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26/03/26 ore

Paolo Cirino Pomicino, per ricordare. ‘Le trame dell’antipolitica’ conversazione con Giuseppe Rippa (2003)



Il 21 marzo è scomparso Paolo Cirino Pomicino a 86 anni. Negli anni ’80 esponente di spicco della corrente andreottiana nella DC, è stato ministro del Bilancio nella cosiddetta “prima Repubblica”. Sotto processo per quarantadue volte durante le inchieste di Mani pulite, subì due condanne per finanziamento illecito al suo partito. Uscito dalla politica attiva, dal 1993 in poi ha scritto vari saggi che hanno rivelato alcuni retroscena di quella delicata fase dell’Italia. 

 

Nel 2003, trascorso un decennio da quel drammatico tornante della nostra storia, che portò allo scardinamento del sistema politico italiano, il direttore di «Quaderni Radicali», Giuseppe Rippa, lo intervistò nel n. 83 della rivista.

 

Riportiamo di seguito la conversazione, dove Paolo Cirino Pomicino ribadisce come il rivolgimento messo in atto dalle inchieste giudiziarie del 1992- 93 è associato al disegno delle élites finanziarie di subentrare direttamente al potere politico, con il fine di garantirsi un ruolo esclusivo nel business delle imminenti privatizzazioni. 

 

Per riuscire, il disegno descritto da Pomicino richiedeva che le oligarchie finanziarie – ma anche intellettuali e industriali – trovassero l’alleato politico giusto, che fu riconosciuto nell’ex PCI a sua volta alla ricerca di una via d’uscita dall’angolo nel quale era stato confinato dalla storia dopo il crollo del regime sovietico. (L.O.R.)

 

 

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Le trame dell’antipolitica

  

Conversazione di Paolo Cirino Pomicino con Giuseppe Rippa

 

 

Quale ruolo ha svolto e svolge tuttora in Italia l’anti-politica? Un fenomeno che abbiamo visto crescere dopo il biennio 1992-93 e che ha riguardato vari soggetti: dai mezzi di informazione al potere finanziario, cui ha finito per accodarsi anche tanta parte della sinistra, che a causa della sua subalternità intellettuale spesso finisce per essere l’utile strumento dei soggetti forti a sostegno delle peggiori nefandezze…

 

 

In ogni società democratica, i poteri sono diversi e non c’è dubbio che accanto al potere politico, quello che governa le istituzioni (Parlamento, Governo) c’è sempre stato un potere economico. La reciprocità di condizionamento e le loro intersecazioni, di volta in volta, nella storia delle democrazie, hanno determinato influenze in una determinata direzione piuttosto che in un’altra. Tuttavia, il potere politico – per quanto riguarda l’Italia – fino al 1992 era un soggetto profondamente distinto dal potere economico e garantiva il primato delle rappresentanze democratiche. Per dirla in maniera più semplice: non c’è dubbio che la pressione di casa Agnelli o di De Benedetti poteva incidere o condizionare alcune scelte della politica, ma la politica conservava per intero il suo primato e quando si faceva condizionare assumeva l’onere della responsabilità di fronte al Paese di quella scelta.

 

 

Cosa è cambiato dopo il 1992?

 

 

È caduto il primato della politica, e quella che tu definisci la ventata dell’anti-politica è una definizione giusta, ma approfondendo e vedendola più da vicino questa ventata altro non era che una “politica” del potere economico. Cioè il tentativo di mettere sulle spalle del potere economico anche l’onere che fu del potere politico. La riprova di questo assunto è che cacciati via i professionisti della politica, eliminati i partiti come covi del malaffare, si è alzato il grido: “vadano al governo i tecnici”. I quali tecnici dovrebbero essere indipendenti, mentre invece è il coacervo di persone più condizionabile che ci sia…

 

 

Anche in passato abbiamo assistito al tentativo – da parte di ambienti speculativi ed affaristici – di subentrare alla politica nella gestione del Paese. Ricordo che al  tempo del rapimento D’Urso, come radicali difendevamo il tentativo di trovare una soluzione, mentre c’era chi sull’assassinio di D’Urso giocava l’insediamento di un governo di salute pubblica che, nei fatti, significava l’occupazione di una situazione ritenuta non più congeniale ai propri interessi. Occorre chiedersi se anche stavolta siamo di fronte a qualcosa del genere, al di là del fatto che ci sia stata convergenza – sia pure conflittuale – fra tutti gli attori dell’anti-politica: da Berlusconi ai promotori del qualunquismo giustizialista. Anche perché il cuore del problema è che il nuovo equilibrio propugnato finisca per determinare una stretta anti-democratica…

 

 

Bisogna fare attenzione. Potere politico e potere economico erano due soggetti distinti, nella cui dialettica si ritrovava l’equilibrio di una società industrializzata come la nostra. Quando si parla di politiche particolari, come quelle dei governi di salute pubblica o dei governi di solidarietà nazionale, siamo nel campo delle alleanze politiche che, pur se spinte dall’esterno, garantiscono però la libertà e l’autonomia del potere politico.  Dinanzi alla pressione brigatista o ad altre situazioni emergenziali, le sue scelte – condivisibili o meno – vanno comunque inserite nella sfera di libertà del potere politico. Il 1992 ha rappresentato invece una politica del potere economico che ha ritenuto di scalzare il tradizionale potere dei partiti, e quindi il tradizionale potere politico.

 

Il potere economico italiano ha fatto un ragionamento molto semplice. Nel nostro Paese c’è un’area della grande borghesia finanziaria – da me definita borghesia azionista – che dopo lo scioglimento del vecchio Partito d’azione è stata sempre legata, attraverso il Partito repubblicano essenzialmente, all’alleanza con la Dc. Nel 1990-91, caduto il Muro di Berlino questa élite intellettuale, finanziaria e industriale ha ritenuto di poter fare a meno di un’alleanza di fatto subalterna con un grande partito di massa. E ha deciso di invertire il rapporto: intendeva guidare essa il Paese e per questo doveva cambiare alleanza. Già nel 1990, fu sondato attraverso un emissario di Pruzzo, se l’on. Craxi avesse voluto guidare un’alternativa di governo alla Dc d’intesa con questi grandi centri del potere economico. L’on. Craxi avrà avuto tutti i difetti, ma aveva il pregio di essere un politico con ben netta la distinzione fra il potere della politica e la sua democraticità ed il potere finanziario e la sua tendenza oligarchica. E difatti rifiutò la proposta.

 

 

Non altrettanto sarebbe accaduto cogli eredi dell’altro partito di sinistra: il Pci…

 

 

Dopo la fine del socialismo reale, il Pci – privo ormai di riferimenti ideali e politici oltre che culturali – fece un’alleanza con questa élite che prevedeva l’élite al governo del Paese, a capo di questa nuova alleanza, e il Partito comunista che garantiva la distribuzione sul territorio delle masse e delle organizzazioni sindacali. La riprova è che il candidato alla Presidenza del Consiglio della famosa gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto nel 1994 era Carlo Azeglio Ciampi, che in quella occasione era il punto di riferimento più autorevole di questa élite culturale, industriale e finanziaria. Ed era quello che aveva svolto alla Banca d’Italia il ruolo di Governatore. Tieni presente, facendo un passo all’indietro, che nella vecchia alleanza fra Dc e l’élite “azionista”, alcuni recinti erano dati ad alcuni suoi esponenti, tra cui appunto la Banca d’Italia che ha sempre avuto un laico a capo. Il primo Governatore cattolico è Antonio Fazio, il primo democristiano a Via Nazionale è arrivato – guarda caso – quando la Democrazia cristiana è finita sotto scacco.

 

 

Vogliamo provare ad approssimarci ulteriormente al punto di frattura? Tutti i tasselli che tu hai descritto per l’interno sono assolutamente condivisibili e tuttavia non credi possa esserci stato un condizionamento della vicenda italiana  che va inserito in un’azione strategica più generale? La caduta del Muro di Berlino significa l’improvvisa scomparsa di punti di tenuta e di attenuazione, nella difesa dei capitali che dall’Unione sovietica giungevano in Occidente. Questi ultimi si sono trovati di colpo esposti a un rischio insostenibile e a questo punto sorgono una serie di interrogativi che non possono essere liquidati come fantapolitica: perché all’improvviso muore Olaf Palme? Perché scompare politicamente Gonzalez? Perché Mitterrand muore dopo tanti anni di malattia? E perché viene fatto fuori Craxi? Perché viene fatta fuori la parte più “politica” dell’Internazionale socialista mentre in Italia agli eredi del Pci, proprio all’apice della loro crisi, è offerta una straordinaria opportunità?

 

 

Con la caduta del Muro di Berlino, il capitalismo italiano ritrovava, non per slancio ideale, un disegno politico che ha ragioni ben precise: tutte di carattere economico. Non c’era da parte di questa élite intellettuale, industriale e finanziaria un disegno politico di modernizzazione del Paese in alternativa al governo della Democrazia cristiana; cosa che sarebbe stata del tutto legittima. In verità ci trovavamo alla vigilia del grande business delle privatizzazioni, tenuto conto che lo Stato aveva il controllo del 25% dell’economia italiana, attraverso il controllo di banche e aziende pubbliche che dovevano essere privatizzate. Tanto per puntualizzare alcune date, va tenuto presente che il primo decreto sulle privatizzazioni portava la firma del sottoscritto ed era della fine del 1991; mentre il disegno del quale io fui avvertito con l’intenzione di coinvolgermi era della primavera del ’91, quando cioè a Rimini si ha la scissione del Pci…

 

 

Cosa cambia tra la primavera e l’autunno del 1991?

 

 

Il disegno dei potentati economici di sostituire alla guida del Paese i partiti democratici era in discussione nei circoli economici già alla fine del 1990 e diventò sostanza all’inizio dell’anno successivo. Rammento tre date e tre fatti. Il primo: dicembre 1990, a Milano, si tiene un convegno della corrente di Andreotti (l’unico convegno che Andreotti abbia fatto nella sua vita), a cui partecipa il meglio del mondo imprenditoriale rappresentato dal presidente della Confindustria Pininfarina, con la presenza di Carlo De Benedetti e di Falk. Per la prima volta a un convegno di corrente interna alla Dc partecipano tutti i soggetti economici, che sono allineati e coperti, tanto da dare giudizi lusinghieri sull’attività del governo Andreotti. 

