27/03/26 ore

Giustizia: sinistra e destra non hanno risolto la questione liberale. Conversazione con Giuseppe Rippa di Luigi O. Rintallo



Sul dopo voto per il referendum confermativo sulla riforma della Giustizia, Oreste Luigi Rintallo sollecita il direttore di Quaderni Radicali e Agenzia Radicale Giuseppe Rippa in una conversazione che muove sul doppio binario delle ragioni che hanno portato al successo del NO alla riforma, ma anche sulle condizioni storico-politiche che hanno segnato la mancanza di riforme necessarie per l’Italia e in assenza della quali il paese sembra aver imboccato una china discendente dalla quale è sempre più complicato risalire… Quelli che seguono sono la trascrizione di quella conversazione e il video della stessa per Agenzia Radicale Video

 

 

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Luigi O. Rintallo:  Alla vigilia del referendum, come «Agenzia Radicale», abbiamo auspicato la vittoria del SI. Ma abbiamo anche evidenziato come le forze politiche italiane, sia quelle dichiaratesi a sostegno della riforma che quelle contrarie, fossero ampiamente denutrite di cultura liberale. In questo senso, possiamo dire che effettivamente è difficile vincere una battaglia liberale se non si è liberali. Certamente siamo delusi dal risultato del voto, anche perché è stato preceduto da una campagna elettorale dove ha prevalso una propaganda violenta e aliena da un approccio minimamente razionale. Tuttavia, va pure evidenziato un aspetto positivo e confortante dal nostro punto di vista. Se nel 2022, ai referendum abrogativi sulla giustizia proposti dai radicali, gli elettori che si erano espressi a favore della riforma furono sei milioni, ora sono oltre dodici milioni. 

 

È dunque raddoppiato il grado di consapevolezza della necessità di una riforma della giustizia presso i cittadini. Inoltre, vanno fatte delle riflessioni anche sulla lettura dei risultati, perché la vittoria del NO andrebbe interpretata meglio. Tanto per quanto riguarda la sua composizione politica, che per la sua distribuzione geografica: vedere, ad esempio, che le regioni tradizionalmente a guida di sinistra – come Toscana ed Emilia-Romagna – abbiano percentuali di NO inferiori alle regioni dove il Centrodestra è fortemente maggioritario – come la Calabria o la Sicilia – fa dedurre che molti elettori della maggioranza di governo hanno votato NO. Il che significa che la vittoria del NO non può essere attribuita soltanto agli elettori di Centrosinistra, ma sono voti da distribuire su tutti gli schieramenti.

 

 

 

Giuseppe Rippa: Hai fatto bene a rendere evidente questo, perché molti che hanno commentato in TV e sulla stampa il voto – che sicuramente è un dato oggettivo: ci sono due milioni di voti in più per il NO – hanno voluto catalogare questo risultato all'interno dei partiti, dimenticando che il vero discrimine era fra chi era favorevole e chi contrario alla riforma approvata dal Parlamento. Ci si è mossi all'interno di quello scontro politico che i fautori del NO avevano imposto, travalicando anche il merito della riforma sulla quale è inutile adesso ritornare per mettere in evidenza la lunga sequela di fatti menzogneri – mi permetto di dire – rispetto alla situazione obiettiva. 

 

Sarebbe un errore fondamentale pensare che ci sia una equazione che riguarda i partiti. Qualcuno ha addirittura voluto sottolineare che in fondo il Centrodestra ha preso gli stessi voti di quando è stato eletto nel settembre 2022. È qualcosa che non ha senso, perché bisogna ricordare che oggi il Sud è stato completamente occupato dal NO anche nelle regioni dove le ultime elezioni amministrative avevano massicciamente assegnato la prevalenza al Centrodestra. Il fattore della distribuzione geografica merita un'attenzione che forse è stata poco segnalata, mentre invece ci fa comprendere come quell’equazione sia assolutamente infondata. 

 

È evidente che adesso lo scontro si è spostato sull'asse del raccogliere i frutti di questo esito. In queste ore, nel Centrodestra registriamo le dimissioni di alcuni esponenti, richieste o espresse volontariamente; nel Centrosinistra si apre il confronto su chi debba candidarsi ad essere il leader dell'opposizione: argomenti che potremo affrontare con particolare diligenza, ma adesso vorrei riassumere un concetto che credo sia sfuggito ai più. Al di là della differenza di due milioni di voti, nel paese c'è una spaccatura, una spaccatura reale fra coloro che potremmo – dal nostro punto di vista – ritenere legati a una visione del diritto in termini antigiustizialisti e coloro che, invece, ritengono che gli equilibri del potere debbano essere posizionati all'interno di quella che è la mappa dei ruoli che ognuno degli attori mette in campo.

 

È interessante in queste ore qualche intervento da parte di magistrati per il NO, i quali hanno affermato che bisogna ricondurre i magistrati nel loro ruolo istituzionale che non è quello politico, ammettendo evidentemente che da quel ruolo istituzionale se ne era usciti. Peccato che l'ambito del referendum sia stato tutto politico. Il che non è una cosa confortante, perché per noi che abbiamo sempre immaginato la magistratura e continuiamo con fermezza a immaginarla ancora adesso come un pilastro dello Stato democratico, ci allarmiamo quando il magistrato diventa attore politico di parte. In quel momento, la sua sacralità all'interno dello Stato di diritto in qualche misura viene ad essere lesa e manca di risolvere la questione della “innocenza” che la magistratura, con grave danno per lo Stato democratico, ha perso a causa di tutti gli elementi critici che l'hanno accompagnata nel passato, recente e meno recente.

 

Nei confronti della crisi della magistratura, a seguito del mercato delle nomine in CSM, non c'è stato un lavoro di attenzione come vi è stato verso gli scandali politici che hanno segnato il tramonto del ruolo dei partiti. Ci sono stati, invece, attori politici che hanno scelto la via del sostegno, affermando che si trattava del sostegno alla Costituzione.

 

Non voglio riaprire di nuovo i capitoli che abbiamo consumato nel corso della campagna elettorale, con lo slogan per cui “la Costituzione non si tocca”. Al di là del fatto che è stata ritoccata più di cinquanta volte, va rilevato che la Costituzione non è un libro sacro. Viene redatta nel dopoguerra di un paese che aderiva al Fascismo in misura maggioritaria e che, quindi, ha avuto bisogno di trovare dei padri fondatori che tenessero conto di questa transizione, tant'è che hanno distinto una prima parte che riguardava i valori da rappresentare e una seconda parte nella quale viene spinta una attenzione a non creare una rottura definitiva, perché bisognava prima rafforzare la maturità democratica del paese per arrivare a un riposizionamento dei poteri.

 

Purtroppo, ciò non è accaduto perché – e questo è uno dei punti nevralgici della situazione – vi è stato taluno che ha ritenuto fosse necessario affidare a un continuismo di élite la funzione degli equilibri di potere nel nostro Paese. Questo è stato il carattere fondante anche del livello dello scontro. 

 

Ma qui voglio aggiungere un aspetto che merita una ulteriore segnalazione. Lo stato della situazione, le condizioni in cui vive il quadro italiano è da ritenersi comunque una condizione precaria. È indubbio che noi siamo su una china discendente, lo testimoniano tante cose. Non basta soltanto riferirsi soltanto ai tre-quattro anni del governo di Centrodestra, nel quale non ci siamo identificati così come non abbiamo mai pensato che il quesito referendario riguardasse una scelta fra Centrosinistra e Centrodestra. 

 

Il gioco politico che si sta aprendo ci consente invece di individuare alcuni elementi che vanno letti positivamente. Giustamente hai osservato che è cresciuta la coscienza che senza una giustizia giusta questo Paese non va avanti. Qui c'è lo snodo essenziale: noi siamo in ritardo gravissimo relativamente alla questione che riguarda le riforme, comprese le riforme della stessa Costituzione per i motivi espressi precedentemente, per cui il costituente nella seconda parte riteneva che bisognava far crescere gli elementi di una democrazia matura che all’epoca della promulgazione non era applicabile.

 

L'Italia usciva dal fascismo, aveva una classe dirigente fascista, gli stessi organi sindacali, i magistrati erano tutti di derivazione fascista. E quindi, di conseguenza, era inevitabile che finissero per operare in questa direzione. L'alto magistrato di Cassazione, Gaetano Azzariti, che emanò le leggi razziali, mantenne in seguito l’incarico di direttore del Ministero di Giustizia diretto da Togliatti per divenire quindi presidente della Corte costituzionale. Il che era abbastanza nella logica di una transizione, ma era una transizione che andava posizionata all'interno di un percorso di maturità politica che invece non si è potuta realizzare.

