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05/12/21 ore

Amministrative 2021: il centrodestra ha perso, il centrosinistra non ha vinto. Conversazione di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo



All’indomani del voto amministrativo, Giuseppe Rippa commenta, conversando con Luigi O. Rintallo, la situazione politica evidenziando come molte letture del post-voto siano viziate da pregiudizi e forzature…

 

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Luigi O. Rintallo: Il risultato della tornata elettorale del 3-4 ottobre ha deluso le aspettative del centro-destra, che non è riuscito a conquistare al primo turno nessuna delle grandi città, ma ha anche contraddetto la narrazione di tanti che si dicevano preoccupati di un debordare delle “destre”. A posteriori, l’esito deludente è stato spiegato con la considerazione che il prevalere al suo interno delle forze populiste avrebbe impedito al centro-destra di essere competitivo coi candidati avversari, per lo più espressione di un establishment consolidato. Cosa pensi al riguardo?

 

Giuseppe Rippa: Senza dubbio il centro-destra non ha raccolto la messe di voti che i sondaggi da qualche mese gli vanno attribuendo, mettendo però nel conto quanto i sondaggi sono sovente inattendibili. Credo sia comunque significativo ricordare due elementi di fondo: il voto amministrativo nelle grandi città, che sono state in realtà capofila di migliaia di altri centri chiamati al voto in questa occasione, ha segnato una profonda delusione per il centro-destra; d’altro canto, c’è da considerare che il modo in cui il centro-destra ha affrontato questa campagna elettorale ha rivelato tutta la sua incapacità ad avere una linea d’indirizzo capace di raccogliere quel consenso che, pure, nel Paese sembrerebbe maggioritario.

 

Colpisce l’interpretazione pressoché unanime di un KO che il centro-destra avrebbe subito, mentre si accantonano altri fattori che il voto ha evidenziato. 

 

L.O.R: Quali sono?

 

G.R: Innanzi tutto, emerge come prima considerazione che proprio nelle grandi città – se vogliamo prenderle come centro rivelatore del voto – ha votato meno della metà dei cittadini aventi diritto. Al consueto 25-30 % di persone che, normalmente, non partecipa alle elezioni per indifferenza se ne sono aggiunte altrettante. Una ulteriore aggiunta di astenuti che, a mio avviso, ha inteso lasciare un segno che testimonia in modo chiaro quanto poco soddisfino le formulazioni proposte dai candidati. I quali, come si è visto, per il centro-destra si sono dimostrati clamorosamente fragili. Anche se va pure sottolineato che lo stresso centro-sinistra, quando ama affermare che aveva candidati particolarmente emblematici e significativi, si esercita in un processo di falsificazione informativa perché così non è.

 

L’elevata astensione fa capire come non sia effetto di una disaffezione dovuta a una specifica situazione, ma rappresenta una parabola che prende sempre più forma e testimonia una insoddisfazione per l’offerta che viene sottoposta all’esame dei cittadini elettori. Gli stessi successi del centro-sinistra a Bologna e Milano rispondono da un lato alla conferma della tradizionale egemonia della sinistra in Emilia e, dall’altro, ha visto il sindaco milanese Sala trovarsi nella condizione favorevole di raccogliere un consenso allargato al di là di specifici meriti nella gestione della città. 

 

Il voto di Napoli merita, forse, una qualche considerazione in più. Il risultato si colloca dopo i due mandati di De Magistris, che si segnalano per la loro assoluta inconsistenza amministrativa. Anche in questo caso, la candidatura del centro-destra si caratterizzava per essere del tutto impropria, raccogliticcia, in contrasto con  le passate prese di posizione polemiche verso le candidature di ex magistrati a ruoli politici.

 

Si raccolgono poi altri motivi di perplessità. Mi ha molto colpito che il segretario del PD, Enrico Letta, abbia voluto affermare che Berlusconi – oggi tornato in prima pagina per il processo Ruby ter che registra un ulteriore attacco alla sua già malmessa credibilità – sarebbe l’unico federatore possibile del centro-destra. È singolare come al leader di FI sia assegnato, di volta in volta, il ruolo dello statista o dell’ignobile personaggio subentrato sulla scena politica, così come risulterebbe dal processo riproposto in modo amplificato sui giornali di questa settimana.

 

A ben guardare, poi, quanto al centro-destra la mappa di queste elezioni amministrative è per lo più confermativa delle precedenti. Non c’è chissà quale scostamento: il fatto è che prima hanno caricato l’aspettativa di fenomenali risultati e poi, dopo una mazzolata mediatica alla vigilia del voto con la rivelazione di inchieste scandalose alle quali il centro-destra medesimo si è consegnato mani e piedi, si è data enfasi alla sua sconfitta nelle grandi città.