 

Secondo fatto: primavera 1991, De Benedetti mi chiede se io voglio far parte del disegno politico che loro stanno organizzando; io ironizzo e nella stessa primavera il Partito comunista a Rimini formalizza la svolta della Bolognina con la spaccatura di Rifondazione. Un processo lento, che si può definire per renderlo comprensibile come un progetto verso la  “socialdemocratizzazione” del vecchio Pci. Di qui la rottura con l’ala dura che formerà poi il partito di Bertinotti e questo perché elemento essenziale dell’alleanza con il grande capitale consiste nel fatto che il nuovo partito non sia inquinato da una sinistra antagonista. 

 

A settembre – e siamo al terzo fatto – nel mese che tradizionalmente vede la riunione del grande capitalismo a Cernobbio, quegli industriali che solo nove mesi prima avevano elogiato il governo Andreotti sparano a zero contro di esso. Poco prima i repubblicani erano usciti dal governo, dopo la crisi della primavera ’91. L’inversione di rotta avviene nella convinzione che il quadripartito (Dc, Psi, Psdi e Pli) avrebbe perso le elezioni nell’aprile 1992. Il caso volle, invece, che quelle elezioni il quadripartito le vinse perché conservò la maggioranza dei seggi sia alla Camera che al Senato, con una percentuale di consensi che poi in tempi di “seconda Repubblica” nessuna coalizione del bipolarismo avrebbe più raggiunto. 

 

Il voto dei cittadini italiani aveva fatto sballare il disegno, che invece dava per scontata la sconfitta dei partiti di governo alle elezioni, contando sulla indispensabilità del Partito repubblicano appena uscito dalla maggioranza. Proprio il Partito repubblicano puntava a far fare il governo di salute pubblica con quella parte dell’ex Pci che si avviava verso la presunta “socialdemocratizzazione”.

 

 

Da questo ragionamento, dovremmo dedurre che gli eventi internazionali, pur avendo avuto comunque una incidenza, non hanno tuttavia rivestito un ruolo di essenzialità. L’intelligenza di fondo del processo messo in moto era riferita a equilibri tutti interni…

 

 

Sì, ma aggiungo che  vi erano certamente punti di convenienza con gli ambienti internazionali. Cosa che è del tutto diversa da una guida dall’esterno. La convenienza consisteva soprattutto nel fatto l’Italia rappresentava un grande mercato da colonizzare e certi grandi circoli economici nazionali avrebbero dovuto favorire il processo di colonizzazione, ricevendone in cambio una parte del bottino. 

 

Faccio un esempio: la privatizzazione dell’Eni. Oggi nell’Eni lo Stato ha il 30%, ma il 40% è nelle mani di fondi americani. Quindi lo strumento dell’Eni, in termini di politica estera, si è ridotto. Bernabè, personaggio inquietante del mondo manageriale amministratore dell’Eni negli anni di Mani pulite, è stato anche colui che ha tentato disperatamente di vendere Telecom Italia a Deutsche Telekom. E la stessa Fiat è stata la mosca cocchiera che ha operato in favore dell’Electricity France, affinché assumesse un ruolo nella produzione di elettricità in Italia. 

 

Questa convergenza di “convenienze” non permette tuttavia di ipotizzare una strategia internazionale nell’operazione intrapresa nel 1992 e questo per un motivo molto semplice. In altri Paesi, dove pure si è tentato di far crescere il vento dell’anti-politica, la politica ha alla fine resistito e conservato il primato. Penso a Francia, Inghilterra e Germania; non dimentichiamo il tentativo fatto sia nei confronti di Mitterrand sia di Chirac e poi nei riguardi di Kohl, eliminando uno dei padri dell’Europa. In quell’occasione però quei politici hanno retto l’offensiva, perché in realtà c’era una maggiore resistenza della politica e dei partiti. 

 

 

E ciò cosa ha comportato di diverso sul piano economico, fra l’Italia e il resto d’Europa?

 

 

Negli altri Paesi, guarda caso, non solo ha resistito il sistema politico, ma il processo di privatizzazione è andato molto al rilento. Il potere politico ha mantenuto strette nelle sue mani alcune leve di carattere economico, nei settori fondamentali delle telecomunicazioni, dell’energia e delle banche. Da noi invece l’assalto alla politica,  ha potuto contare su questa alleanza spuria fra un partito che non aveva più né cielo da vedere, né terra su cui camminare – parlo ovviamente del Pci – e la grande borghesia finanziaria. 

 

Lo scopo principale era quello di attaccare le capitalizzazioni e incamerarle in maniera molto rapida e molto precisa. L’episodio della Comit e del Credit è solo uno dei tanti esempi. I vantaggi per i due contraenti dell’alleanza erano evidenti: da parte di questa élite, si effettuava il recupero di un ampliamento della propria forza economica; mentre, il Partito comunista si riciclava proprio nel momento in cui i comunisti di tutto il mondo venivano estromessi dal governo. 

 

 

Quale convenienza offriva l’evoluzione di questo disegno politico ai circoli internazionali economici? 

