Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

27/05/19 ore

'Culla per la vita', primo ospite al Mangiagalli


  • Florence Ursino

E' rimasta lì, accanto all'ingresso della clinica Mangiagalli, per 5 anni. Nuova, funzionante, silenziosa e quasi dimenticata. Poi, nel tardo pomeriggio di un giorno di luglio, un allarme risuona in neonatologia, in portineria, nella direzione sanitaria: nella 'culla per la vita' c'è un bambino e l'Italia intera, concentrata su spending review e tagli vari, si ricorda di quelle madri senza futuro e senza scelta, costrette ad abbandonare i propri figli in angoli bui di sporche città.


Ora Mario, un chilo e settecento grammi per sette giorni di vita, è diventato l'ennesimo pretesto di questo vecchio paese senza memoria per (s)parlare come sempre di una mancanza: quella, in questo caso, di un supporto, una vera assistenza per tutte quelle donne che per nove mesi portano in grembo il loro bambino nella più assoluta clandestinità o in condizioni altamente disagiate, per lasciarlo poi lì, ai margini della vita.


La versione moderna della medievale 'ruota degli esposti' nasce appunto con l'intento di donare una via di fuga a quel neonato, consentendo inoltre alla madre in difficoltà di dare una chance alla propria creatura mantenendo il completo anonimato. Se dopo 90 giorni la donna non cambia idea, il bambino sarà dichiarato adottabile dal Tribunale dei minori.


Un abbraccio forte, quello della 'culla per la vita': una "modalità di abbandono" sicura e rincuorante. Il problema è che sempre di abbandono si parla, per quanto 'confortevole' e controllato sia. E' la causa di quell'abbandono che dovrebbe essere investigata e combattuta.

 

La ruota – spiega Silvio Viale, ginecologo e presidente di Radicali Italiani – legittima i parti clandestini, spinge la donna a portare avanti da sola la gravidanza, senza assistenza, con grandi rischi sia per la madre che per il nascituro”. “Anche il caso della Mangiagalli – continua il medico torinese – non ha avuto alcun beneficio dalla 'ruota', rivelandosi solo come una operazione mediatica preparata e attesa da anni: infatti chi ha tenuto nascosta una gravidanza, chi ha partorito (certamente aiutata da qualcuno) prematuramente, chi ha accudito un neonato di sette mesi per alcuni giorni e lo ha portato alla Mangiagalli, lo avrebbe lasciato comunque in un posto idoneo”.


Per Viale, perciò, “qualunque sia la storia che nasconde, qualunque sia la sua costrizione, quella donna meritava di più, meritava di essere assistita e aiutata prima, come lo meritava il neonato”. 


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna