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20/08/22 ore

Rosario Mazzella: I casini



Venerdì, 10 aprile, è stata presentata a Napoli, nello "Studio 49", al vico Lungo Gelso ai Quartieri Spagnoli da due critici di vaglia, Nino D’Antonio e Rosario Pinto, la mostra "I casini" dei dipinti di Rosario Mazzella. Un vero Artista. Un Maestro. Che ci parla, nel suo personalissimo modo, della "casa chiusa" di un tempo.

 

In un dipinto, in basso, seduti su un’unica panca, uniti dallo stesso desiderio, ci sono i clienti. Stanno in attesa, guardano, bramano. Lontane, in alto, distaccate, ieratiche, diafane ombre allungate si muovono, in ritmo lento, silenti, indifferenti al resto, vittime sacrificali e dee, nel buio mondo dell’eros. Luogo di sotterranei vapori, caldi del fuoco di efaistos, pieni di un fremente pathos underground di cui non bisogna dire.  Poi vi sarà la beatitudine.

 

E, in un altro quadro, in uno stretto rettangolo, c’è, chiaro, luminoso, appagante, beato, il conclusivo amplesso.

 

Per accedervi, c’è, di guardia, al centro di un altro grande dipinto, la maitresse, una sorta di san Pietro. Un san Pietro che però non giudica, non ha le chiavi, ha una sigaretta in una mano, con l’altra prenderà la marchetta. E' il solo pegno. Anche lei, indifferente, chiusa, riservata, non dirà. E' a casa sua, nella sua sala, che ha un lampadario elegante come il salotto delle case borghesi, un parato, come allora si portava, ma è un po’ stinto, forse  appannato dal lontano ricordo, ma gli appannati colori sono a macchie e vibrano come i tanti pensieri, impulsi, desideri nascosti rimasti attaccati alle pareti e ancora fremono, vivono o sono vissuti in questo ambiente pretenzioso e stantio, tra il paradiso e l’inferno.

 

C’è anche il ritratto di una prostituta, il solo viso, realizzato nello stile pittorico, ma qui appesantito e imbrattato, di quegli impressionisti che la esaltarono, un tempo, nella allora più sboccata Francia. Lei ha una forma chiusa, dura. Diverso certo è l’abbandono al piacere che sta per dare e provare la sensuale, sensibile danae cortigiana di Tiziano a capodimonte, le forme morbide, la pelle soda e rosata che sembra vera, da toccare.

 

Un altro quadro, il più grande, esalta il magnifico, potente, divino re del sesso dei casini: il culo. No, non è il sedere, che certo qui non ha la banale funzione dello stare seduto. Ma si leva, forte, mastodontico, esuberante, supremo: il culo. L’espressione più pura della carne e del peccato carnale. Esercita negli uomini un'attrazione magnetica, inarrestabile e misteriosa. Il culo qui ne è consapevole e sottomette il maschio.

 

E' un dipinto volgare? No, esplicito. Rosario Mazzella esprime sinceramente ed efficacemente il sentimento dei maschi nei casini. Ce lo fa comprendere. E’ sincero, disarmante, vero. Non descrive soltanto, ma impregna ogni immagine del ricordo, forse della nostalgia, di quell’epoca, di quell’ambiente, di quel pezzo di vita. Le "case chiuse" sono state chiuse nel 1958.

 

Così Rosario Mazzella parla delle "case chiuse" di una volta, in cui si faceva sesso a pagamento. Un mondo oscuro, ma  in cui tutto era chiaro, distinto. In una società in cui ciascuno aveva la propria funzione, il proprio ruolo, ed era rispettato di conseguenza.

 

Un tempo il casino, e così la prostituzione, aveva un certo suo decoro, un cerimoniale, una pretesa di eleganza, e, soprattutto in quelli di alto bordo, una certa allegra allegria. Era, in un certo senso, attraente. Qui il tournover era di prammatica, in nome di una stuzzicante varietà. Le più brave prostitute, secondo una sana meritocrazia, erano richiestissime, guadagnavano bene e giravano di Paese in Paese. Erano "la Spagnola", "la Romana", " la Francese".

 

Poi si eliminò la prostituzione. In nome del progresso, della civilizzazione, di un astratto razionalismo, si volle cancellare realtà e verità. Ora ce ne è più di prima ma la prostituzione si è prostituita. La sua "piacevolezza" abbrutita. Sulle strade, l’esotismo è diventato bestiale, scimmiesco.

 

Il sesso è stato deformato, reso turpe e malavitoso. I ruoli si sono confusi, mischiati, c’è anche la prostituta casalinga, la studentessa e la professionista. Agiscono con molta nonchalance. Sono donne libere, liberate dal senso sacro del proprio corpo, del peccato, di una mortificazione. Non solo mancano di sentimento, ma forse anche di sensibilità corporea sono carenti: sono macchine del sesso. Tanto vale entrare in un sexi shop. Tanto vale stare con quelli del proprio sesso, forse così ci capiamo di più, possiamo dire di stare veramente insieme, pensano gli uomini.

 

Che poi considerano, in nome dell’eguaglianza, tutte le donne, indiscriminate, allo stesso modo. Tanto da suscitare in quelle che sono state brave ragazze, come un tempo, il senso di un’ingiustizia e un pizzico d’invidia. Mentre da parte di un perbenistico buonismo troppo ingenuo ancora si dice "poverine, poverine" di quelle prostitute che oggi in genere si prostituiscono non per bisogno ma per consumismo, per arricchirsi e magari tornare al proprio paese da signore padrone di case lussuose.

 

"Sono disperate, sono sole" - si dice. Una lagrimevole imprecisione. Oggi non la prostituta ma l’individuo in quanto tale è solo - ci dicono gli scritti di psicologi, sociologi, psichiatri, letterati - e anche il normale sesso tra un uomo e una donna spesso è diventato esso stesso di una solitudine disperata.

 

Adriana Dragoni

 

 


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