 

 

Ad alcuni ambienti americani che vedevano Maastricht e quindi la moneta unica come una concorrente del dollaro, come moneta di riserva sul piano internazionale, un’Europa che avesse un lato debole e fragile conveniva. D’altra parte, dopo quello che è accaduto negli ultimi dieci anni l’abbiamo anche visto: c’è un asse franco-tedesco che è alleato agli americani, ma con molti distinguo; e c’è un alleato (l’Italia) che è molto più garantista su questo versante. 

 

Va però precisato che le convenienze riguardavano anche, se non soprattutto, taluni circoli europei – parlo di inglesi, francesi e tedeschi – che poterono acquisire pezzi importanti della nostra economia. Ma le definirei in ogni caso “convenienze di risulta”, perché il cuore del disegno era e restava un cuore nostrano. 

 

Al termine del processo, quelli che l’avevano avviato si sono poi ritrovati – direbbe Eduardo De Filippo – a dover vendere le scarpe. Il gruppo De Benedetti ha dovuto vendere la Omnitel, dandola prima ai tedeschi della Bundesman e poi alla Vodaphone; il gruppo Fiat è nelle condizioni che conosciamo, di dismissione profonda. In più, poiché tutto si tiene, questa caduta del primato della politica e questa ascesa del potere dei circoli economici e finanziari, ha determinato anche un declino industriale e finanziario del Paese, tanto che abbiamo perduto diversi punti di competitività. Del resto, una grande economia non può esistere senza una grande politica.

 

 

Se l’Italia si ritrova a contrastare questa situazione senza disporre di un impianto politico e istituzionale, in grado di fronteggiare i nuovi scenari imposti dalla globalizzazione non si deve anche alla responsabilità di quello che fu il partito di maggioranza relativa – la Dc – che ne impedì la piena emancipazione?

 

 

Il problema vero è un altro. Nel 1992, la dirigenza democristiana non trova una risposta adeguata perché non aveva capito. Proprio al sottoscritto capitò di riunire attorno a un tavolo, nell’ottobre ’92,   Andreotti, De Mita, Forlani, Gava e Martinazzoli. Fra loro, qualcuno aveva certamente compreso che cosa si aveva di fronte, ma nessuno dei cinque riuscì a trovare una risposta capace di riaffermare – chiaro e forte – quanto detto da Aldo Moro durante il processo a Luigi Gui nel 1977: “noi non ci faremo processare”. 

 

A completamento di questo ragionamento mi riferisco a un episodio di qualche tempo fa: proprio chi ha giudicato criminali i leader dei partiti sol perché utilizzavano contributi per le campagne elettorali senza dichiararli; quegli stessi che hanno condannato, in maniera giacobina e moralistica, i politici, durante una puntata del’ «Infedele», la trasmissione su La 7 condotta da Gad Lerner, hanno rivisitato la vicenda del Sessantotto e del brigatismo rosso e – pur condannando il terrorismo – hanno mostrato indulgenza nel comprendere le motivazioni della “erraticità”  brigatista. Ai leader democratici, la cui unica colpa era stata quella di aver utilizzato fondi non dichiarati per le campagne politiche, riservavano rigore; per i terroristi c’era, invece, latente comprensione. Sino al punto che lo stesso Gad Lerner, un giornalista tutto sommato poco propenso al giustizialismo sfrenato, arrivava a dire che – al contrario di quanto avviene in Germania dove l’ex estremista Fischer è oggi ministro degli Esteri per i Verdi – oggi il suo Adriano Sofri è invece dietro le sbarre: e nel dirlo lamentava la sconfitta del Sessantotto italiano, dimenticando che se Sofri è in carcere, lo è perché sei collegi di giudici l’hanno considerato mandante del delitto Calabresi. Il nostro è davvero uno strano Paese: sui mass media Sofri può essere rappresentato come l’Oskar Fischer italiano, ingiustamente detenuto; mentre il segretario del più grande partito democratico Arnaldo Forlani è ai servizi sociali e nessuno si scandalizza.

 

 

Una impostazione, quella giustizialista, che alla fine ha prevalso in parte della sinistra italiana e le ha fatto inseguire convenienze e alleanze strumentali, che erano sempre provvisorie in attesa del grande mutamento che proveniva dall’esterno…

 

 

Già, ma alla fine la politica si vendica di chi la offende. L’alleanza sorta agli inizi degli anni Novanta fra l’anti-politica e i post-comunisti ha fatto sì che la sinistra italiana abbia messo ai piedi del potere economico e finanziario la propria politica,  finendo per consegnarvisi completamente. Oggi, mentre in tutta Europa l’area della sinistra è nell’ordine del 35-40%, quella italiana resta attorno al 20%. Oggi, dopo il 2001, sconfitta da un neofita della politica come Berlusconi, continua la sua nefasta operazione con le diramazioni che nella grande stampa di informazione bacchetta coloro che hanno avuto nel passato responsabilità partitiche, ma si sono macchiati di questo reato infamante che è il finanziamento illecito dei partiti.

