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21/04/18 ore

Democrazie liberali, la grande crisi



di Biagio de Giovanni

(da Il Mattino)

 

Siamo giustamente preoccupati per i fatti di casa nostra, incertezze sul governo, confusione nel dibattito pubblico con vincitori delle elezioni che non hanno vinto, ma che dichiarano di aver vinto, con le conseguenze che si possono immaginare. Tra le quali vedo la possibilità, assai concreta, di aprire un pericoloso vaso di Pandora da cui può fuoriuscire l’incomprensione e la delusione di tanti elettori i quali, se il loro capo non diventa premier, si convinceranno che è stato commesso un’attentato alla democrazia, giacché si lascia immaginare che il 4 marzo si sia eletto un governo e che non riconoscerlo sarebbe un vero atto eversivo.

 

Un pericoloso stato confusionale, reso possibile e attizzato dalle dichiarazioni dei “vincitori” che, con toni peraltro diversi, reclamano una soluzione che non è alla loro portata. 

 

Si potrebbe quasi sorridere di questo clima un po’ farsesco se non fosse in gioco il futuro dell’Italia, una grande nazione che fa parte di una integrazione sovranazionale la quale, con tutti i suoi difetti, non sembra sostituibile con un’altra ipotesi, e se tutto questo, inoltre, non fosse spia di un problema assai più grosso che in forme diverse, più o meno latenti, si manifesta anche altrove.

 

Dunque, fiato sospeso che però consente pure di riflettere in attesa degli eventi e di ampliare l’orizzonte dei problemi. Una direzione possibile di analisi sta nella crisi che attraversano alcune tra le democrazie liberali e rappesentative, in vari luoghi dell’Occidente e con varie modalità. In altre regioni del mondo trionfano sempre più le democrazie illiberali, dispotiche (e operative), esempi a iosa, e tra i più recenti la nomina a vita del presidente cinese, i voti plebiscitari per Putin, Al Sisi, Erdogan, per citare i maggiori.

 

Qualcuno si chiederà: ma sono democrazie, quelle? Perché chiamarle così? Penso che sia necessario farlo, giacché la sintesi di democrazia e liberalismo, alla quale per fortunata abitudine pensiamo, non è stata affatto un destino necessario della democrazia. Insomma, tra democrazia e liberalismo c’è stata fin dalle origini sia una grande distanza sia, in alcune regioni del mondo, lo sforzo e il tentativo (anche riuscito) di tenerli insieme. Ma l’argomentazione delle distanze possibili viene da assai lontano, viene dai classici del pensiero democratico. 

 

 

Quando avviene che la sintesi tra democrazia e liberalismo entra in difficoltà? La risposta in punto di principio è semplice: quando si offusca il principio della rappresentanza politica. È ciò che sta avvenendo in parti significative dell’Occidente, e in Italia in modo clamoroso. I rappresentanti vengono individuati e sotterrati con la parola “casta”, luogo indifferenziato dove si concentra il peggio del mondo.

 

Qui non sono in discussione le responsabilità dei rappresentanti, che evidentemente ci sono e sono anche sicuramente legate alla sconvolgimento della struttura del mondo, le cui conseguenze assediano e affogano la tradizionale capacità operativa della politica e il tradizionale carattere dei dibattito pubblico. Ma l’unificazione di tutto nella parola “casta” colloca la democrazia su un abisso. Facilita la criminalizzazione della politica e contribuisce a distruggere il principio-chiave della democrazia liberale che è, appunto, la rappresentanza. La quale, a sua volta, si lega all’altra parola, “rappresentazione” che disegna l’idea di una società, il valore, la sostanza cui fa riferimento un sistema politico che è anche un sistema culturale. 

 

E nascono mostri della ragione che, oltrepassando le valide ragioni di una critica, si appellano a un altro principio - a mezza strada tra la democrazia liberale e la democrazia autoritaria e dispotica - presentato nella veste di democrazia diretta, ossimoro nel mondo d’oggi, come ben si sa. L’introvabile popolo vuole questo e quest’altro. Chi è in disaccordo è parte del sistema. Mi guardo bene dal fare esempi ancora latenti nel mondo occidentale, dove comunque l’attacco al “sistema” si va impadronendo di ciò che resta di una opinione pubblica, avviando un processo di cui oscuro è l’esito. Dappertutto peraltro la democrazia riformista è in difficoltà: colpiscono le notizie che giungono da Francia, dove il Macron vincente, anzi trionfante, e dato come nuovo auriga per il rinnovamento di una Europa difficile, conosce già le enormi difficoltà di un tentativo riformista che è per sua natura legato ai tratti della democrazia liberale. 

 

Torno all’Italia, sempre, insieme, punto debole ma anche laboratorio: in che senso? Qui il partito con il maggior numero di voti, novità in Europa, è esplicitamente critico della democrazia rappresentativa, si muove come se ignorasse l’articolo 1 della Costituzione. Tutti i suoi riti e le nuove liturgie reticolari vanno in questa direzione, e la richiesta del suo “capo” (lessico di per sé inedito) di aver diritto al governo perché così vuole il popolo è un segnale non di ingenuità politica, sarebbe troppo grosso, quanto di programmatica volontà di mettere in discussione il sistema della rappresentanza, finora gestito dalla casta dei rappresentanti.

 

Stranamente, su questo si dice poco o niente, mentre, a mio parere, è la questione più inquietante di tutte: perché è quella che per davvero colpisce al cuore il sistema e, vincente, potrebbe essere l’anticamera di un mutamento dei caratteri della democrazia italiana, sull’onda certo di un malessere e rancore che sta invadendo suolo e sottosuolo della società e che va naturalmente compreso e governato. La posta in gioco è dunque grande, e si colloca in una dimensione che non è solo italiana se si vede ciò che accade intorno a noi e nel mondo sul mutamento dei caratteri della democrazia e sugli esperimenti in corso. 

 

Non getto un allarme per l’immediato, le mediazioni oggi si troveranno, ma parlo quasi a futura memoria, giacché tutto ciò che oggi avviene in forme che ancora appaiono interne ai tratti irrinunciabili di una democrazia normale possono in futuro tracimare da quei confini, guardando a mondi che nel frattempo consolidano e ampliano i sistemi delle democrazie illiberali. Che la provvidenza, con il contributo di tutti gli altri, risparmi all’Europa questa trasformazione. 

 

(da Il Mattino)

 

 


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