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05/12/21 ore

Vince la sinistra, perde la destra, ma la crisi politico-istituzionale italiana è sempre più grave. Conversazione di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo



La chiusura del voto amministrativo apre una nuova fase politica. L’esito delle elezioni dei sindaci nelle grandi città ha confermato le previsioni della vigilia, ma la lettura prevalente fornita dal circuito informativo fornisce interpretazioni che non paiono recepire la natura profonda della crisi politico-istituzionale in atto e insiste nel riproporre una rappresentazione del confronto in atto conforme ai più vieti cliché da rotocalco. Partendo dal risultato elettorale, il direttore Giuseppe Rippa, conversando con Luigi O. Rintallo, prova a descrivere la situazione e a riflettere sui nodi più problematici dei prossimi appuntamenti politici.

 

 

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L.O.R. - I ballottaggi per i sindaci si sono conclusi, dopo votazioni che hanno registrato eventi di un certo rilievo sul piano politico: la bocciatura del M5S nelle città dove ha governato, il fallimento della coalizione di centro-destra quale alternativa appetibile dall’elettorato e, soprattutto, un’astensione record che è raddoppiata rispetto alla media consueta. Ciononostante l’informazione quasi non se ne occupa e preferisce direzionare il cono di luce su altro…

 

G.R. - Per dare la misura del perverso sistema informativo, basta considerare che gli approfondimenti del giorno sono tutti concentrati su un aspetto che reitera le dinamiche di un sistema politico quanto mai logorato. Oggi l’attenzione è rivolta a chi prende il posto del neo-sindaco Gualtieri alla Camera, per cui c’è ampia discussione se si candidi o meno la signora Raggi, con qualche acuto commentatore che rileva quanto sia poco opportuna una candidatura in quel collegio, i cui cittadini sarebbero stati trattati molto male dall’ex sindaca. Altri ritengono sia necessario che Giuseppe Conte si proponga per quel seggio, mentre ci sono altri ancora che respingono l’ipotesi in quanto ciò darebbe l’impressione di essere interessato solo allo scranno da parlamentare. È un modo balordo di informare, ma fatto è che i giornali su questo si concentrano, di questo trattano nelle cronache politiche.

 

Il sistema informativo reitera, amplifica e produce la forma di disinteresse per la politica e sempre più allontana una partecipazione consapevole da parte dei cittadini. Anche nel modo in cui si affronta l’elevata astensione, i media contribuiscono a deformarne i caratteri. Si dice: l’astensione non esiste, in fondo chi non è andato a votare ha voluto esprimere così la propria opinione, per cui si vede che i candidati non erano giudicati idonei. E questa sarebbe la parte più corretta del ragionamento. Però nessuno spiega come i selettori delle candidature – vale a dire i residui alogenici che rappresentano ora i partiti – siano pervenuti a questo scheletrico meccanismo.

 

L.O.R. - Il problema delle candidature sembra abbia riguardato prevalentemente il centro-destra e, in particolare, Lega e Fratelli d’Italia. Nel leggere i risultati del post-voto non mi pare che questi partiti abbiano dimostrato particolare sagacia interpretativa: attribuire l’insuccesso al ritardo nelle scelte, quando queste votazioni si sono svolte sei mesi dopo la scadenza di legge, significa incorrere nell’errore di trascurare i segnali di una mezza sconfitta per esporsi al rischio una sconfitta ancor più cocente…

 

G.R. - Il centro-destra è all’anno zero nella capacità di proporre delle candidature, soprattutto nel caso delle amministrazioni locali. Nessuno sembra prendere coscienza del fatto che le astensioni hanno sì riguardato in misura prevalente il centro-destra, ma quest’ultimo sbaglia a fermarsi alla considerazione che le astensioni lo hanno punito. In realtà, a provocare le astensioni è stato il centro-destra medesimo nel momento in cui ha operato un delirante meccanismo selettivo dei candidati a sindaco.