 

Dal canto loro, anche gli esponenti dei circoli finanziari restano sul piano della politica dei dilettanti.  Hanno infatti pensato allearsi con gli ex pci, dimenticando che non poteva sorgere un disegno politico perché le contraddizioni interne erano tante e irrisolte. Rispetto al potere delle procure, sul quale hanno fatto affidamento per il loro disegno, hanno rivelato un tale disarmo da finire per esserne in alcuni casi vittime. Sia De Benedetti sia Romiti non hanno capito una cosa: in un momento nel quale scalzavano il tradizionale potere dei partiti, facendoli ritrarre come covi di malaffare, aprivano le porte a un’ipotesi di governo populista nella quale un personaggio come Berlusconi è inevitabilmente vincente. Dopo la vittoria di Berlusconi nel 1994, che aveva riempito un vuoto, la maggioranza moderata del Paese aveva capito che tra un neofita, se vuoi populista, e un sistema di poteri che faceva della repressione l’arma fondamentale, ha scelto con molta saggezza il populista neofita e gli ha dato la vittoria. 

 

Ma la cosa più grave è che l’alleanza fra questi circoli finanziari e la sinistra italiana, altro non ha fatto nel decennio Novanta che rincorrere Berlusconi sul suo terreno. Per cui, Berlusconi si candidava ad essere presidente scrivendo sulla scheda “Berlusconi presidente” e la sinistra, invece di contrapporre la democrazia parlamentare con le sue regole e la sua forza, faceva scrivere sulla scheda elettorale “Rutelli presidente”. Berlusconi era perseguitato o comunque inquisito? Invece di fare la battaglia con le tradizionali armi della dialettica democratica, la sinistra si precipitava nelle aule giudiziarie della IV sezione penale di Milano, divenute di fatto Montecitorio e Palazzo Madama, e riduceva allo scontro giudiziario il confronto che doveva essere invece tutto politico.

 

 

La scleroticità di interpretazione della sinistra non è casuale: va inserita nel suo intrinseco carattere di subalternità, perché è evidente che un partito come quello comunista in Italia vissuto per un cinquantennio alle dipendenze del grande disegno internazionale – come poteva rapportarsi con le istituzioni, se non in modo obiettivamente subalterno ai poteri forti?

 

 

Questa subalternità alla quale fai riferimento non è tanto figlia della cultura marxista, quanto di una inadeguatezza della dirigenza comunista della fine degli anni Ottanta e dell’inizio degli anni Novanta, che non colse l’occasione della caduta del Muro di Berlino per fare quella che doveva essere la propria Bad Godesberg

 

 

Ma non aveva gli strumenti culturali per farla! La Bad Godesberg nasce all’interno del Partito socialdemocratico tedesco con delle evoluzioni culturali, tutte documentabili, di cui non si ha riscontro nel Pci…

 

 

Io penso che ci siano state due inadeguatezze nei due grandi partiti di massa, che raccoglievano il 75% dei consensi. La Dc, che aveva vinto la battaglia storica sul terreno della difesa dell’economia di mercato, non ebbe la capacità di mettere in campo armi e iniziative per contrastare quello che era un complotto, come l’ho definito e documentato. D’altro canto, la dirigenza dell’altro partito di massa, il Pci, non seppe sollecitare la cultura italiana, che pure l’aveva accompagnato per cinquant’anni di vita, spingendola a cogliere quella occasione internazionale per riedificare la propria storia e riproporsi come grande socialdemocrazia italiana. Fatto questo che poteva realizzarsi solo componendo la frattura di Livorno del 1921, che è stata una frattura deleteria per il movimento socialista. Probabilmente se ci fossero state nella Dc Moro e anche Fanfani, e nel Pci Togliatti, queste due evoluzioni – una capace di reggere all’aggressione giudiziaria, l’altra capace di governare il processo di revisione storica, politica e culturale del movimento comunista – ci sarebbero state.

 

 

Mi sembra che questa interpretazione risponda a una lettura verticistica della politica. Non nasce da una sua evoluzione democratica e trascura sia le nuove identità sociali, sia le nuove forme di espressione dell’agire politico, preferendo una logica paternalistica che muove da un vertice il quale però non risulta essere poi in grado di indirizzare alcunché. Al contrario di quanto accade nel momento in cui opera una struttura verticistica, il vero processo formativo di una classe dirigente non può essere cooptativo. Se non si vuole che il consenso sia il prodotto essiccato di una visione scheletrica della politica, è necessario che i soggetti mostrino consapevolezza e che dal conflitto – anche drammatico, anche duro – si producano eventi e condizioni in grado di dare sostanza alla democrazia stessa. Mi chiedo quale sia la base materiale per cui un ristretto nucleo di potentati, con questo cinismo, può pensare di governare milioni di persone… Non ci si rende conto che così facendo si priva la politica delle sue ragioni fondanti?

 

 

Quanto hai appena detto si collega con il giudizio di inadeguatezza che prima ho espresso a proposito della dirigenza comunista – di Occhetto, di D’Alema e di altri. Cosa è accaduto dopo il 1989 e nei primi anni ’90? L’incapacità di avviare il processo di revisione pubblica della propria storia, salvando ciò che di quella storia si poteva salvare, li ha fatti cadere nell’unica discriminante balorda e funzionale al colpo di Stato. Qual era l’unica differenza che il Paese poteva capire? Loro sono ladri, noi siamo onesti. E così hanno contrabbandato, con l’ausilio dei grandi organi di stampa, questo falso. 

