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22/10/20 ore

Reati a mezzo stampa, la legge che salva Sallusti ma non il "diffamato ignoto"



 

Il provvedimenti in discussione al Senato, che tra i punti salienti prevede la depenalizzazioni del reato di diffamazione e di conseguenza l’ eliminazione delle ipotesi di condanna al carcere, rischia così, contrariamente alla vulgata che l’ha bollata come"legge bavaglio", di essere sbilanciata a favore del diffamatore, trascurando le ragioni del diffamato.

 

Come ha spiegato nel suo intervento in aula Donatella Poretti,“questo provvedimento avviene in un contesto in cui la stampa italiana, in mano a pochi editori, dei quali nessuno puro - ha lanciato la solita campagna a favore appunto della libertà di stampa senza neanche per un momento soffermarsi sui diritti e la tutela dei diffamati”.

 

La senatrice radicale si riferisce soprattutto al diffamato ignoto, “quello costretto da sempre ad un vero e proprio calvario che nella maggior parte dei casi lo vede essere condannato senza possibilità di rettifica e lo annienta civilmente, socialmente ed anche politicamente”.

 

Poretti sottolinea come nel corso della discussione in Parlamento, “prima la Commissione giustizia e poi in l'Assemblea, non si siano “minimamente posti al centro del dibattito politico neanche i tempi della giustizia, che ci relegano tra gli ultimi all'interno degli Stati membri del Consiglio d'Europa..., non ci si sia posti neanche il problema che la diffamazione è il contrario della libertà di stampa ed è spesso asservimento ad agende politiche più o meno palesi o dichiarate”.

 

Non deve stupire, quindi, se i Radicali, “favorevoli alle depenalizzazioni e alla decarcerizzazione, favorevoli da sempre, e non a chiacchiere, alle pene alternative”, restano convinti “che per il responsabile di diffamazione a mezzo stampa possano essere prevedibili anche pene che includano il carcere”.

 

“Le responsabilità individuali di rovinare la vita, l'onorabilità e la reputazione di una persona – sottolinea la senatrice Poretti a nome dei rappresentati radicali al Senato - sono gravissime e non possono essere paragonate a un furto con strappo o ad altre misure in cui si può non prevedere il carcere come pena finale”.

 

Ed invece è ciò che con ogni probabilità potrà accadere con una norma che, pur prevedendo "multe importanti, la conferma della rettifica “come centrale per ristabilire la verità, quasi che prima non lo fosse”, servirà sostanzialmente “solo a salvare dal carcere - peraltro non certo - il direttore di un giornale, mentre “non verrà alleviato di un giorno il calvario dei diffamati che restano anch'essi vittime della peste dell'antidemocrazia italiana”.


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