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20/08/22 ore

Dario Cusani, la vita è un collage … 50 anni d’arte e non solo



C’è, fino al 12 aprile, a Napoli, nella sala delle Velette di Castel dell’Ovo, una mostra di opere di Dario Cusani. Sono più di 180. Soprattutto quadri. Ma sono anche oggetti, gadget, installazioni.  Un Vesuvio di idee.

 

"Sono solo una parte delle mie opere, quelle che ho prodotto sono più di 3.500."- dice l’autore. E, a chi se ne congratula con lui, "Nessun merito - modestamente si schermisce - le ho fatte durante cinquanta anni di vita." Infatti queste opere sono una sorta di illustrazione della nostra storia e dell’arte di questi ultimi tempi.

 

Bisogna pur dire che, di fronte alle tendenze generali, Cusani mantiene quasi sempre un certo distacco e un’intelligente leggerezza e ironia. Illustra il femminismo in diversi quadri (in uno rappresenta una donna nuda, coperta dal burka soltanto dalla testa alle spalle) e inquadra il fenomeno in un panorama più ampio, considerando anche l’influenza che esso ha sul genere maschile.

 

"In un’epoca in cui anche l’uomo si depila, che futuro c’è?" si domanda in un uno dei cartelli esplicativi affissi in ciascuna sala. La politica, poi, è trattata con un imbattibile sarcasmo, che suscita un irrefrenabile sorriso. Come nel ritratto di un D’Alema pensieroso, il mento appoggiato sulla mano, nello stesso atteggiamento del monsieur Gachet di Toulouse Lautrec che gli è ritratto accanto.

 

Diverse sono le opere che hanno come tema disastri ecologici, conflitti o attentati. In un quadro, la tragedia USA dell’11 settembre viene rappresentata dalla Statua della Libertà di  New York, che si china a portare la sua fiaccola incendiaria contro le Torri Gemelle e vi appicca il fuoco. Come si sa, questa statua La liberté eclairant le monde venne donata, nel 1876, dalla Francia giacobina e capitalista agli Stati Uniti. Perciò si potrebbe pensare che questo fotomontaggio alluda alla perversità del capitalismo finanziario, frutto dell’estremizzazione turbocapitalistica del liberismo economico, piuttosto che alla scontata e scellerata leggenda metropolitana che l’attentato alle Torri Gemelle sia opera della CIA.

 

In mostra c’è anche un’opera inedita, realizzata proprio per l’occasione. E' il calco di un giovane nudo, disteso su un tavolo, la pelle coperta da una realistica peluria. Due inoppugnabili fori di proiettile, l’uno sulla fronte, l’altro sul cuore, affermano che è morto. Eppure si muove: solleva e abbassa il petto nella respirazione. E' ancora vivo? "Resurrexion" s’intitola.

 

Viene richiesto ai visitatori un giudizio su quest’opera. La definirei sgradevole. Non saprei dire bene perché. Quel giovane morto è molto bello, ha un corpo ben proporzionato, un viso regolare, eppure ha un che di repellente. Noto che anche altri ne ricevono una simile impressione. Ma qual è il significato di questo giovane che respira da morto? Forse lo chiariscono due immagini, accostate l’una all’altra su una parete. L’una è la fotografia, ritoccata, del Cristo Morto del Mantegna, il famoso sott’insù conservato a Brera, l’altra è l’immagine di Gheddafi, fotografato, in una posizione simile, dopo che è stato ucciso.

 

Queste immagini ci portano a considerare che anche Gesù e Gheddafi, che vivono ancora nel cuore di tanti, dovevano avere, da morti, l’aspetto, giudicato da molti sgradevole, di questa sorta di realistica scultura del giovane che, da morto, respira ancora. Qui i miti perdono il loro appeal, per diventare uomini comuni, soggetti alla materia.

 

Ma questa mostra non è solo il resoconto commentato degli ultimi 50 anni della nostra storia. E’ anche il diario di Cusani come artista e come uomo. Infatti non solo tratta una grande varietà di argomenti, ma usa anche vari stili,  esprimendo in essi la ricca varietà del suo spirito. Partendo da uno stile più tradizionale, attraversa fotomontaggio, dadaismo, postfuturismo e cromatismo per approdare alla fotopittura.

 

Certo l’urgenza dissacrante del futurismo fa parte del suo spirito ma i ritratti e le descrizioni della sua casa di Posillipo abitata da ragazzo, prima di trasferirsi nella Capitale, confessano anche una tenerezza infinita e una toccante nostalgia, una sorta di richiesta d’affetto. "Amo Roma - scrive  -ma amo di più Napoli: 37 a 29." E bello e significativo è il fotomontaggio intitolato "Napoli che se ne va", in cui è rappresentato l’isolotto di Megaride, l’antico approdo dei Greci che fondarono Partenope, che si stacca dal continente e riprende la via del mare.

 

Nelle sue fotopitture, l’artista usa la macchina fotografica come un pennello e rivela un’intelligenza curiosa, che, ingrandendo a dismisura un particolare di un corpo o di un oggetto, usando  dissolvenze e sfocature, contrasti di colore e sfumature, sembra domandarsi quale sia la vera immagine della realtà.

 

Cusani lamenta una eccessiva rigidità dell’educazione materna e la sua sofferenza o insofferenza alla disciplina del collegio della Nunziatella, dove era stato rinchiuso da ragazzino perché poco studioso. Gli apparve come una prigionia ma forse l’educazione piuttosto rigorosa gli è servita. Anche nel  lavoro di artista. Ha disciplinato la sua irrequietezza e reso possibile l’esprimerla nella sua arte. Infatti tutte, o quasi, le sue opere, sempre piene di vita, sono ideate attentamente nella composizione e rifinite con cura. Indice anche di una certa moralità del fare, che tende al bello e a volte lo raggiunge.

 

La mostra chiuderà il 12 aprile, ma già il 28 marzo, a Napoli, al Palazzo Caracciolo di via San Giovanni a Carbonara queste opere saranno messe all’asta. I fondi saranno devoluti in beneficenza per il progetto "La musica va a scuola" dedicato a scuole primarie napoletane.

 

Adriana Dragoni

 

 


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