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21/11/17 ore

Dj Fabo, Marco Cappato a processo per essere liberi di scegliere



È partito il processo a Marco Cappato, autodenunciatosi per l'aiuto fornito a Fabiano Antoniani nell’ottenere assistenza medica alla morte volontaria del DJ in Svizzera. In base al divieto del 1930 del Codice penale, Cappato rischia da 5 a 12 anni di carcere.

 

Se invece sarà assolto – afferma in un comunicato l'Associazione Luca Coscioni - "saremo tutti più liberi di scegliere" su una questione che aspetta da anni una regolamentazione.

 

Il fine vita in Italia è un tema attualmente affossato nelle aule del Senato, dove da mesi la legge sul biotestamento è impantanata. Per questo - sottolinea Filomena Gallo - “i giudici in Italia sono costretti a sopperire all'immobilità del legislatore intervenendo e confermando di volta in volta tutele costituzionali fondamentali”.

 

Per l'avvocato e Segretario dell’Associazione Luca Coscioni “il processo a Cappato rappresenta un altro momento fondamentale per tentare di affermare la prevalenza dei principi costituzionali sul codice penale risalente al periodo fascista”.

 

In concomitanza con l’inizio del processo è partita anche la campagna sul web #ConCappato, per quanti vorranno sostenere la coraggiosa azione legale.

 

I pm di Milano Tiziana Siciliano e Sara Arduini avevano chiesto nei mesi scorsi di archiviare l’inchiesta su Cappato, scattata dopo la sua autodenuncia, o di sollevare una questione di costituzionalità della norma sull’aiuto al suicidio. Il gip Luigi Gargiulo ha invece ordinato l’imputazione coatta: avendo prospettato a Dj Fabo una dolce morte qualora si fosse rivolto a alla struttura svizzera, Cappato, secondo il gip, non solo lo avrebbe aiutato a morire ma avrebbe anche rafforzato il suo “proposito di suicidio”.

Per la Procura, invece, avrebbe semplicemente aiutato una persona ad esercitare il diritto di morire con dignità. Dopo l’imputazione coatta, Cappato ha scelto di andare direttamente a processo con rito immediato saltando l’udienza preliminare.

 

Per dimostrare le condizioni fisiche in cui si trovava Fabiano e la lunga agonia a cui sarebbe andato incontro nel morire senza supporto medico-farmacologico, in aula a Milano verrà proiettata l’intervista rilasciata dal 40enne a “Le Iene”. Il filmato integrale (tutto il ‘girato’ dell’intervista, mai mostrato prima) dello scorso gennaio sarà visionato dai giudici togati e popolari in una delle due udienze già fissate per il 4 e il 13 dicembre, in cui saranno anche sentiti tutti i testimoni.

“Chiediamo la visione in aula di questo documento di particolare rilevanza – ha spiegato la pm Siciliano – non per volontaria scenograficità, ma perché la riteniamo opportuna assieme all’escussione come testimone del giornalista (Giulio Golia, ndr) per spiegare le effettive condizioni prima, dopo e durante e per come si possono ricavare dalle immagini”.

 

I pm hanno anche chiesto e ottenuto di acquisire al dibattimento una copia del codice penale svizzero, una brochure sulla clinica ‘Dignitas’ vicino Zurigo, dove Dj Fabo e’ morto il 27 febbraio scorso, una serie di fotografie ritraenti la struttura, “il certificato del dottor Veneroni sulla dimissione dal reparto di unità spinale” di Dj Fabo, “un certificato del dottor Veneroni sulla sua patologia”, la certificazione clinica con l’anamnesi, le indicazioni delle terapie che Fabo assumeva e le posologie dell’assunzione dei farmaci.

 

Tra i testi della Procura la madre del 40enne e la fidanzata Valeria, il medico curante e un consulente dei pm. Anche i legali Massimo Rossi e Francesco Di Paola hanno citato la mamma e la compagna di Antoniani e il medico Mario Riccio, che staccò la spina a Piergiorgio Welby. “Un teste importante”, ha precisato la difesa, che ha fatto proprie anche le richieste dei pm.

 

Sarà ascoltato in aula anche Marco Cappato, che da parte sua ha ribadito di essersi “autodenunciato perché ci deve essere un’assunzione di responsabilità. Ho chiesto di andare a processo con rito immediato perché è un’occasione per verificare quali sono i diritti di scelta di chi vuole interrompere la propria sofferenza ma anche di chi vuole continuare con le terapie». (red.)


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