 

In una puntata di «Porta a porta», risalente all’epoca dell’inizio della guerra in Iraq, ho partecipato a un dibattito a suo modo singolare sul tema della devozione. Con me, che sono devoto alla Madonna di Pompei, era presente anche Antonio Di Pietro, devoto a Padre Pio. È stata l’ultima volta che l’ho incontrato e in quella occasione, a un certo punto, Di Pietro mi disse nell’orecchio: “sono un pentito, perché ho dovuto registrare che con l’azione che abbiamo fatta in maniera così burrascosa, è venuta fuori una classe dirigente di merda”. Mi fu gioco facile rispondere che quelle cose non doveva dirmele all’orecchio, ma a microfoni aperti.

 

 

A proposito di Antonio Di Pietro, leggevo sul «Corriere della Sera» una sua dichiarazione a suo modo indicativa del personaggio. Diceva: “ho incontrato 5 milioni di italiani, ma nessuno mi chiama”. Ecco, è proprio l’espressione di quel gioco cooptativo di cui parlavo prima. Del resto, nell’epoca in cui era magistrato, il suo operato – inserito dentro il perverso meccanismo storicizzato dell’obbligatorietà dell’azione penale  – non poteva che rispondere a un disegno eterodiretto, perché questa è stata, a voler guardare le cose con onestà, la coscienza del magistrato in Italia. Essa va collocata nel contesto delle dialettiche del potere in quanto tale, per cui nessuno è esonerato dal non conoscere questo aspetto fondante. Nemmeno Di Pietro, il quale ha agito secondo questi criteri che lo hanno poi contraddistinto anche nella sua evoluzione come soggetto politico. In questo senso, è lecito riconnettere il riciclaggio sul mercato politico delle credenziali conquistate con Mani Pulite a un meccanismo di ricatto più generale, che – a mio avviso – costituisce poi il background tipico del nostro Paese. I soggetti finanziari sostengono i giornali per compiere aggiotaggio economico; settori della magistratura pensano di finalizzare i loro atti a un disegno politico e così via…

Comunque, vorrei riportare il discorso sull’evoluzione della sinistra per rilevare come, al di là delle tensioni ricorrenti, giunti al dunque è di nuovo accordo con Rifondazione comunista. La quale varrà pure il 6-7%, ma dall’accordo con essa deriva per il centro-sinistra la storica impossibilità di governare realmente una democrazia moderna. Una situazione che ben difficilmente potrà essere alla lunga celata dietro le cortine fumogene delle alchimie politicistiche…

 

 

Devo premettere una convinzione, che consiste nel ritenere la politica una scienza esatta. A determinati comportamenti corrispondono determinati risultati. La contraddizione sull’alleanza fra il centro-sinistra e Bertinotti per vincere le elezioni, è un comportamento obbligato. E comporta in effetti una difficoltà a governare, essendo il partito bertinottiano incompatibile con la parte riformista della sinistra e con la Margherita e le sue tradizioni culturali e politiche. Ma cosa accade? Accade che questo comportamento è obbligato perché nasce da un errore di fondo di un sistema elettorale che costringe tutti nello stesso reggimento se si vuole vincere. Il giorno in cui questi recinti fossero abbattuti con un sistema elettorale che ritornasse al proporzionale, probabilmente in questo Paese si ritornerebbe a un’alleanza tra partiti riformisti, moderati e di centrosinistra che garantirebbero meglio l’equilibrio sociale ed economico, prendendo le distanze dagli estremismi oggi esistenti nel panorama politico.

 

 

Tanto il sistema proporzionale che quello bipolare sono idonei alla democrazia politica e, volta a volta, la convenienza a scegliere è anche legata agli equilibri storicamente definiti del Paese. Non c’è pertanto da fare una criminalizzazione del proporzionale e un’esaltazione del bipolare, ma se si arriva al bipolarismo è perché il sistema proporzionale aveva a tal punto logorato le sue condizioni reali di possibilità. Più che altro si è trattato di una via di fuga. Mi chiedo, però, perché la Dc non ha fatto una battaglia in difesa del proporzionale, se lo riteneva davvero più utile al Paese?

 

 

Nel 1993, quando fu approvata la nuova legge elettorale, la Dc era esausta. D’altronde, il sistema elettorale è pur sempre una macchina fotografica che rileva le opzioni politiche di un Paese e di una società: la fotografia che ne viene fuori, si può ritoccare, ma non cambiare. 

 

Con il termine “bipolarismo”, poi, l’anti-politica ha trasmesso agli elettori un messaggio e spiego perché. Difatti il bipolarismo esiste solo in Italia, negli altri Paesi esiste – quando esiste – il bipartitismo. Il bipolarismo costringe tutti a fare alleanze con chi casomai non vorrebbe farle. È per questo che ci si allea, per vincere le elezioni, anche con il diavolo; solo che poi questo rende impossibile il governare. In questo senso è una falsificazione, perché l’alternanza che si attribuisce ad essi in realtà c’è sempre stata anche col sistema precedente. Non solo nei Paesi dove vige il proporzionale corretto come la Germania o come la Spagna; ma perfino nell’Italia tutta proporzionalista della prima Repubblica. 

