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17/09/19 ore

OGM, Usa: senza prove dei rischi la coltivazione non si ferma


  • Silvia Soligon

Niente più principio di precauzione a limitare la coltivazione delle piante geneticamente modificate. O, meglio, niente più smantellamento dei campi già coltivati senza che, qualora vengano sollevati dubbi sulla loro sicurezza, venga fornita prova della loro reale pericolosità.

 

E' questo quanto potrebbe succedere a partire dal 2013 negli Stati Uniti se il Dipartimento dell'Agricoltura (USDA) approverà la nuova finanziaria. Un cambiamento che allontanerebbe ancora di più l'America dall'Europa, dove, invece, il principio di precauzione regna sovrano, collocandosi in prima linea fra le fila delle motivazioni per cui la coltivazione delle piante geneticamente modificate viene ancora messa al bando.

 

Un cambiamento che, in realtà, risponderebbe pienamente anche alle richieste degli scienziati europei recentemente avanzate sulle pagine dell'EMBO Journal, secondo cui è arrivato il momento di non cercare solo di smentire gli eventuali effetti negativi dell'uso degli organismi geneticamente modificati (OGM) in agricoltura, ma anche di valutare i possibili benefici ad essi associati.

 

Secondo le normative vigenti, se un tribunale statunitense viene interpellato sulla sicurezza per la salute dell'uomo o dell'ambiente di un OGM già coltivato, è molto probabile che la sua coltivazione venga interrotta. Al contrario, la nuova legge consentirebbe agli agricoltori di continuare a coltivarle e a commercializzarle.

 

A schierarsi a favore di questa novità sono le aziende che da anni mettono a punto e commercializzano le piante geneticamente modificate, gli agricoltori che le utilizzano e associazioni come quella che riunisce i produttori di soia statunitensi, l'American Soybean Association. Fra i contrari, invece, l'organizzazione anti-ogm Center for Food Safety e un folto gruppo di associazioni per la sicurezza alimentare, ambientaliste, di consumatori e di coltivatori biologici.

 

Lo stesso Center for Food Safety ha reso noto attraverso un comunicato stampa che una delle preoccupazioni delle associazioni contrarie alla nuova normativa ci sono eventuali gravi ripercussioni sull'economia statunitense. Nel comunicato si legge che “con un numero crescente di mercati globali che richiedono prodotti agricoli senza l'uso della tecnologia dell'ingegneria genetica, le coltivazioni e i cibi contaminati con materiale geneticamente modificato non può essere venduto in molti mercati internazionali” e che questa legge potrebbe “mettere a rischio la vita del mercato dell'agricoltura statunitense”.

 

Questa preoccupazione sembrerebbe almeno in parte smentita da una recente decisione della Comunità Europea che ha aperto il mercato all'importazione e all'uso a scopo alimentare e mangimistico di tre nuove varietà di soia geneticamente modificata. Se, però, ristringiamo il campo alla situazione Italiana, le preoccupazioni sembrano fondate. Nel Bel Paese vige ancora, infatti, il principio della colpevolezza del sospettato finché non venga provata l'innocenza.

 

Purtroppo, però, trovare le prove di tale innocenza sembra essere sempre più difficile, almeno di fronte allo smantellamento di campi sperimentali come quelli dell'Università della Tuscia, che avrebbero potuto gettare luce anche su questo aspetto della coltivazione delle piante geneticamente modificate.


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