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18/11/19 ore

Il sottile ricatto della magistratura militante: quando Renzi alla Leopolda...



di Fabrizio Rondolino 

(da Europa quotidiano)

 

Fra i tanti effetti del declino politico di Silvio Berlusconi ce n’è uno sicuramente positivo: finalmente è possibile aprire nel nostro paese una seria riflessione sui limiti, le storture e le ingiustizie della giustizia italiana. Non siamo più costretti a parlare ossessivamente dell’ex Cavaliere: possiamo tranquillamente riflettere sulle condizioni generali del sistema.

 

Ma non tutti sembrano averlo capito, né mostrano di averne voglia. Ieri la Camera ha approvato un emendamento (presentato da Gianluca Pini) che introduce la responsabilità civile per i magistrati colpevoli di atti o provvedimenti «in violazione manifesta del diritto, o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle funzioni, ovvero per diniego di giustizia».

 

È la prima volta che il parlamento italiano rispetta i risultati del referendum promosso dal Partito radicale nel lontano 1987, quando l’80,2% degli italiani chiese che anche i giudici, come ogni altro cittadino, pagassero in caso di errore. Il governo e il Pd si sono espressi contro l’emendamento Pini, e sono stati sconfitti. Le reazioni al voto – il cui esito è stato determinato anche da una parte del Pd, sebbene soltanto Roberto Giachetti abbia voluto meritoriamente e coraggiosamente dichiararlo in aula – sono state purtroppo, pavlovianamente, quelle di sempre: e, come sempre, sono state dettate dalla magistratura militante. «In un momento che vede la magistratura fortemente impegnata sul fronte del contrasto alla corruzione nelle istituzioni pubbliche – ha subito dichiarato il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli – questa norma costituisce un grave indebolimento della giurisdizione».

 

È naturalmente vero il contrario, perché soltanto una magistratura che non ha paura dei propri errori e che viene sanzionata quando sbaglia è all’altezza della sua giurisdizione. Ma ancor più grave è il sottile ricatto che la magistratura militante anche questa volta introduce nelle sue argomentazioni: o si garantisce l’impunità di pm e giudici, oppure si è complici dei corrotti.

 

L’indipendenza della magistratura, che è un caposaldo dello Stato di diritto, si trasforma così in licenza, e chi chiede regole uguali per tutti diventa un nemico della giustizia. Questo schema di ragionamento – che il Pd dovrebbe respingere come ripugnante – è perfettamente speculare alla ventennale crociata berlusconiana: il problema non è il corretto funzionamento di un potere dello Stato (e tutti sanno che in Italia funziona poco, con estenuante lentezza e male), ma la sua difesa ad oltranza o il suo abbattimento.

 

Eppure basterebbe la tempesta che scuote la procura di Milano per comprendere che i magistrati, come ogni altra classe dirigente, sono divisi e in lotta fra loro, sbagliano e commettono errori, vincono e perdono.

 

«La storia di Silvio ci dice che dobbiamo fare la riforma della giustizia: la storia di Silvio Scaglia. Scaglia affittò un volo privato per andare dai magistrati, e si fece arrestare. Da quel momento, 3 mesi di carcere e 9 mesi ai domiciliari. Dopo 12 mesi fu liberato. Poi giudicato innocente. Ma vi sembra normale che noi in questi vent’anni abbiamo parlato di giustizia dedicata ad uno solo, e che un cittadino innocente venga messo in galera?». Era il 27 ottobre dell’anno scorso e Matteo Renzi concludeva l’ultima Leopolda prima di conquistare trionfalmente la segreteria del Pd e, poco dopo, la poltronissima di palazzo Chigi.

 

Quelle parole sulla giustizia furono giudicate uno scandalo da qualcuno, da molti il segnale di un cambiamento culturale, prima ancora che politico, lungamente atteso a sinistra dopo una lunga, spossante subalternità alla magistratura militante.

 

Nei mesi successivi, a parte qualche generico annuncio, il premier non ha detto né fatto nulla, se non dare il via libera all’arresto di Genovese e respingere l’emendamento Pini. È venuta invece l’ora di dire e fare qualcosa di molto serio: cambiare verso alla giustizia italiana. Non per punire indistintamente i magistrati, ma per premiare i tanti che lavorano con scrupolo garantendo efficienza ed efficacia, responsabilità e merito.

 

(da Europa quotidiano del 12 giugno 2014)


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