 

Ma le astensioni hanno ripercussioni anche sul centro-sinistra, che di fatto non ha raccolto alcun consenso aggiuntivo rispetto a prima. Aggiungiamo inoltre che il non voto invia un chiarissimo messaggio da parte dei votanti nel 2018 del Movimento 5 Stelle, evidentemente delusi dalle sue performances di questi anni.

 

L’astensione non è necessariamente un segnale di democrazia in pericolo, ma contiene in sé un percorso di allontanamento delle persone dalla partecipazione. Pertanto ci si sarebbe aspettati che, più che andare ad approfondire se si candiderà Conte o Raggi, qualcuno cominciasse a mettere all’ordine del giorno questi aspetti.

 

L’astensione fa riflettere perché, dietro le scheletriche rappresentazioni di questo centro-destra e di questo centro-sinistra, prefigura il distacco dei cittadini e il loro allontanamento dalla partecipazione consapevole. Invece, non si fa altro che alimentare le ragioni che determinano questo stato di cose e si amplifica ancor di più il divario fra elettori e politica. 

 

Quanto alle banali argomentazioni avanzate nel centro-destra per giustificare l’insuccesso elettorale, spinge a chiedersi se al suo interno ci sia davvero la capacità di dar corpo a una propria traiettoria politica.  La stessa campagna elettorale non è stata altro che una raffica di slogan reiterati e ripetuti sempre uguali, senza ottenere alcun effetto concreto sui loro stessi simpatizzanti. Viene da domandarsi come sia venuto in mente di candidare personalità così poco incisive, come ad esempio il candidato sindaco della capitale, manifestando quasi un atteggiamento spregiativo verso la stessa città. Con tutto il rispetto personale per Michetti, quello che non va è stato il modo in cui si è pervenuti alla candidatura: basta richiamare il fatto che in Francia il sindaco di Parigi è di fatto quasi il numero due dello Stato francese, in termini di identità e di ruolo.

 

L.O.R. - Come spiegare questa inadeguatezza nell’approccio a queste elezioni amministrative?

 

G.R. - Si spiega iscrivendola nella più generale crisi della politica italiana, tant’è che ciò non vale solo per il centro-destra ma investe anche il centro-sinistra. Il nostro sistema politico non ha fatto altro che camuffare il confronto interno come uno dei grandi terreni su cui si rafforza la democrazia, trasformandolo in un meccanismo che contribuisce ad esaltare tutte le conseguenze della sua stessa crisi profonda. La profondità della crisi non viene affatto discussa in tutte le sue articolazioni, ma ci si presenta anche di fronte al tema dell’astensione con un insieme di paradossi per cui da un lato la si considera legittima – e ci mancherebbe che non lo fosse in democrazia – e, dall’altro, non si approfondisce il dato di tutta evidenza che la selezione delle candidature da parte dei partiti non fa che certificare la loro catastrofe. E produce degli effetti gravissimi, perché i partiti secondo Costituzione sono i luoghi deputati all’esercizio pieno della democrazia e della partecipazione dei cittadini.

 

Una volta che la loro metamorfosi li indebolisce sino al punto di far venir meno la loro funzione, è evidente che ci esponiamo a ogni soglia di rischio degenerativo. E questa sì che sarebbe la base materiale di tentazioni autoritarie e di ricorso all’uomo forte.

 

L.O.R. - A dispetto della lettura deformante praticata da commentatori e opinionisti, che interpretano l’astensione quasi come una delega in bianco al governo in carica oppure in termini di puro e semplice disinteresse, ponendo così le premesse per dubitare financo dell’utilità di mantenere il voto popolare, va evidenziato che a mio avviso invece nel Paese è ben presente una voglia di partecipazione e coinvolgimento, come proverebbero le raccolte di firme per i referendum realizzate nell’arco di poche settimane. Va insomma sfatato il luogo comune dell’astensione come manifestazione di apoliticità e disimpegno…

 

G.R. - È assolutamente vero. Stavolta, l’elevata astensione è un segnale politico forte. Assume caratteri diversi a seconda delle aree di riferimento: nel centro-destra è la risposta all’inadeguatezza dell’offerta politica, alla scarsa credibilità dei candidati, ma anche sull’altro versante testimonia una insoddisfazione di fondo e una ricerca di nuove prospettive. E lo prova, come dicevo, proprio il fatto che il centro-sinistra non ha aumentato di nemmeno un voto il proprio consenso, anzi il contrario.

