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20/03/26 ore

Referendum, i No e i contro


  • Antonio Marulo

In epoca di verità alternative e di post-verità, le bugie hanno le gambe lunghe. Per questo conviene dirle, quando non si hanno argomenti fondati per convincere gli elettori a dire No alla separazione delle carriere dei magistrati. Ma ciò potrebbe non bastare. Per vincere la contesa referendaria è necessario mobilitare il popolo di sinistra affinché si comporti, per esempio, come l’eroe di Riace, Mimmo Lucano, che voterà “No, ma con tormento, contro Meloni…”; o che la pensi come l’ex presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che vuole il No vincente, “perché sarebbe la prima vera sconfitta di  Giorgia Meloni e delle destre nel nostro Paese”; o che sia convinto, come il boss del Pd romano, Goffredo Bettini, che se “la Meloni dovesse vincere il referendum, avrebbe le condizioni per instaurare una permanente svolta autoritaria”. Insomma, affinché vinca il No serve che una buona parte degli elettori di sinistra, prescindendo dal merito, si lasci persuadere da chi sta rinnegando le proprie idee per cinico calcolo politico.

 

La separazione delle carriere è stata infatti fino all’altro ieri uno dei cavalli di battaglia della sinistra. 

 

Il direttore del quotidiano Il Riformista, Claudio Velardi, ha fatto in questi giorni un utile “ripasso per gli smemorati” e in un video diffuso sul web ha ricordato quanto segue:

 

- anno1997, nella commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, la sinistra proponeva due ruoli distinti e due CSM separati, per giudici e pm; 

 

- Anno 2007, Luciano Violante dichiarava solennemente che la separazione delle carriere è obiettivo storico della sinistra riformista; 

 

- anno 2019, l’attuale responsabile giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani, firmava una mozione in cui c’era scritto che “la separazione delle carriere è ineludibile”; 

 

- Anno 2022,  il programma del Pd alle elezioni prevedeva di  “completare la separazione con percorsi di carriera distinti”.

 

Velardi ha concluso il breve video-appello esortando a non farsi prendere in giro e a usare la testa. Se non fosse che quella testa per un trentennio circa è stata educata a votare contro e mai per qualcosa o qualcuno, complici due fattori determinanti: una serie di leggi elettorali ibride e pasticciate e la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Da allora l’idea portante di tutte le campagne elettorali delle coalizioni di centro-sinistra è stata non far vincere l’avversario oppure abbattere il nemico interno, vedi Renzi alla voce referendum costituzionale sulla riforma che aboliva il bicameralismo perfetto.    

 

Se dovessero quindi usare la testa come auspica Velardi, gli elettori orientati a sinistra resteranno sensibili ai richiami ideologici di una classe dirigente ipocrita e senza pudore.

 

Lo si intuisce in questi giorni dal comportamento dei soliti noti del più conformista dei mondi: quello della cultura e dello spettacolo. Attori, comici, cantanti, scrittori, pensatori a vario titolo, uno dopo l’altro hanno dichiarato il proprio voto “in difesa della democrazia e della costituzione” più bella del mondo, attingendo al ricco repertorio di falsificazioni messe in giro in questi mesi sui presunti danni che potrebbe causare la riforma Nordio. 

 

Fra i tanti, non poteva mancare l’apporto di Antonio Scurati. Il professore, scrittore e storico sui generis di Mussolini, noto trombone dell’antifascismo degli anni 2000, si è appellato ai cittadini “che hanno a cuore le garanzie costituzionali e le libertà democratiche”, invitandoli a recarsi alle urne e a scrivere No sulla scheda elettorale, per lasciare in vigore, ironia della sorte, una legge introdotta nel Ventennio quando c’era Lui

 

Più sfumata, sobria, potremmo definirla pudica, è stata invece la presa di posizione di Nanni Moretti, il quale ci ha semplicemente informato, con foto via social, che al referendum voterà No. Il regista lo ha scritto a penna su un foglio a righe e “cari saluti”, perdendo così una buona occasione per dire “qualcosa di sinistra”.

 

Ma la perla delle perle, che vale per tutte e chiude la partita, ce l’ha donata Fiorella Mannoia. In un’accorata intervista la cantante ha spiegato che vota No perché “non ci capisco, non voglio sapere. Ho paura di sbagliare….” Che ad ascoltarla ti assale pure l’atroce dubbio sull’opportunità del suffragio universale.

 

Comunque sia, finalmente manca poco al voto. Si sparano le ultime cartucce. Il cosiddetto “campo largo” ha scelto Piazza del Popolo a Roma per il raduno di finale. Elly Schlein, famosa per i suoi giri di parole senza un apparente senso logico, volgarmente definiti supercazzole, in un passaggio del suo comizio è stata come non mai chiara nel ripetere il falso ritornello di questa campagna referendaria: “La giustizia si può migliorare ma non si migliora mettendo i giudici sotto il governo”.    

 

Se la maggioranza dei cittadini elettori crederà a questa balla, come a tante altre circolate in queste settimane, si perderà l’occasione forse irripetibile di migliorare in senso liberale il sistema giustizia, annullando l’unica legge decente approvata in questa legislatura per altri aspetti mediocre. 

 

Non solo: si darà il colpo di grazia a un istituto di democrazia diretta già fortemente delegittimato. Demolito il referendum abrogativo con l’abuso dell’astensione per impedire il raggiungimento del quorum di votanti necessario, sarebbe infatti il turno del referendum confermativo, colpito a morte dalle menzogne e dai voti contro.

 

 


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