 

Le conseguenze sono ben evidenti, proprio perché questa azione di mancata riforma sta segnando quello che abbiamo definito un ritardo, un declino, le cui conseguenze andrebbero tutte indagate. Ora siamo ricaduti nel conflitto interno al rapporto tra Centrosinistra e Centrodestra, con le polemiche dentro il Centrosinistra circa la leadership e l’incapacità di rendersi conto di aver smarrito la linea e l'azione delle riforme e perso il punto di vista che l'acquisizione dello Stato di diritto non era un orpello aggiuntivo, ma era una necessità inevitabile.

 

Le riforme sono necessarie per un Paese che entra nella modernità, mentre invece rimane intrappolato nella rete bloccante delle oligarchie formatesi nell'immediato dopoguerra e che non intendono mollare la presa, tant'è che volta a volta hanno utilizzato e utilizzano tutti i soggetti, tutte le corporazioni che possono rivelarsi utili al continuismo di potere. Soltanto che, con la perdita di peso della politica, queste stesse corporazioni stanno diventando le vere leadership. 

 

Che poi siano democratiche nel momento in cui devono fare delle scelte o hanno una percezione della complessità della trama politica, oltre che nazionale e internazionale, non solo è tutto da documentare, ma la percezione è che siano abbastanza denutrite di quella consapevolezza che si connota anche in termini di responsabilità, in termini di capacità di visione che purtroppo – come si sta avvertendo anche in queste ore – questo voto incomincia a far emergere sempre più acutamente.

 

 

 

Luigi O. Rintallo: Proprio sulle conseguenze è il caso di fare un'ulteriore riflessione. L'Associazione Nazionale dei Magistrati (ANM), impegnandosi direttamente nel referendum e presentandosi come soggetto politico, ha sicuramente indebolito il prestigio e la neutralità della magistratura come soggetto istituzionale: ne ha minato irrimediabilmente – come dicevi – la natura di pilastro democratico a questo punto. Personalmente rifletterei anche sulle conseguenze più generali che questo fatto comporta. 

 

Tra le conseguenze negative di questo stato di cose, c’è quella di diffondere nella società l’idea della irrilevanza del “servizio” giustizia fatto in questi termini. Qui davvero rischiamo di far fare alla giustizia la fine di altri servizi fondamentali della società: provenendo dal mondo della scuola, ho visto come essa abbia vissuto un lento declino, risultando addirittura snaturata nelle sue funzioni. Ecco, una magistratura targata politicamente che si propone come soggetto politico snatura la giustizia stessa e quindi, a questo punto, rischia di generare nella società un sentimento di vanità del servizio. 

 

Poi ci sono le conseguenze politiche, perché a questo punto bisogna anche riflettere sulla natura diversa delle percentuali del SI e del NO. Per dire: il 46% che vota SI chiede che ci sia una riforma, mentre nel 54% che dice NO non c'è un'uguale comunanza di intenti sul fatto che non si debba fare nessuna riforma. Dentro quel 54% non ci sono soltanto quelli che dicono che va bene così, ma pure chi non ne è affatto convinto. E d’altro canto i soggetti politici che si sono opposti alle modifiche, appiattendosi nei fatti sulla linea dell’ANM, dimostrano di non essere in grado di proporre nessuna idea di riforma della giustizia e di conseguenza lasciano inevasa la domanda di cambiamento che sale chiaramente dal 46 % di SI.

 

 

 

Giuseppe Rippa: Già prima della chiusura della campagna, ho a più riprese manifestato il rilievo che qualunque fosse stato il risultato avremmo avuto un Paese spaccato. Non so per quanti anni ci perseguiterà ancora questa mancata azione riformatrice, ma è evidente che è da connettere al ragionamento relativo al declino del Paese.  A quella che mi ero permesso di definire più concretamente come una china discendente, che è stata imboccata proprio perché sono mancate le energie di acquisizione negli equilibri del potere. La crisi della politica, con la sua funzione partitocratica, centralistica, distributiva e di controllo della società, finisce per impedire qualunque livello di partecipazione responsabile e per produrre solo un'azione di mobilitazione in linea con la finzione della democrazia fittizia. 

