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20/08/22 ore

Human Condition di Domenico Canino e La lotta nella mia mente di Stefania Fabrizi


  • Giovanni Lauricella

Due mostra diverse, un'unica sensazione: la specie umana si sente minacciata. Non è una valutazione artistica, questa mia, bensì un’ interpretazione sociologica del male che ci attanaglia.

 

I tempi che corrono non sono affatto rassicuranti; si teme il futuro al punto che, come ho scritto in "Un paese di gente seduta", ci si rifiuta di considerarlo per non avere troppi dispiaceri. Uno dei ruoli che ha avuto nel tempo la collocazione storica dell’artista è stato quello di medium, di interprete della condizione umana.

 

L’anno scorso Thomas Lange in "Vuoto" alla galleria Volume!, l’ex giovane selvaggio berlinese con la collaborazione di Davide Sarchioni riempiva la galleria con schizzi di colore rosso e metteva in evidenza una parete dove venivano conficcate riproduzioni di teste mozze esprimendo il vuoto esistenziale che stiamo attraversando, qui in Agenzia Radicale recensita il 7 dicembre 2014.

 

Mai come oggi è evidente questa funzione, che sprona gli artisti a una riflessione che, come abbiamo visto in un`altra recensione, per la mostra alla galleria Minima, diventa nei dipinti di Paolo Bielli quella fisica del pugile, atleta – icona per questo artista, e insieme metafora usuale, ad indicare chi notoriamente ha una vita dura, ed è impegnato in una continua lotta cruenta. Non di meno anche se  in contesti differenti, Stefania Fabrizi nella mostra "La lotta nella mia mente" disegna i personaggi icone apparsi negli ultimi scontri con la polizia, simboli di rivendicazioni antagoniste che non ci illudono sul fatto che i tempi che corrono siano soddisfacenti.

 

In "Human condition" di Domenico Canino il ciclo della vita colto nei vari aspetti dell’evoluzione ha un aspetto sinistro dato dal materico colore di smalto nero sparso ad ampie pennellate che rabbuia la tela, una sequenza di fasi evolutive esistenziali nell’ ossessiva permanenza psicologica dell’oscurità.

 

Così, costretto dalla durezza dei tempi in cui vive, l’uomo, in questo caso l’artista, si chiede cosa è questa vita e fa su se stesso una riflessione, che ci tengo a dire mai come adesso è presente nella testa di noi tutti, un pensiero continuo, quello che Nietzsche definisce "skepsis"  infinita.

 

Non è l’uomo fiducioso di una volta che, se non aveva il necessario era perché non l’aveva guadagnato, perché il benessere di base era tale che con l’impegno si poteva arrivare a vivere decentemente. Nei paesi anglosassoni questa verità era palpabile, un po’ meno da noi che, con il partito comunista più grande e potente d’Occidente e con governi di sinistra in carica non abbiamo il welfare, o meglio lo abbiamo a  favore dei garantiti e non per chi è escluso dal mercato del lavoro, cioè di chi ne ha veramente bisogno, come la stragrande maggioranza dei giovani.

 

Al contrario molti  giovani disoccupati nord-europei  si potevano permettere di rifiutare  un lavoro indesiderato in attesa di nuove opportunità, in pratica non affrontando la gavetta per farsi un futuro, a differenza dei loro genitori che avevano vissuto il disagio della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.

 

Noi, sempre prendendo ad esempio il popolo anglosassone, benché nemmeno capaci di copiare nonostante che numerosi cantanti nostrani facessero il pop  e il rock, abbiamo canticchiato la nostra riscossa sociale sino a farne espressione di costume perché e finché fu possibile, ad esempio portando i capelli lunghi, occupando e contestando, ec.c ecc..  Vi ricordate le parole d’ordine ricorrenti, i gridi di battaglia dei testi delle canzoni inglesi in voga alla fine degli anni ’60 sino agli anni ’80?

