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20/11/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Il mondo è una multisala



Le montagne dei Curdi assediati dai Turchi e dalla nostra stupida viltà, il sangue che scorre sulle strade e sembra del colore dell'asfalto. Lo Yemen, la Libia, la Somalia, la Nigeria, l’Afghanistan,  non ci sono crocevia senza guerra, dove se cambi strada sei nemico alla tua ombra, che ti uccide.

(i primi dieci versi li ho appena scritti, gli ultimi trentadue li ho tratti dal mio La dolce apocalisse: i 295 versi - che è il numero dei Sepolcri - di questo breve poema furono pubblicati nel 1995 sul quadrimestrale “Astolfo” del Centro Universitario di Torino e, infine, riproposti nel 2011 dalle edizioni Plecticà).

 

 

                       

                       

 

 POESÌ di Rino Mele

  

 

Il mondo è una multisala

 

Un angusto mattatoio

sporco

è il mondo, da quello stretto spazio ci ritroviamo su uno schermo,

il sangue

che scorre sul volto e impedisce di vedere.

Nettandoci col dorso della mano, pensiamo d’essere fuori

da quel morire

mentre con un coltello tra le mani

corriamo

incontro al vuoto.

Il mondo non è un teatro, è un cratere, 

all'entrata c'è un portiere, un gatto

che segna sulla schiena col gesso

una croce, un segno, il numero

della tomba, un verme

che s'ingrossa nel suo colore. Margherita

uccide Faust appena le si presenta,

Mefistofele canta come Fred Astaire,

in americano, un inquisitore cieco

cerca di tirare il sipario, chiama

a testimoniare sulla morte del vecchio

professore, non crede alla finzione, ma inciampa

e finisce sotto i piedi del diavolo che danza.

C'è un puzzo atroce, il riso

dei morti e le rose. Tra un atto

e l'altro il dramma è scordato, gli spettatori

si baciano, incastrano nella bocca del vicino

i denti malfermi, vomitano

lattice amaro, si guardano

sfiniti, escono a stento, chiudono

dentro le sciarpe il vento.

Il lago è ghiacciato sul piccolo

televisore, la Pizia corre sulle mani,

sulle ginocchia, coperta 

dall'orda urlante, diventa

nutrice, allatta i cuccioli, parla con Fedra,

le rimprovera i vuoti giri del palazzo

dipinto, le scale avare che scavano i sogni

a Pasifae, la morte del Minotauro

l'atroce urlo che recita nella voce.

Una mano di marmo stacca

l'alba dalla notte.

 

 

 _______________________________

 

 

Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

  

 

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