 

Qualcosa di ben lontano dalla capacità di una crescita responsabile e i risultati sono ancora sotto i nostri occhi. Alcuni segni non possono che lasciarci amareggiati, perché quando, da parte della magistratura, c'è la festa del successo, si ha la sensazione che quella soggettività divenuta politica non è più in grado di assicurare alcuna terzietà né di esercitare quella funzione super partes che in uno Stato democratico sono attribuite alla figura del giudice. Ciò naturalmente non significa che ogni giudice non abbia un proprio convincimento, ma il suo ruolo è stato deturpato, oltre dal fatto che non c'è stato mai nessun processo di chiarimento, anche dalla condizione per cui una parte del quadro politico connotato dall’opera di deriva della sinistra post comunista, non avendo risolto la questione liberale, ha sempre scelto di occupare gli spazi delle corporazioni per poter mantenere in vigore la propria funzione. Fino ad arrivare a questa obiettiva subalternità, che ci fa capire come la mancata azione di chiarimento connota due cose di fondo: l'intera classe politica di sinistra e di destra, quella che si ritiene vincente del referendum e quella di destra che si ritiene perdente, mentre invece la destra aveva vinto le elezioni politiche e la sinistra le aveva perse, sono entrambe connotate da un unico background

 

Il loro background fondamentale è che vi è un deficit di cultura politica moderna e liberale, la sola in grado di strappare la sotterranea dinamica consociativa. In fondo, perché si vuole mantenere questa commistione tra pubblici ministeri e giudici che non è presente in nessun’altra nazione dell'Europa “democratica”? La si vuole mantenere perché la cultura consociativa presuppone questa promiscuità, questa incapacità a far sì che la scenografia sia quella di una democrazia conflittuale, dentro le regole del gioco dello stato di diritto, nella certezza che i singoli attori svolgono questa funzione. 

 

Quindi questa mancata modernità si è riproposta anche in questa occasione. L'equazione secondo cui il SI coinciderebbe con il Centrodestra è una sciocchezza immane, perché la sua base come i suoi esponenti non è che abbiano mai manifestato entusiasmi per una riforma della giustizia. Potremmo dire, anzi, che in momenti simbolici che hanno accompagnato eventi un po' in là gli ultimi anni della nostra vita, come il lancio delle monetine contro Craxi all’uscita dall’hotel Raphael, al di là del ruolo del Partito socialista e della sua funzione nello scenario politico, vide protagonisti da un lato i militanti del Partito comunista e, dall’altro, i manifestanti del MSI e poi Alleanza nazionale. 

 

Quindi la cultura era omogenea e la mancata soluzione della questione liberale, a destra come a sinistra, era uno stato di necessità che nasceva nel dopoguerra, quando l’Italia, sul piano anche internazionale, era oggetto di diffidenza perché aveva aderito e sostenuto il Fascismo e di fatto non poteva essere associato a una democrazia libera. Quindi c'era bisogno di una specie di protettorato che assicurasse queste cose. Questo protettorato si è rappresentato come una élite dominante che, in qualche modo, si è nel tempo consolidata attraverso le dinamiche di tipo consociativo in cui i singoli segmenti di uno Stato, che non aveva la certezza del diritto e lo specifico del dell'impianto democratico liberale, perdeva sempre più quota. E quindi era uno Stato che non aveva, anche nel suo ruolo legislativo e normativo della sua massima istituzione, il Parlamento, la forza e le energie per poter consolidare in chiave progressista o in chiave conservativa la dialettica anche drammatica della democrazia compiuta. 

 

La sola capace di portare il Paese ad avere una coscienza del proprio ruolo nazionale e internazionale. Per cui, se andiamo a fare una filigrana delle prese di posizione anche in politica estera, l'agenda che si sta promuovendo in queste ore nel Centrosinistra, o presunto Campo largo, presenta aspetti imbarazzanti. È altrettanto vero, che il Centrodestra, per quanto poco consapevole, sembra maggiormente compattato dentro la sua azione di difesa o di attacco. Per ora, il Centrosinistra resta ancora un'entità astratta, tant'è che la sua leadership si dovrebbe definire attraverso delle primarie dalle quali è da vedere se viene eletto il leader del maggior partito – il PD – o il leader di un partito che ha perso quota ed è diventato marginale – i 5Stelle di Giuseppe Conte – che vanta soltanto una persona che ha avuto due mandati come Presidente del Consiglio. Ma in quale veste? In quale scenario? Dio solo lo sa. Siamo di fronte a una sorta reiterazione, a un continuismo che non lascia intravedere niente di magnifico.

