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17/08/18 ore
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La didattica al tempo del cyber-chiacchiericcio



di Nicola Corrado

 

Il lavoro di trasmissione della cultura è uno dei lavori più difficili da attuarsi quando la mente degli alunni è spenta o distratta. Particolarmente distratta dal cyber-chiacchiericcio imperante sui loro sempre connessi smartphone. In tal caso è un lavoro inutile quello dell'insegnante. Ore e ore di spiegazione, di preparazione della lezione, le più varie strategie per rendere altamente fruibile quanto spiegato, tutto ciò diventa fatica sprecata. Inoltre la frustrazione di raccogliere tra i banchi di scuola noia e distrazione, mentre impera sovrana la “balbuzie twittesca”. 

 

Il problema - si dice - è la mancanza di motivazione ad apprendere determinati argomenti, perché stantii, completamente avulsi dagli interessi concreti ed attuali degli studenti. Tanto più vero in una realtà dominata dalla frammentazione, dalla sempre più crescente sua virtualità e dall'inconsistenza o totale assenza di un pensiero forte. Viviamo ormai in un mondo cosiddetto “liquido” (vedi Baumann), nel quale incontriamo continuamente tutto e il contrario di tutto. Ed è questo un motivo in più della presenza-assenza dell'alunno in classe. 

 

Sembrerebbe non esserci rimedio che tenga a una situazione così difficile. Ma se io insegnante entrassi in classe e invece di presentare abrupto - questo lunedì mattina di color grigio come il piombo - il mio amato Schopenhauer e il suo velo di Maya, cercando di attirare con tutti i mezzi e le strategie possibili la loro attenzione alle mie parole, capovolgessi la situazione, e mi limitassi ad osservarli io attentamente per capire i loro singoli stati d’animo, e riuscissi a sentire “veramente” la loro eventuale tristezza, la loro eventuale indifferenza, la loro eventuale felicità, insomma riuscissi ad entrare in sintonia con i loro sentimenti di “questo momento” e accoglierli con grande empatia, forse potrei avere accesso a qualcosa di vivo e per la prima volta innescare un contatto vero con loro. Si è detto a più voci ormai che il vero motore dell'apprendimento è la relazione tra docente e allievo.

 

Oggi più che mai difficile a costruirsi data la distanza siderale che è cresciuta tra le generazioni. Ma se questo accadesse, se uno straccio di relazione nascesse, da quel momento in poi la strada sarebbe alquanto in discesa. Non sarebbe così difficile a tal punto trovare nel loro attuale sentire un ancoraggio, uno spunto, un’idea, un’emozione, un pensiero che si agganci alla vita e all’opera di Schopenhauer.

 

Ad esempio potrei partire dal concetto di realtà. La domanda da rivolgere alla classe potrebbe essere: che cos’è per voi la realtà? Quella che vi appare o quella che è invisibile ai vostri occhi? E attendere le loro svogliate risposte. Aprire una discussione del genere in classe potrebbe portare qualcuno di loro ad accendersi. E continuare: ma perché secondo te Schopenhauer si sarebbe interessato a una cosa del genere? Che cosa lo avrebbe mosso veramente a scrivere di una tal cosa?

 

Quali problemi esistenziali lo hanno spinto a interessarsi all'illusione del vivere e arrivare a scrivere qualcosa come "Il mondo come volontà e rappresentazione"? Basterebbe che uno di loro si svegliasse a tale curiosità. Il contagio sarebbe assicurato. I giovani si lasciano contagiare dalla vitalità e dalla vivacità dell’ambiente in cui vivono. Ne assorbono subito l’energia se c’è l’energia.

 

La stessa cosa si può fare per tutte le discipline. In lingua, in filosofia, in italiano, in matematica. Sì anche in matematica. La prima cosa che mi viene in mente? Farei alzare un alunno, il più figo o il più turbolento non saprei. Dipenderebbe dal momento, dall’hic et nunc del momento. Chiederei alla classe di osservare il loro compagno attentamente. Chiederei ancora di immaginare la posizione del suo ombelico. Di sicuro scatterebbero risolini e battutacce, nessun problema. Andrei avanti.

 

Direi loro di osservarlo come Leonardo osservò il suo “uomo vitruviale” – cioè con riferimento alla cosiddetta “sezione aurea”, per la posizione dell’ombelico nel corpo umano e per la sua distanza dalla testa e dalla pianta dei piedi. La sezione aurea (o rapporto aureo) è una delle costanti matematiche più antiche che esistano. Non è altro che una proporzione, il rapporto tra due lunghezze a e b, tale che (a+b):a=a:b. Il segreto insomma sarebbe questo: partire sempre da noi stessi e dalle nostre problematiche attuali.

