Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

03/07/22 ore

La sinistra italiana e la questione liberale



di Gianfranco Spadaccia

 

Nel suo recente colloquio con il Presidente della Repubblica, Eugenio Scalfari ha ricordato come, affrontando oltre venti anni or sono il problema del rapporto fra sinistra italiana e liberalismo, Napolitano parafrasò la famosa frase di Benedetto Croce sul cristianesimo, affermando: “Non possiamo non dirci liberali”.

 

Un bel modo per eludere la questione rimanendo nel solco della strategia di Palmiro Togliatti che aveva riservato fin dal primo dopoguerra una attenzione costante e un rispetto non solo opportunistico alle teorie liberali, in particolare allo storicismo, con l’intenzione di attrarre nelle file del “partito nuovo” (il PCI del dopoguerra) le nuove generazioni della borghesia intellettuale e delle professioni.

 

Se guardiamo al Partito Democratico di oggi come perno e organizzazione maggioritaria della sinistra italiana dobbiamo prendere atto che, sia nelle sue componenti postcomuniste che in quelle postdemocristiane, il suo modo di affrontare la questione liberale si rivela assai più falso, elusivo e opportunistico, collocandosi in definitiva molto al di sotto perfino della strategia togliattiana indirettamente evocata da Napolitano.

 

Eppure il PD nasceva dalla proclamata intenzione di portare ad unità dopo il lungo processo dell’Ulivo in un unico soggetto politico ‒ accertato il rifiuto di Bertinotti e dell’estrema sinistra ‒ almeno le componenti della sinistra riformatrice non solo postcomuniste e postdemocristiane ma anche liberali, laiche, ecologiste, socialiste.

 

L’esplicita offerta di Pannella di una partecipazione radicale al processo costituente del nuovo partito, espressa attraverso la candidatura alle primarie indette per la segreteria del PD, fu allora rifiutata. Poiché era una candidatura che non poteva impensierire Veltroni e insidiarne la vittoria, si deve ritenere che lo fu perché chiedeva di allargare la partecipazione a nuovi protagonisti che potevano rimettere in discussione equilibri di potere e indirizzi politici faticosamente raggiunti.

 

Le porte del nuovo partito rimasero perciò chiuse non a singole personalità (in quanto tali sempre bene accette) ma alle forze politiche organizzate di queste aree di origine non democristiana e non comunista. La conseguenza fu una difficile fusione della ex Margherita e degli ex DS, realizzata attraverso la pura e semplice giustapposizione dei loro due apparati.

 

È d’altra parte inutile ricordare il diverso e opposto trattamento riservato dal PD, nella sua politica delle alleanze, da una parte a forze di connotazione liberale e laica (radicali e socialisti) e dall’altra a forze di marcata connotazione illiberale come l’Italia dei Valori di Di Pietro o SEL di Vendola da parte sia di Veltroni nelle politiche del 2008 sia di Bersani in quelle del 2013 e come il trattamento riservato a entrambi questi alleati privilegiati e garantiti sia stato poi ripagato dall’IdV nella legislatura precedente e da SEL nell’attuale.

 

Si potrebbe infatti obiettare che i comportamenti seguiti nella politica delle alleanze e i criteri di apertura ad altre forze nel momento del suo processo costituente potrebbero infatti valere solo come indicatori o spie del quoziente di liberalismo di un partito “a vocazione maggioritaria”, per usare una definizione del PD cara a Veltroni.

 

Al di fuori di ogni considerazione moralistica e di ogni piccolo patriottismo di gruppo o di partito, si deve astrattamente riconoscere che una forza politica che abbia l’ambizione di chiamarsi partito democratico e che fosse davvero sicura delle proprie capacità di rinnovamento e di riforma di se stesso e del paese, potrebbe perfino decidere deliberatamente e legittimamente di lasciar fuori e abbandonare a sé stesse forze politiche di origine laica e liberale ritenute ormai prive di vitalità e di capacità di autoaffermazione.

 

Mitterrand usò entrambi i criteri, di apertura nei confronti del PSU di Rocard (che pure poteva a giusto titolo considerare un suo potenziale concorrente), dei radicali di sinistra, di altre forze minori e il criterio opposto, di contenimento se non addirittura di chiusura e di liquidazione, nei confronti dei vecchi apparati di Mollet e di Defferre.

 

Eppure Mitterrand e il suo partito della Rosa nel pugno si erano dovuti cimentare non con Berlusconi ma con De Gaulle e con una destra che ha espresso nel corso dei decenni presidenti della Repubblica o del Consiglio del calibro di Pompidou, Giscard d’Estaing, Debré, Chirac e avevano dimostrato di saper accettare e consolidare, dopo averle combattute, le riforme volute da De Gaulle correggendone l’iniziale antieuropeismo e di saper rinnovare profondamente il partito socialista e la sinistra francese.

 

Con tutta evidenza non è questo però il caso del PD. Se non necessariamente sulla politica delle alleanze, dobbiamo decidere su quali parametri si misurano le capacità riformatrici di una sinistra democratica e il suo quoziente di liberalismo (includendo in questa definizione ogni politica non solo rivolta a una promozione delle libertà individuali anche imprenditoriali ma soprattutto ogni politica volta a realizzare lo Stato di diritto e una situazione non solo di rispetto ma di promozione della ‒ e, dove necessario, di rientro nella ‒ legalità)...

 

- prosegui la lettura dell'articolo su Quaderni Radicali 109, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Un domani al Partito democratico di Giuseppe Rippa


Aggiungi commento