 

Take what you want,  take what you need: era il periodo delle conquiste sociali, ma fondamentalmente quella concezione esistenziale che ormai ci divide dal presente che abbiamo; quello che allora era un mondo possibile, clownescamente interpretato  da Woody Allen nel film "Prendi i soldi e scappa" dove si rideva di un ladruncolo sfigato perché a quel tempo non c’era problema  a prendere i soldi,  anzi quello era il senso della vita di allora. Potremmo dire, con i dovuti limiti, che eravamo proiettati verso la felicità.

 

In un contesto storico differente e per ragioni diverse siamo oggi  come immersi in un nuovo  pessimismo ottocentesco alla maniera di Arthur Schopenhauer e di Giacomo Leopardi. Soffriamo l’impossibilità alla sopravvivenza non solo come condizione sociale, anche come incolumità fisica.

 

L’inarrestabile degenerazione del terzo mondo esprime condizioni da far rimpiangere la colpa delle colonie come male minore: quando non è in preda alle carestie e a pandemie si distrugge in guerre fratricide e addirittura minaccia, con i flussi migratori di individui pronti a diventare cittadini occidentali o di quelli che già lo sono da più di una generazione, di estendere la medesima carneficina tra di noi.

 

 

Non ultima la guerra economica in atto assesta da crisi che non danno più sbocchi a quei paesi che grazie alla propria ricchezza  erano i luoghi sicuri dove poter vivere dignitosamente. Le religioni trasformano i fedeli in combattenti, il degrado dilagante sovrasta la visione dell’esistente.  Così pure l’artista è diventato simulacro di se stesso e vede nell’opera una conferma del suo sentirsi sotto attacco: è una mia ipotesi, ma nemmeno l’artista  riesce ad essere eroico perché lui stesso è vulnerabile, perciò non gli  rimane  altro che identificarsi con l’opera quasi a protezione di sé e delle creature a lui care.

 

In queste due ultime mostre prese ad esame, da un lato abbiamo la "Human condition" secondo Bruno Canino: la condizione dell’uomo è espressa ben lungi da colori rassicuranti ma ottenendo il massimo dal contrasto bianco- nero, da cui trarre, in un bianco "sporco" di nero, l’evidenza del corpo umano nelle sue fasi cicliche; dall’altro vediamo la difesa o la protezione, invocata e desiderata a fare da baluardo contro il male incombente, realizzati in grandi disegni da Stefania Fabrizi, tra cui il rifacimento del San Giorgio noto dipinto di Guido Reni è l’esplicito emblema  che diventa  argomento centrale  della sua mostra "La lotta nella mia mente".

 

Il S. Giorgio di Guido Reni (Bologna 1575-1642), un artista che non si può considerare il massimo del suo tempo solo per l’eccellenza degli altri suoi rivali, fu un quadro di gran successo popolare, che ebbe a Roma ben oltre cento copie di autori sconosciuti perché veniva mostrato al popolo tutte le volte che si era di fronte a  una qualche minaccia tipo guerra, peste, ecc. e pertanto era tra le poche immagini sacre che addirittura venivano portate in processione.

 

Una riappropriazione del San Giorgio più moderna è quella che lo vede santo protettore  della polizia italiana, mentre in diversa  chiave simbolica  viene visto come giustiziere, insieme ad un altro grande disegno di minaccioso samurai incappucciato, esplicitamente denominato per l’appunto "Il giustiziere",  presenti nelle sale di Interno 14, mentre, come avevo già detto, un’ ulteriore  valenza "ribelle" si ravvisa nei numerosi piccoli disegni, icone delle contestazioni  e della manifestazioni di massa avvenute negli  ultimi anni.

 

Human Condition

di Domenico Canino

Spaziooxigene dal 9 al 39 aprile

La lotta nella mia mente

di Stefania Fabrizi

Interno 14, dal 9 al 14 aprle


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