 

Se l’alternanza al governo nazionale non ha potuto realizzarsi completamente è perché la proposta della sinistra italiana era irricevibile dal Paese. Nei livelli sottostanti – regionali e comunali – si è invece realizzata eccome. La differenza fra i due grandi partiti – Dc e Pci – era talmente forte che, anche quando vi è stata la solidarietà nazionale nel 1976-79, la gente non ha mai ritenuto che la Dc non fosse alternativa al Partito comunista e viceversa. 

 

Le contraddizioni in cui si trova il centro-sinistra (poi parleremo del Centro-destra) hanno la loro origine proprio nel sistema elettorale, perché impone un’alleanza fra partiti incompatibili. L’iniziativa di Prodi, che io condivido nella sostanza, tende però a semplificare: poiché è una contraddizione in termini riunire in un partito unico riformista le tradizioni post-comunista, post-democristiana ed azionista, Michele Salvati – che si è ritagliato il ruolo di ideologo di questo processo di trasformazione politica – spiega ai suoi compagni di strada che in realtà le loro radici sono tutte essiccate e che, pertanto, bisogna ricominciare da capo in quanto il passato non vale più. Ebbene, si tratta di uno dei più grandi errori che si potessero fare, perché in questa maniera Salvati testimonia che l’Italia è l’unico Paese dell’Europa che ritiene di non aver bisogno di un grande partito di governo che si riconosca nel Partito socialista europeo. È un’anomalia che “offende” la politica, e la politica per questo si vendicherà. In due modi: o non realizzando l’ipotesi di Prodi; o, più probabilmente, realizzandola per farla implodere subito dopo. 

 

 

È evidente che, al momento, la proposta di lista unica non presenta grande respiro strategico. Qualora poi dovesse cadere e in assenza di un processo di chiarificazione in questa chiave, essa si ridurrebbe a un tentativo di stampo verticistico per compattare attorno a Prodi uno schieramento. Per ora resta la sensazione di un tentativo raccogliticcio volto a mettere insieme vari leader e vari spezzoni, vari ruderi di un palazzo crollato, mentre invece il problema politico attuale dovrebbe consistere nel tentare di rispondere alla crisi del welfare; ridare capacità di competere all’economia; rispondere ai problemi etici, con tutte le considerazioni che questo comporta. Su questo non si ha invece la capacità di dire una sola parola…

 

 

L’incapacità di affrontare le grandi questioni del Paese, nasce sempre dall’ipotesi che abbiamo fatto prima. Dall’errore drammatico della sinistra italiana, lacerata prima a Livorno e poi con la scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini: la sinistra non ha colto l’occasione del crollo del Muro di Berlino per poter rilanciare quella complessiva riunificazione (e rivisitazione) che era nella mente di Craxi. Una volta liquidato Craxi, la sinistra vincente sul piano giudiziario non ha saputo fare questo tipo di operazione. Ora si ritrova a distanza di dieci anni con l’iniziativa di un democristiano (perché Prodi tale era e tale resta), meglio un tecnocrate democristiano, che tenta di mettere insieme l’incompatibile. Nel tentativo di offrire al Paese un’ipotesi comunque suggestiva, perché l’Italia è ancora il solo Paese europeo che non ha nessun partito al di sopra del 30%; in tutti gli altri Paesi di partiti del genere ve ne sono almeno due: quello che governa e il maggior partito di opposizione. 

 

 

Tuttavia, con questa manovra che risponde anche a un dato quantitativo, Prodi conta di trasferire in Europa un esperimento che non si ricollega a nessuna delle sue esperienze storiche significative…

 

 

Proprio qui si scivola nel grottesco e nel ridicolo. Nessuno, né in Germania né in Francia, è disponibile a smobilitare o a ritenere essiccate le radici del socialismo o del laburismo inglese. Ritengono che quelle radici siano ancora vitali e che, tutt’al più, vanno soltanto riammodernate rispetto alle nuove questioni politiche.

 

 

L’interpretazione degli equilibri del potere va completata con uno sguardo sul lato del centro-destra…

 

 

Da quel lato penso si debba fare una iniziativa uguale a quella di Prodi, avendo il vantaggio di poterla fare con soggetti fra di loro compatibili. In particolare Forza Italia e Udc, perché in entrambi questi partiti c’è una larghissima parte della classe dirigente dalle comuni radici: vale a dire quelle democratico cristiane. Certo, in Forza Italia c’è anche un filone laico-socialista. Però il grosso e dell’elettorato e della classe dirigente ha radici popolari, tant’è che hanno un’ideale collocazione nel gruppo dei popolari europei nel Parlamento di Strasburgo. Per di più con la stessa posizione politica, vale a dire di essere alternativi alla sinistra socialista. Perciò non si capisce perché ciò che è unito in Europa, in Italia si debba dividere. 

 

Dal momento che il “mercato” della politica ha bisogno di un’offerta forte, di un partito che si candidi a coprire il 35-38% dell’elettorato, l’unificazione di FI e Udc rappresenta la premessa per la costituzione di un partito unico di tal fatta: la condizione prima per garantire vera stabilità. 

