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03/07/22 ore

Giustizia e diritti, Renzi non dice nulla sui referendum


  • Luigi O. Rintallo

Nel suo recente articolo, dove affrontava il tema della riforma della giustizia, Angelo Panebianco dichiarava il suo pessimismo circa la possibilità che questa potesse avvenire. Secondo l’editorialista del Corriere della Sera, un potere forte come è diventato quello della magistratura italiana non si sottomette a un potere debole, quale è quello della politica oggi.

 

Di conseguenza egli concludeva che i mutamenti, che pure sono necessari, possono avvenire soltanto con una lenta opera culturale, incentrata sulla formazione dei futuri togati che dovranno emanciparsi da comportamenti e vizi assunti nel corso degli ultimi decenni.

 

Una conclusione scoraggiante, anche perché gli effetti di quei vizi e comportamenti ricadono su un Paese allo stremo che non ha da fare i conti solo con la “guerra dei vent’anni” fra Cavaliere e toghe. Purtroppo, la contro-produttività del sistema giustizia in Italia investe ogni ambito sociale ed è uno dei fattori decisivi che rendono quasi irrisolvibile la crisi che stiamo vivendo. Soggetti politici che si candidano a cambiare il Paese non possono non rendersene conto.

 

Quando vediamo i “renziani” aggirare il problema dell’emergenza democratica posto dalla tracimazione del potere giudiziario, avvenuto in spregio agli originali dettami costituzionali, viene da domandarsi come mai si comportano così. Forse non vedono che consegnare le azioni di intervento sociale, economico e politico all’eccesso di interventismo e protagonismo di pubblici ministeri, che non rispondono a nessuno del loro operato, significa condannarsi all'inoperativita'?

 

Dalle modifiche dei criteri delle retribuzioni pubbliche agli accordi sindacali o ai modi di espressione della sovranità popolare, abbiamo assistito negli ultimi tempi a un continuo intervento della magistratura che ha avuto come principale effetto l’immobilismo e la preservazione delle sacche di tutela corporativa. Non porsi il problema per non andare in collisione con la lobby mediatico-giudiziaria che pretende di dettare l’agenda politica senza mai mettersi in gioco realmente nell’agone elettorale, è un indizio di profonda debolezza e sottomissione.

 

Per questo è urgente che, sul versante dei referendum radicali sulla giustizia, venga un segnale chiaro da parte di chi intende promuovere una nuova stagione politica, all’interno del centrosinistra. Finora abbiamo solo avuto generici riconoscimenti, mentre occorre avere il coraggio di pronunciarsi sulla loro essenzialità nell’attuale momento politico.

 

La corporazione giudiziaria difende con forza i vantaggi acquisiti nel tempo, può giovarsi dell’aura di sacralità che le deriva dal sacrificio di alcuni eroi come Falcone e Borsellino, pure spesso assai contrastati dall’interno della corporazione stessa, tuttavia non è un monolite e presenta varie sensibilità.

 

Arrendersi al potere di veto di alcuni dei suoi esponenti dotati di più visibilità può significare soltanto che dietro la retorica del nuovismo e del cambiamento, vi è solo un’operazione gattopardesca. L’impegno sui referendum radicali serve a smentirlo.

 

 


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