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21/11/17 ore

Troll russi a Westminster: la manipolazione dei governi sulle notizie online



Fece molto parlare allora e contribuì ad alimentare il sentimento anti-islamico dopo l'ennesimo attentato. Si tratta di una foto postata su Twitter alcune ore dopo l'assalto terroristico sul ponte di Westminster che uccise 5 persone. L'immagine ritrae una donna col velo che passa davanti a una delle vittime, apparentemente intenta a controllare il suo telefonino.

 

Il messaggio di accompagnamento recitava "alla donna musulmana non importa nulla dell'attacco terroristico, cammina come se niente fosse davanti a un uomo morente, mentre controlla il telefonino #PrayForLondon # Westminster #BanIslam".

 

L'account su cui fu pubblicata si chiama Southlonestar, che si è scoperto essere un troll, ovvero uno dei 2700 falsi profili creati ad arte da una "fabbrica di troll" russa. La notizia è stata diffusa oggi dai media britannici, sulla base di un nuovo rapporto dal quale emerge l'attività ormai non più tanto oscura sui social media sotto il regime di Vladimir Putin.

 

La foto fu scattata da Jamie Lorriman, che spiegò come la donna fosse chiaramente "traumatizzata" e "visibilmente afflitta", che era solo una delle centinaia di persone in fuga dal ponte di Westminster per evitare di guardare l'"orrore che li circondava". "Il suo comportamento- disse- è stato completamente in linea con quello di tutti gli altri sul ponte, ma di loro non si sta supponendo che abbiano ignorato lo scenario".

 

Tale spiegazione non valse a nulla. La foto e il twitt incriminato raggiunse l'obiettivo di manipolare l'informazione a uso e consumo desiderato.

 

Questa pratica si diffonde,ormai, non solo in Russia, non solo in Cina.

 

Cresce infatti il numero di governi che provano a manipolare la rete per distorcere in qualche modo le informazioni attraverso i social media. Questa tendenza, ritenuta una grave minaccia per la democrazia, emerge da uno studio condotto su 65 paesi dalla ong Freedom House, dal titolo Freedom of the net.

 

In particolare sono 30 i governi che impiegano una qualche forma di manipolazione per distorcere le informazioni on-line, contro i 23 di un’analoga ricerca effettuata l’anno scorso. Tra questi figurano anche Turchia, Venezuela e Filippine, Messico e Sudan.

 

Fra le tattiche utilizzate vi sono i commentatori pagati dalle autorità, i “troll”, i “bots” – ovvero gli account automatizzati – falsi siti di notizie e canali di propaganda: tecniche che “sono assai più difficili da contrastare rispetto ad altri tipi di censura quali l’oscuramento dei siti”, come commenta lo studio.

 

Secondo Fredom House il 2017 è il settimo anno consecutivo in cui si registra una diminuzione globale della libertà su internet. Per il terzo anno di fila il principale colpevole è il governo cinese, ma non mancano altri esempi come “l’esercito della tastiera” impiegato dalle autorità filippine (con una paga giornaliera di 10 dollari) per dare l’impressione di un forte sostegno popolare alla brutale campagna contro la droga varata dal presidente Rodrigo Duterte e costata la vita a migliaia di persone.

 

Secondo il rapporto la disinformazione ha avuto un ruolo importante nelle elezioni in almeno 18 Paesi nell'ultimo anno, tra cui - ma questa non è una novità - gli Usa. In Europa occidentale, si segnala la presenza di fake news sulle elezioni nei 4 Paesi esaminati: Italia, Francia, Germania e Regno Unito.

 

Secondo Sanja Kelly, direttrice del progetto Freedom on the Net, "i governi stanno ora utilizzando i social media per sopprimere il dissenso e far progredire un'agenda antidemocratica". 

 

 


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