 

Si tende ad accomunare l’insuccesso della Lega a quello dei 5Stelle, ma non mi pare davvero siano paragonabili. Quella dei 5Stelle non è una sconfitta elettorale, ma è piuttosto un disastro politico. Sono scomparsi totalmente dalla scena, al punto tale che – pur nella devastante gestione del Comune di Roma – solo Virginia Raggi, arrivando quarta, è l’unica a preservare un certo livello. Nell’area napoletana, al di là della sfacciataggine con cui Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Roberto Fico hanno sgomitato per salire sul palco dei vincitori, non si capisce proprio cosa ci sia da vantarsi: dal 40-50% che avevano sono precipitati in città sotto il dieci per cento, non riuscendo nemmeno nell’obiettivo di essere determinanti per il successo di Manfredi.

 

Pur perdendo a Roma, Virginia Raggi col suo 19% è l’unico segno di esistenza del movimento grillino. Poco si evidenzia nel racconto post-elettorale tutto questo, come pure è da segnalare un’altra anomalia che riguarda il modo di presentare le Sardine nella realtà di Bologna: è emerso con tutta evidenza come quel movimento altro non sia che una emanazione del PD, altro che soggetto autonomo e spontaneo. Il loro presunto pseudo-leader, Sartori, lamenta pure di non essere stato adeguatamente difeso dal partito, a conferma del loro camuffamento che nasconde l’essere solo gli eredi dei figiciotti  di un tempo (ndr.:i militanti della Federazione giovanile comunista italiana – FGCI).

 

In fondo, di questi movimenti si può dire che non esprimono alcun tipo di cambiamento ma, anzi, contribuiscono al mantenimento dello status quo in un momento in cui il quadro generale precipita e i partiti fanno harakiri. Ripeto che un’astensione che supera il 50% nelle più grandi città del Paese sarebbe stata meritevole di una maggiore attenzione, per il significato di delegittimazione che essa contiene e che non si spiega certo con la ridotta attrazione delle liste civiche. Indica che prosegue il percorso di declino dell’intero sistema politico-istituzionale, e raccontarlo soltanto nei termini del mancato successo del centro-destra è fuorviante.

 

È evidente che ora si giocherà una partita di rappresentatività alla nomina del prossimo Presidente della Repubblica, poggiandosi sui risultati di queste grandi città che avrebbero espresso una presunta maggioranza di consensi al centro-sinistra. Il continuismo resta l’asse portante di questa stagione politica, dove al PD va assegnata la parte di attore primario del processo restaurativo nel segno purtroppo di un più generale declino della politica in quanto tale.

 

L.O.R: Nella lettura del post-voto, a mio avviso, si possono individuare almeno tre forzature che hanno prevalso nel racconto di quasi tutte le principali testate informative. La prima riguarda l’interpretazione dell’astensione come un tacito consenso all’azione di governo in atto, quasi a confermare una soddisfazione da parte dei cittadini per come stanno andando le cose. Una seconda considerazione, molto gettonata fra i commentatori, presenta qualcosa di poco convincente e cioè che il centro-destra avrebbe perso per aver fatto prevalere le istanze sovraniste più estreme, mentre mi sembra che nessuno dei candidati presentatisi possa minimamente essere individuato come tale. Piuttosto il contrario, a cominciare dal milanese Bernardo che, nel simbolo della lista di sostegno, mette un Duomo arcobaleno, quasi ad occhieggiare verso il mainstream più conforme. Infine, mi pare altrettanto lontano dal vero il convincimento, espresso soprattutto dall’interno del PD, secondo cui si vince allargando il più possibile la coalizione di centro-sinistra coinvolgendo in primo luogo i 5Stelle di Giuseppe Conte.

 

G.R: Sono tre osservazioni che condivido. Parto dall’ultima: se l’allargamento del PD va verso il coinvolgimento del M5S che è in pratica catastrofato, vuol dire che ci si allarga nello spazio di tenuta con una delle gambe del tavolo che è già nel vuoto di un baratro. È paradossale pensarlo, visto quanto accaduto a cominciare da Napoli dove i 5Stelle sono tracollati e l’esultanza dimostrata di fronte ai riflettori lascia inevasi tutti i nodi politici, nella loro impossibilità di chiarimento.

 

Quanto al sovranismo come causa della sconfitta non saprei dire, ma credo che i candidati presentati erano obiettivamente inadeguati piuttosto per la loro debolezza e ridotta incisività. Fatto sta che la stessa Giorgia Meloni ha dimostrato in questa occasione poca capacità politica, perché così come è stata giocata la partita ha consegnato nelle mani del centro-sinistra un assist formidabile per avere una piattaforma di legittimazione al fine di eleggere per la quarta volta consecutiva il candidato al Quirinale che sia il suo più conveniente. L’interpretazione secondo la quale il sovranismo sarebbe stato sconfitto, fa parte del modo in cui tutti i  giornali presentano ai loro lettori un’unica chiave di lettura.

