace nei sostenitori di sinistra delle ragioni del NO è che non si rendono conto di come, con questa occasione referendaria, si rischia di perdere un'opportunità per far fare alla comunità politico sociale del nostro paese, quello che ruota intorno a questo concetto un po' informe di opinione pubblica, un salto di qualità nella direzione della maturazione democratica.

 

Infatti, io sono convinto che uno dei vulnus che ha caratterizzato la vita della democrazia reale del nostro paese è lo scollamento tra i valori della Costituzione e i valori professati nella vita di tutti i giorni. E questo io lo riscontro soprattutto sul terreno della giustizia, dove mi viene da pensare questo concetto molto semplice: le ragioni del garantismo, che sicuramente filtrano in maniera esplicita talvolta e in maniera indiretta da una lettura consapevole della carta costituzionale, non sono i valori della maggioranza del paese. E non lo sono, non nelle piazze – dove probabilmente sono condannati a essere minoranza – , ma non hanno costituito il tessuto connettivo del modo di pensare delle élite e cioè delle classi dirigenti. Questo è il dato sul quale una consapevole attività di alfabetizzazione e di pedagogia collettiva della politica dovrebbe incidere per avvicinare la realtà del garantismo costituzionale al modo di pensare e alla sensibilità, allo spirito dell'opinione pubblica, allo spirito della stampa e di chi va nei talk show televisivi a dibattere di queste questioni.

 

Se dovessero prevalere le ragioni del NO, io penso che tutto questo sarà ancor più approfondito E purtroppo dovremo registrarlo come una sconfitta cocente del processo di civilizzazione democratica e di crescita costituzionale del nostro paese. Veramente questo è il paradosso più evidente di questa campagna referendaria: e cioè che le forze di sinistra cosiddette progressiste si battono per il mantenimento di un prodotto del fascismo e della sua ideologia autoritaria, mentre le forze conservatrici reazionarie cercano di far andare avanti quel cammino di progresso che era stato attivato dalla scelta consapevole del parlamento della Repubblica con il codice Vassalli che – ricordiamolo –venne votato all'unanimità dal Parlamento. Questo paradosso rischia di pesare come una beffa sulle prospettive di miglioramento e di una più efficace agibilità della nostra democrazia nel prossimo futuro.

 

 

 

Rippa – Grazie. Questo completamento delle vostre riflessioni si collega a una considerazione che più volte abbiamo cercato di esprimere. Da molto tempo lavoro su un concetto quale la società delle conseguenze, che sarebbe quella che si produce in assenza di riforme. Ma la cosa più grave della società delle conseguenze sono le conseguenze delle conseguenze e cioè una base sociale che sempre più si sgretola e non è idonea a prendere visione di dove si va a parare. Proprio per questo, nel contesto internazionale che va disegnandosi, emerge l’assoluta necessità di una soggettività politica consapevole che non è più quella che si è nutrita nello scenario del dopoguerra, quando eravamo un paese di frontiera, quando comunque attraverso il debito pubblico potevamo far crescere un benessere che era di fatto legato alle energie soggettive del paese, ma anche a questa copertura generale.

 

Vi ringrazio e concludo dicendo che, nella misura in cui dovesse determinarsi una vittoria del NO sicuramente gli ingredienti che avete descritto sono i più puntuali, ma la stessa vittoria del SI costringe comunque a colmare il disavanzo, in quanto ci troveremo di fronte a un paese diviso ma ancor di più senza una maturità soggettiva e collettiva in grado di affrontare l'insieme di problemi che il quadro complesso che abbiamo davanti ci descrive. 

 

Ed evidentemente chiudiamo con il dirci più che mai convinti che è necessario apporre il nostro SI nella scadenza del 22/23 marzo del prossimo referendum confermativo sulla riforma della magistratura.

 

- Referendum: SI per frenare il declino. Conversazione con V. Maiello, C. Signorile di G.Rippa

(Agenzia Radicale Video)

 

 


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