 

La maggioranza degli astenuti ha una chiara natura politica, nel senso che ricerca uno sbocco alla propria domanda di partecipazione politica e non lo trova né nei partiti, né tanto meno nelle occasioni elettorali che sono sistematicamente sabotate con la complicità di un’informazione omologata e schierata.

 

La domanda politica è forte e può trovare espressione proprio nei referendum. Questa fenomenologia non viene per nulla inquadrata, è letta soltanto secondo caratteri di schieramento fra destra e sinistra, senza rendersi conto che la destra è catastrofata dalle inadeguatezze che l’accompagnano, in termini di mancata soluzione della “questione liberale” che è proprio ciò che l’accomuna di più alla sinistra. 

 

Sarebbe stato opportuno indagare meglio la fenomenologia, ribadendo che il non voto è sì anche un diritto quando le proposte politiche sono scadenti, ma in questo caso rappresenta un chiaro segno politico della popolazione.

 

Va aggiunto che ogni volta viene offerta una sia pur parziale opportunità, come appunto i referendum, la gente si è catapultata per andare a firmarli, il che vuol dire che la domanda politica ben esiste in Italia nonostante il sistema informativo corroso e prono a una classe di potere, oramai asfittica ma pur sempre arrogante nella gestione del potere stesso.

 

L.O.R. - Ora ci troviamo di fronte a un percorso quanto mai difficile, da un punto di vista istituzionale, e contemporaneamente non si vede nei soggetti protagonisti della politica una piena consapevolezza dei nodi della crisi in atto…

 

G.R. - Ci troviamo di fronte a un tornante dal quale ancora non si intravede come si possa affrontare la crisi, così com’è andata definendosi in termini generali e che investe pure l’Europa nel suo complesso. Al di là dell’apparente compattezza determinatasi con il post-covid, si registra infatti un amalgama europeo che non riesce a prendere forma, dove non si profila alcun contorno di una comune patria europea. Mancando un barlume di carattere federale, all’UE non è dunque consentito di esercitare alcun ruolo di rilievo sulla scena geopolitica internazionale.

 

Tutti questi aspetti si intrecciano, tant’è che a suo tempo abbiamo parlato di quattro crisi concentriche: quella dell’ordine mondiale, dell’Occidente, dell’Europa, dell’Italia e del suo sistema politico-istituzionale. Dal voto amministrativo e dagli ultimi ballottaggi, i soggetti politici non sembrano aver ricavato alcuna lezione: a fronte della retorica con cui si evoca la centralità del Parlamento, il riscontro effettivo è invece che esso è sempre meno centrale. Ogni qualvolta si mira a rappresentare l’esigenza che sia il Parlamento a fornire gli indirizzi politici, scopriamo che il Parlamento è di fatto annullato, non esiste - lo dico con grande dolore -. Un dato drammatico, dal quale ricaviamo gli elementi della profondità della crisi che vive la nostra democrazia.

 

Eppure la crisi ha bisogno di scelte, di scelte che siano unitarie non nel senso del fatuo appello ripetuto in tante occasioni – a cominciare dal Capo dello Stato e dagli altri vertici istituzionali, per finire al coro conforme delle principali testate informative – ma in quello di rifornire una traiettoria possibile.