 

Al pari dell’altro ricorrente refrain sul fascismo ritornante: questa destra è inutile e incapace, non ha nessuna sostanza politica. E questo perché – come il PD nel centro-sinistra – non ha risolto la questione liberale. È una situazione che inesorabilmente si conferma nella scenografia allestita dalla nostra informazione, che lascia sgomenti per le rappresentazioni assolutamente improbabili che continuamente ripropone. A questo punto c’è da domandarsi perché stampare tante testate, quando si serve una sola pietanza informativa: basterebbe un ciclostile affisso sul muro. 

 

Per quanto riguarda invece la lettura dell’astensionismo come tacito consenso al governo, direi che è un’affermazione che lascia il tempo che trova. Sì, Draghi viaggia per conto suo ma estendere il consenso al governo di coalizione nel suo complesso, comprese le dichiarazioni dei leader a margine che continuamente battibeccano fra loro, mi pare davvero una forzatura.

 

L.O.R: Stiamo per avvicinarci a un passaggio istituzionale abbastanza complesso, con un ragionamento che ricorre frequentemente per cui, se Draghi fosse nominato al Quirinale, si porrebbe il problema del governo e di conseguenza la possibilità di elezioni politiche anticipate. Va detto, tuttavia, che c’è qualcosa che non va già ora rispetto all’azione del governo, senza bisogno di aspettare le probabili fibrillazioni del prossimo febbraio 2022 quando inizieranno le votazioni per il Quirinale. Non rischia anche il governo Draghi di concludersi come tanti altri in passato, dal momento che finisce per essere un esempio di millantato credito rispetto alla capacità di risoluzione dei problemi? A questo punto Draghi non si trova nella difficoltà oggettiva di essere poco credibile, non tanto per sé stesso quanto per la ridotta incisività di quell’apparato pubblico, che dovrebbe poi mettere in atto il processo decisionale ma – va riconosciuto onestamente – non è nelle condizioni di farlo?

 

G.R: Vanno considerate due cose fondamentali. I punti di forza di Draghi sono la sua abilità dopo otto anni alla BCE, con il consenso e l’autorevolezza che gli viene dall’Europa e dal resto del mondo, e il fatto che in questi mesi è riuscito – grazie anche all’opera del generale Figliolo – a conseguire un qualche risultato nel fronteggiare la pandemia e organizzare la campagna di vaccinazione, nonostante il freno a mano tirato del Ministero della Salute guidato da Speranza e il cumulo di contraddizioni che l’intero governo condensa. I risultati ci sono stati e questo gli dà forza.

 

Per il resto, rimane il quadro sgangherato e privo di linearità che abbiamo imparato a conoscere e che non ha le caratteristiche per misurarsi con le situazioni reali. Siamo riusciti a strappare la prima tranche dei sostegni europei, ma ignoriamo se le prossime arriveranno con la stessa agilità. Così come ignoriamo se vi sarà la capacità operativa per portare a termine tutte le operazioni collegate al recovery fund. D’altronde in un Paese che per anni è stato all’ultimo posto per l’utilizzo dei fondi UE, perché dovrebbe scattare uniformemente e con grande agilità nella direzione di un utilizzo intelligente delle risorse? Non è da escludere che proprio questa situazione potrebbe compromettere il passaggio alla seconda e terza fase. 

 

È indubbio che c’è una contraddizione in atto per quanto riguarda la vicenda del Quirinale. Un giorno viene fatta passare l’indisponibilità di Mattarella a un reincarico, ma poi assistiamo alla sua presenza quotidiana su tutti i telegiornali quasi ci fosse la volontà di illuminare il presidente uscente come l’unica soluzione possibile. 

 

Tutti i caratteri della complessità della crisi italiana sono rimasti sul tavolo. Sono convinto che la questione del governo, essa riguarderà anche il modo in cui il PD intende affrontare questo passaggio istituzionale della nomina al Quirinale. Certo è che il quadro italiano resta stabile nella sua ingovernabilità, tant’è che adesso si può concludere che l’astensione non ha fatto altro che indebolire gli attori che dovrebbero decidere, rivelando di essere ancor più inadeguati e impotenti. A questo punto può accadere di tutto, anche perché uguale stato di incertezza si registra a livello internazionale se guardiamo alla Francia e alla Germania e alle loro scadenze elettorali avvenute di recente o prossime.

 

 


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