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14/08/18 ore
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Luigi Di Maio, ministro del sotto-sviluppo economico


  • Antonio Marulo

Il confronto televisivo Di Maio-Boccia, da Enrico Mentana su La7, ha fatto emergere la distanza non piccola che separa oggi il Governo da Confindustria sulle prime mosse economiche volute o annunciate dal ministro del Lavoro.

 

Dal punto di vista grillino ciò potrebbe essere interpretato come un ottimo segnale che si sta andando nella direzione giusta: contro l'establishment, i poteri forti, la casta e bla bla bla. Se si osservano le cose con meno faziosità, provando a capire dove portano certe scelte, si ha invece la conferma di quanto l'approccio grillino, improntanto perlopiù al sottosviluppo, possa diventare controproducente al di là delle buone intenzioni.

 

Prendiamo ad esempio il Ceta. L'idea grillo-leghista di partenza è nobile: difendere la nostra produzione di qualità, oltre che la salute dei cittadini, ammesso che sia in pericolo. Ma in che modo? A quanto pare non ratificando l'accordo commerciale Canada-Ue, come da richieste della Coldiretti.

 

In proposito il presidente di Confindustria ha ieri descritto quali siano i rischi che si corrono se per difendere alcune questioni specifiche, si perde di vista il quadro generale, d'insieme. Quest'ultimo ci dice che nel primo anno di sperimentazione degli accordi con il Canada, in attesa della ratifica nazionale, l'Italia ci ha guadagnato, con una crescita significativa delle esportazioni e un saldo positivo rispetto alle importazioni dal paese nordamericano.

 

Certo, quando si chiudono degli accordi non si può pretendere di ricavarne solo vantaggi. Qualcosa bisogna pur cedere alla controparte, nei limiti dell'accettabile. Nella fattispecie, secondo Di Maio, non è invece accettabile dare il via libera all'ingresso in Italia del grano canadese trattato con sostanze chimiche o la carne agli ormoni, per non parlare dei formaggi simili nel nome ma non il gusto al nostro glorioso Parmigiano.

 

Su questa base si sono levati così gli scudi in presunta difesa dell'agricoltura nostrana, pronti però – dati alla mano - a rinunciare a un'intesa che nel complesso favorirebbe il nostro commercio di qualità e quindi il sistema-paese.

 

Anche il contrasto alla delocalizzazioni cosiddette selvagge, di fatto la fuga all'estero col bottino di quelle imprese che scelgono altri paesi per le proprie produzioni subito dopo aver usufruito di finanziamenti pubblici, in linea di principio non può che essere condivisibile. Tuttavia non convince il modo per raggiungere l'obiettivo, che punta a colpire gli approfittatori con norme poco ragionate e generalizzate, che di fatto possono scoraggiare l'investimento nel nostro paese da parte di chi, la maggioranza, non ha intenzioni truffaldine.

 

Quanto ai contratti a termine, l'idea nota è quella di dare "dignità" al lavoro con la stabilizzazione dei rapporto, favorita - nelle intenzioni - da una maggiore rigidità del mercato. Ma il risultato immediato di questo colpo di genio non potrà essere che quello stimato dall'Inps. Sulla cifra di 8mila posti di lavoro si può anche discutere se sia esagerata o plausibile. Ciò che non si può negare è l'effetto indiscutibilmente negativo sull'occupazione di una legge pasticciata.

 

Non a caso in queste ore Luigi Di Maio, dopo aver gridato al complotto, ha annunciato correttivi al suo capolavoro, al fine di stimolare il ricorso ai contratti di durata indeterminata. Pare che siano allo studio bonus e palliativi simili, quando invece ci vorrebbe ben altro e di più strutturato. Purtroppo non ci sono grandi idee in proposito. Tanto meno si dispongono di soldi per metterle in pratica. E se poi questi si trovassero, non potremmo farci tante illusioni: sarebbero già destinati al reddito di cittadinanza...

 

 


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