 

Matematica, fisica, chimica, materie letterarie, lingue straniere, arte – non sono altro che viatici differenti di una stessa galassia - la nostra vita. Linguaggi differenti per descrivere la stessa realtà, il mondo fenomenico nel quale viviamo. I ragazzi dovrebbero capirlo bene questo. La scuola diventerebbe più amica, meno assurda con le sue richieste avvertite come astrazioni. Si avvicinerebbe a loro e stimolerebbe la loro curiosità.

 

E lo si può fare – ripeto – con tutte le materie. L’importante è tenere ben presente - come docenti - dove si vuole arrivare, integrando ed elaborando via via ogni nascente punto di vista. Raccogliere gli indizi e costruire delle prove per incriminare2 qualcuno è il lavoro dell’investigatore. Un indizio, due indizi non costituiscono una prova, ma tre indizi fanno una prova, che concorre a incriminare il colpevole di un misfatto.

 

Raccogliere indizi per affermare una tesi potrebbe essere il nuovo modo di vedere il lavoro dell’insegnante. Un lavoro che ha bisogno di collaboratori, che non sono più alunni distanti e distaccati di un prof pedante e opprimente con argomentazioni e fatti noiosissimi, ma vivaci e svegli interpreti di una trama a volte oscura e spesso complessa come sono i fatti della cultura. Avete mai notato la differenza che esiste tra “leggere” e “leggere per”? Una cosa è leggere un testo con atteggiamento neutro. Altra cosa è leggere un testo con l’obiettivo preciso di trovarci dentro qualcosa.

 

E per trovarci dentro qualcosa bisogna interrogare il “testo” come si interroga un “teste”. Allo stesso modo dell’investigatore che interroga il teste con l’attenzione tesa alla scoperta di indizi e prove, il vero studioso sottopone il suo testo ad una minuziosa interrogazione per scoprivi delle informazioni. Informazioni importantissime e necessarie al proseguimento della sua ricerca e della sua crescita personale.

 

Insegnante e alunno nella stessa barca come capomastro e aiutanti nella stessa bottega. Entrambi alla scoperta di un universo di senso mai dato definitivamente per scontato e refrattario a qualsiasi etichetta, dal momento che la cultura vera, quella che serve per vivere e per interpretare la realtà, rifugge da qualsiasi stereotipizzazione. Contrariamente si chiama nozionismo e sappiamo tutti dove porta.

 

Mi rendo perfettamente conto delle critiche che può suscitare questo discorso. Particolarmente da parte di chi ha visto e continua a vedere la scuola non come una protesi medico-assistenziale della nostra gioventù, ma (e giustamente) come l’istituzione formativa per eccellenza, che mai e poi mai dovrebbe fare sconti, né dovrebbe interessarsi dei problemi che ristagnano dietro il disagio dell’apprendimento degli alunni, della loro mancanza di voglia di studiare, della mancanza di interesse per le materie che quella istituzione pubblica ritiene utile e indispensabile alla crescita umana e professionale del cittadino. Sarebbe una giusta critica. I ragazzi devono studiare e basta. Senza attenuanti. E se non vogliono studiare se ne vanno. Questo è il ragionamento forte e questo sarebbe altamente auspicabile in una società dominata dal pensiero unico. Ma.

 

Ma in una società cresciuta (nel bene e nel male) come la nostra, volutamente definita “società della conoscenza”, dove la conoscenza non è più semplice, unidimensionale e confessionale, ma tende alla complessità, alla pluridimensionalità e (fortunatamente) alla laicità, dove la scuola non ha più il monopolio della cultura, ma contende il suo primato con una pluralità di agenzie molto più seguite, ritenute più attuali e più credibili della vecchia scuola, una società iper-connessa con un affollamento di tv private, con network disseminati nel cyberspazio, con la cosiddetta rete che fa e disfa il mondo a suo piacimento, tutte agenzie queste che in un modo diverso, più accattivante e seduttivo della scuola, informano, fanno cultura e allo stesso tempo pseudocultura (che in fondo per una buona fetta di popolazione è pur sempre cultura), cosa dovrà fare il bravo docente per salvarsi la vita e non venire stritolato dalla burocrazia pedagogica dell’apparato, dalla routine di un lavoro depauperante quando perde di entusiasmo, dall’appiattimento verso il disimpegno di colleghi meno motivati, dalla frustrazione che si insinua come un veleno mortale nella sua psiche portandolo negli anni verso il burn-out e la depressione?

 

Dovrà salvarsi la vita e salvare la vita dei suoi alunni. E allora bisognerà ripartire da se stessi e dal proprio stato d’animo nel rispetto di sé. E se si riparte da se stessi si può anche “sentire” di più la classe con i suoi umori variegati. E si può insieme cooperare a “investigare” da dove viene il disagio di stare in classe, da dove viene quel desiderio di altrove. Si può investigare, lasciando aperte le porte all’innovazione, ai punti di vista originali degli alunni che rendono stimolante e frizzante lo stare insieme, che incoraggiano il cosiddetto dialogo educativo, che mettono energia a quella che nella prassi normale si chiama una moderna lezione.

 

 


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