 

I segni positivi che vanno anche colti sono quelli prima segnalati: i dodici milioni e mezzo di voti per il SI, trasversali e che contengono in sé una parte del Centrodestra – non si sa quanto consapevole – ma che soprattutto contiene una domanda politica di garantismo, di Stato di diritto che viene abbondantemente marginalizzata sui media di regime. Nel solco di quanto successo alla formazione del Partito Democratico, quando l'obiettivo primario era proprio ammazzare quell'area politica liberale, laica, che mirava alla modernità, che mirava a sottrarsi dal consociativismo. Sull’altro versante, il Centrodestra nasce come alternativa, ma omogenea al Centrosinistra, con il medesimo impianto. 

 

Restano, dunque, questi 12 milioni e mezzo: un patrimonio importante, perché il salto di qualità potrebbe consentire un lavoro politico che si sottrae alla dicotomia di un bipolarismo monco, coatto, privo di credibilità, dove tanto il Centrosinistra che il Centrodestra sono entrambi disadorni di cultura moderna e liberale. Intendiamoci: i dati sono quelli che sono. Il NO ha vinto con due milioni di voti in più, quindi questo è un fatto indiscutibile, ma non è che sono due milioni di voti che riguardano direttamente soltanto i partiti. Riguardano una situazione in cui si è espressa una domanda di modernità. 

 

La conferma di questo viene proprio dal fatto che un membro dell'Associazione Nazionale Magistrati chiede adesso che il sindacato delle toghe torni nell'alveo della sua funzione istituzionale extra moenia dall'azione politica, il che vuol dire che ci stava nell'azione politica. Sembra quasi un discorso necaeviano. Necaev era quello che nel suo catechismo rivoluzionario riteneva che per la conquista del potere bisognava ammazzare l'avversario politico. Poi, una volta conquistato il potere, si stabilizzavano gli equilibri. La verità è che la stabilizzazione del disegno delle avanguardie rivoluzionarie – siano giacobine o comuniste – prevede l'assassinio come elemento fondante il potere. 

 

In questo caso l'assassinio sarebbe del diritto, della legalità, della dialettica. Quindi siamo nel furore drammatico di una debolezza strutturale del quadro politico-istituzionale, inquadrati in un contesto politico internazionale dove – e non staremo qui ad aprire questo capitolo, ma dovremo farlo perché diventerà uno degli ingredienti su cui lavorare – dovrà manifestarsi la consapevolezza che all'interno del fronte del SI è contenuto, secondo me, il nucleo più avanzato di un'azione di rottura con il continuismo consociativo. 

 

Sarà complicato farlo, ma per carità di Dio, non smarriamo questa chiave di lettura che finirà per essere, se marginalizzata, la vera pietra tombale dell'uscita dalla crisi italiana perché, se non ci sarà questa componente culturale, non si riuscirà a portare l'Italia fuori dall'alveo di quella fase discendente, di quel declino che oggigiorno avvertiamo sempre più intensamente e che non ha sbocchi. 

 

Il nostro è un Paese, ricordiamolo, che è vissuto della distribuzione del debito pubblico per mantenere la pax sociale, ma proprio in linea con quel dopoguerra in cui l'Italia, che aveva inventato il Fascismo ed era giudicata un Paese fascista, andava accompagnata verso una democrazia matura. Ma si è trattato di una democrazia quantomeno fragile, una democrazia che noi radicali abbiamo chiamata fittizia, perché non è stata iscritta nell'alveo della modernità liberal-democratica, con tutti i limiti che questa comporta, rimanendo dentro una dialettica in cui dati di progresso e i dati di contrapposizione prendevano sì forma, aprivano molti varchi che richiedono di essere esplorati sottraendosi a questo grande imbecille collettivo che è stato proposto nel corso della campagna referendaria e nell'immediato post-voto. 

 

Trovo assolutamente intriganti le dichiarazioni che alcuni dei sostenitori del NO hanno incominciato a fare, rendendosi conto di essersi cacciati probabilmente in un vicolo cieco, mentre il Centrodestra non ha neanche vissuto la consapevolezza perché ha affrontato la scadenza del referendum con questa debolezza di base strutturale, in quanto privo di una solida cultura liberaldemocratica e, pertanto, non ha avuto la forza di cogliere l’occasione offerta perché non possedeva i  segmenti minimi di questa cultura.

 

 

 

Luigi O. Rintallo: Diciamo che era un attore fuori parte.

 

 

- Giustizia: sinistra e destra non hanno risolto la questione liberale. Conversazione Rippa-Rintallo

(Agenzia Radicale Video)

 

 


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