 

Uno dei possibili modi per indirizzare il dibattito in questa direzione pragmatica, di intervento sui problemi reali che ci riguardano tutti, consiste proprio nella forza rivelatrice contenuta nei referendum sulla giustizia. Costituiscono un punto di demarcazione decisivo, perché contengono in sé una verità specifica sulla giustizia, la cui domanda sale forte dal Paese ed è sentita quanto mai necessaria nei termini del riconoscimento del ruolo essenziale della magistratura che essa stessa ha parso smarrire nell’ultimo trentennio. Finché la magistratura continuerà a esercitare, in molte componenti, la sua partita negli equilibri del potere, si sottrae ai suoi compiti costituzionali e si fa parte in causa, venendo meno alla essenziale funzione di garanzia che dovrebbe rivestire agli occhi del cittadino. Con conseguenze devastanti sul piano della limitazione della propria azione nello stato democratico e pure della salvaguardia del suo prestigio di soggetto terzo imparziale.

 

I referendum sulla giustizia sono un punto di passaggio estremamente importante. Dobbiamo sperare che ci sia un grande dibattito su questi referendum, che potrebbero avere un riflesso determinante sulla percezione della crisi e sulla possibilità di vivere finalmente questa crisi nei suoi termini reali, e non secondo i criteri di falsificazione che ci vengono proposti. Aggiungo che questo fatto si collega all’altra tappa che attende il confronto politico, vale a dire l’elezione del Presidente della Repubblica.

 

Quest’ultima ha ripercussioni di non poco conto, perché si potrebbe prefigurare l’ipotesi che il PD – convinto di avere il pallino in gioco – possa essere tentato di anticipare il rinnovo del Parlamento al solo scopo di impedire lo svolgersi dei referendum sulla giustizia, in quanto giudicati troppo “destabilizzanti” per l’assetto di quell’establishment del quale il PD è il principale referente politico. È una ipotesi che ripeterebbe la uguale sequenza di comportamenti che registrammo nel 1974, a proposito del referendum sul divorzio quando ci fu il tentativo di scongiurarne a ogni costo la celebrazione.

 

L.O.R. - La logica ispiratrice dell’azione del PD è trasparente: usare il risultato delle amministrative come legittimazione per influire sulla scelta del Capo dello Stato e, se necessario, approdare al voto anticipato così da impedire il confronto sul tema dirimente della giustizia, troppo rischioso in quanto inciderebbe sui gangli essenziali del sistema di potere…

 

G.R. - Devono confermare i termini della democrazia fittizia, sulla quale si è fondato il consociativismo oligarchico che ha gestito e tuttora gestisce l’Italia. Il confronto sul referendum può rivelare un processo di consapevolezza maggiore nella società e questo non è gradito. Certo, la situazione è drammatica perché i cittadini nemmeno sanno che esisterebbero alternative, in quanto il sistema informativo ha ingabbiato la rappresentazione in una fotografia unica, una sorta di mappa riduttiva della realtà con figure modeste che stanno lì a mimare un processo di democrazia fittizia, che in realtà è accompagnato da interessi finanziari di quegli stessi soggetti che detengono l’informazione in Italia.

 

Si ingabbia così il dibattito, in modo da non consentire alterità possibili. Un disegno nefasto e rischioso, perché alla crisi non si danno così soluzioni, tanto più che il contesto rimane fragile complessivamente: la condizione economica resta precaria, nonostante l’aumento del PIL che si innesta sul tracollo precedente e pertanto rivela ancora la sua debolezza nei confronti delle altre nazioni. E se si pensa che quasi la metà dei fondi ricevuti nella prima tranche del PNRR è destinata al reddito di cittadinanza, abbiamo la misura di come prevalga una logica puramente assistenziale che non milita a favorire una reale ripresa.

 

E questo si spiega col fatto che dal centro-destra al centro-sinistra si è rinunciato ad affrontare la soluzione della “questione liberale” nel nostro Paese, sia in termini di diritti che in termini di economia e di rapporto tra cittadini e istituzioni. 

 

(Disegno da Fondazione PER)

 

 


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