 

È vero: esiste il problema di Berlusconi, che è la forza e la debolezza della coalizione. Oggi egli garantisce l’unità della coalizione, ma il vero problema consiste nel fatto che questo valore aggiunto – la leadership di Berlusconi appunto – dev’essere sostenuto dalla rete di un gruppo dirigente, capace di dislocarsi territorialmente e quindi radicato. Allora, il centro-destra dei tanti amici che sono punti forte di riferimento nelle varie regioni d’Italia, deve procedere per garantire all’azione di Berlusconi questa rete di protezione senza la quale, quando si concluderà il ciclo vitale dell’esperienza di Berlusconi, il centro-destra rischia di andare allo sbando. 

 

L’alternativa a Berlusconi ci sarà quando ci sarà un gruppo dirigente in grado di trovare la propria legittimazione dal territorio di provenienza. È un processo analogo a quello che vuole tentare Prodi, soltanto che nella Casa della Libertà avviene fra soggetti compatibili. Ma soprattutto è la vera battaglia della politica contro l’anti-politica che si realizza nei cosiddetti partiti “personali”: oggi il 90% dei partiti italiani, se dovessero perdere il leader, scomparirebbero. Non solo Forza Italia, ma anche l’Udc se perdesse Pierferdinando Casini, sicuramente la Lega se non avesse più Bossi, l’Udr senza Mastella o la stessa Margherita priva di Romano Prodi. La capacità di ritornare alla politica potrà realizzarsi se attorno alle leadership oggi esistenti si costruiranno dei gruppi dirigenti in grado di sostenerle ed eventualmente di ereditarne la guida.

 

 

Del partito del leader, in sede di sociologia politica, si è discusso parecchio. In una certa stagione, anzi, la definizione del partito del leader servì a dare corpo a una sintesi che fosse capace di aggirare i diritti di veto che paralizzavano la situazione politica. Nello stadio attuale, il centro-destra ha un leader – cosa che il centro-sinistra al momento non ha – ma questo leader non aiuta per nulla il processo formativo di una qualunque aggregazione. Al contrario, ne blocca ogni evoluzione. L’ipotesi da te prima tracciata si scontra coi dati di fatto reali, perché presuppone soggetti ad alto gradiente di consapevolezza per capire l’inevitabilità del processo stesso. 

Ne sappiamo qualcosa: come radicali, per decenni abbiamo cercato di svolgere una funzione “antagonista”, ma ci siamo poi trovati di fronte all’impossibilità del leader di trasformarsi da leader carismatico in leader politico. E da allora abbiamo perso la sfida, perché evidentemente la nostra classe dirigente ci ha impedito d’essere oggi gli attori di un’azione di governo pur avendone i cromosomi…

 

 

Sai perché la sfida è stata persa? E perché, per il discorso fatto in precedenza, il disegno può fallire anche al centro-destra? Quella creazione di gruppo dirigente, che non è antagonista alla leadership, deve avvenire senza ricevere la benedizione dell’avversario… Oggi gli anti-berlusconiani, in realtà, tentano di contrastare la personalizzazione della politica con altra personalizzazione. Mentre non vi è dubbio che in una società industrializzata, il partito personale che è diverso dalla leadership segna la sconfitta della politica con la P maiuscola. Politica che non si incarna in una persona, bensì in un gruppo dirigente all’interno del quale c’è poi una leadership. Ebbene il mancato ritorno a questo tipo di politica, determina lo scontro dei poteri di tutti contro tutti.

 

 

La lunga stagione di transizione che ancora stiamo vivendo lascia sgomenti per l’incapacità di istruire in modo corretto un’azione che possa guardare al futuro con qualche serenità. Su territori delicati e importanti, in termini di evoluzione democratica e di soluzione dei conflitti, possono scorazzare soggetti avvezzi ad azioni di veto, di ricatto e di pressione. Chiamo tutto questo la “società delle conseguenze”. La società delle conseguenze non è un fatto casuale, è la conformazione successiva della società della crisi dovuta all’incapacità di governare i processi in atto. La società delle conseguenze è fatta di attori privi di questa coscienza complessiva; è fatta di una definizione dei dati di potere basata su un’arretratezza di fondo. Tutto questo insieme di situazioni porta a concludere che vi potrebbe anche essere chi ha messo in conto di giocare una esasperazione ultima così da poter legittimare una piattaforma di intervento in quanto tale, magari autoritaria. Per esempio la lunga e reiterata azione di delegittimazione dell’avversario politico contiene in sé degli elementi di deriva anti-democratica, di preoccupante fattura…

 

 

Non c’è dubbio. Ma proprio perché la ricomposizione democratica dell’equilibrio fra i poteri all’interno della società è difficile, risulta sempre più evidente che l’unica arma per poter garantire l’equilibrio di questi poteri è per l’appunto il recupero del primato della politica. E quest’ultimo può aversi soltanto se i partiti attuali si trasformano in partiti di gruppi dirigenti, facendosi davvero carico dei processi necessari. Da questo punto di vista, la Lista unica alle europee ha un senso soltanto se sarà una tappa di un processo più vasto e complesso. Al suo interno ci può anche essere la lista unitaria, ma in quanto prima stazione di un percorso volto alla formazione di gruppi dirigenti che affiancano le leadership. Fare una lista unica tanto per farla sarebbe un tentativo alquanto infantile che risponderebbe solo all’esigenza di non far figurare la lista unica del centro-sinistra come “primo partito” alle europee.

 

 

da Quaderni Radicali n.83 novembre/dicembre 2003

 

(foto da AGI)

 

 


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