La Giustizia è sempre stata al centro delle battaglie radicali. Quaderni Radicali e Agenzia Radicale hanno dedicato numerosi numeri e articoli al tema. “La questione giustizia segna una delle tappe più acute di quella che storici e analisti politici hanno definito la “china discendente che l’Italia ha imboccato e dalla quale è sempre più difficile risalire …?”. La risposta non può che essere si. La controproduttività del sistema giustizia è una tremenda e indiscutibile realtà che nel nostro Paese è divenuta un elemento di freno e di disorientamento nel processo di sviluppo e di crescita civile della società, concausa della crisi economica.
“…La questione giustizia - scrivevamo - riassume in modo emblematico tutto il senso della crisi che il nostro Paese vive. Potremmo dire che è il fronte in cui con maggiore evidenza emerge tutto il senso dell’ambiguità della democrazia fittizia che ha realizzato una condizione di apparente diffuso benessere, dove si è avuta l’illusione di spazi di libertà e di crescita, ma dove è mancata clamorosamente quella cornice politica, culturale, di regole e di legalità che fanno una democrazia moderna. E così che la giustizia può essere definita la radiografia più evidente, ma anche la più deformata degli strumenti di guida politica (consociativi e compromissori, concertativi e elitari) della direzione politica e di potere del Paese, con i caratteri profondi e pervasivi delle culture antirisorgimentali, maggioritarie nel dopoguerra che avevano (e continuano ad avere, a destra come a sinistra), un assetto squisitamente illiberale …”.
L’avvocato Fabio Viglione è intervenuto numerose vote sulla rivista. Nel numero 104 di Quaderni Radicali (speciale dicembre 2009), proprio sul tema delle separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (che è oggi al centro del referendum confermativo su cui i cittadini sono chiamati al voto il 22 e 23 marzo) richiamava come l’argomento fosse sempre caratterizzato da polemiche e scontri. Quello che segue è proprio quell’articolo…
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Magistratura e separazione delle carriere: una battaglia senza fine
di Fabio Viglione
Sempre agitata come una riforma estrema, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri sembra appartenere ad una battaglia senza fine caratterizzata da toni incandescenti e polemiche permanenti.
Da una parte c'è chi la ritiene indispensabile per realizzare compiutamente il rito "accusatorio" e porre la terzietà del giudice su un piano di assoluta garanzia, dall'altra chi la guarda con assoluto sfavore, temendo uno snaturamento dell'autonomia della magistratura e della propria peculiare funzione. mQuest'ultimo timore finisce per accompagnare, con effetto frenan te, ogni slancio riformatore che si affaccia all’orizzonte.
Ritengo che la questione vada affrontata con maggiore serenità non credendo affatto che quanti, tra i tanti operatori del diritto, auspicano la riforma siano animati dalla voglia di uno snaturamento del magistrato che sostiene l'accusa, in una compressione della propria autonomia ed indipendenza.
Al contrario, ritengo le rigide chiusure alla riforma non in linea con l'ispirazione del nostro codice (ad oltre vent'anni dall'approvazione) e con le garanzie costituzionali del "giusto processo”. È mia opinione che i principi costituzionali posti a presidio della "indipendenza" e dell' "autonomia" del magistrato non siano affatto in pericolo anche e soprattutto in un diverso assetto all'interno del quale
le carriere tra chi accusa e chi giudica viaggino distinte. E tanto, chiaramente, senza alcuna ingerenza dell'esecutivo nella sfera di autonomia del magistrato.
Proprio per tale ragione, la riforma andrebbe concepita, a mio avviso, in un quadro costituzionale di effettiva e trasparente tutela dei principi di indipendenza del magistrato il quale, chiamato ad assolvere alla propria funzione di parte pubblica, continuerebbe ad ispirare la sua azione "all'interesse della corretta amministrazione della giustizia". In altri termini, una parte processuale che, sposando i propri convincimenti fondati sui risultati della raccolta delle prove, si determini con assoluta autonomia nelle scelte iniziali e conclusive. Non un "cieco accusatore" ma un soggetto processuale che resti 'parte" anche perseguendo l'interesse del corretto funzionamento della giustizia, sia nella fase inquirente che requirente.
Non va dimenticato, sul punto, come la richiamata separazione si armonizzi pienamente con il principio costituzionale secondo il quale "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale" (art. 111).
Come operare la riforma dunque? Fin troppo evidente come non sarebbe affatto auspicabile una diretta dipendenza della pubblica accusa dal Ministero della Giustizia, cosi come altrettanto pericolosa sarebbe una investitura popolare della carica. In un piano di riforma costituzionale andrebbe garantito, per realizzare la riforma, un autogoverno del magistrato della pubblica accusa con le stesse garanzie di indipendenza ed autonomia dell’attuale Consiglio Superiore.
Tale piano di autonomia da ogni forma di controllo, rappresenterebbe il punto di partenza sul quale costruire la struttura della riforma. Dunque, tra chi sostiene l'accusa e chi giudica, in un piano di assoluta autonomia ed indipendenza, si realizzerebbe, ab origine, una netta distinzione proprio in ragione della assoluta differenza tra ruoli e funzioni. Pertanto, non riesco a comprendere per quale ragione la separazione delle carriere debba necessariamente tradursi, così come sostenuto da quanti avversano la riforma, in un'automatica dipendenza dei pubblici ministeri nell'esecutivo ed in uno stravolgimento del sistema con uno squilibrio tra poteri dello Stato.
Del pari, mi è impossibile immaginare che quanti, da decenni sostengano la necessità di una riforma relativa alla separazione delle carriere, possano desiderare una drastica riduzione di autonomia ed
indipendenza della pubblica accusa.
Non sarebbe il rischio di una "dipendenza" della pubblica accusa dall'esecutivo un rischio accettabile nel quadro di una riforma concepita per dare compiuta attuazione al sistema accusatorio che ispirò le scelte di fondo del legislatore del 1988 (codice di procedura penale).
Peraltro, in un processo di parti poste "in condizioni di parità" all'interno del quale la terzietà del giudice rappresenta assoluta garanzia per il sistema, una riforma di tal fatta appare assolutamente in linea anche con le scelte adottate da molti altri Paesi europei. Non certo, dunque, come una anomalia foriera di un pericolo per la salvaguardia delle richiamate garanzie di indipendenza ed autonomia.
Privo di effettiva concretezza, a mio avviso, deve ritenersi anche il pericolo, spesso ipotizzato, di un automatico eccesso di partigianeria del P.M. quale conseguenza delle separazione. Non ravviso dunque, non solo il rischio di perdita di autonomia, ma neanche una maggiore carica faziosa nelle determinazioni del magistrato che sceglie di essere parte del processo.
Al contrario, "le condizioni di parità" tra accusa e difesa previste dall'art. 111 della Costituzione troverebbero più stabile attuazione in una equidistanza anche rispetto ad un ordinamento completamente autonomo. Purtroppo, nel nostro dibattito sulle riforme in tema di giustizia, per le ragioni più disparate, questa annosa questione sembra non sapersi liberare da un sospetto: la separazione delle carriere come “legge contro".
Tale difettoso paradigma non rispecchia l'essenza della riforma anche se, talvolta, alcune sortite della "politica", nell'approccio alle questioni da analizzare, sembrano autorizzare semplicistiche definizioni. E tanto, anche in ragione delle modalità con le quali alcune rigi de contrapposizioni, su un tema tanto delicato, finiscono per occupare il campo.
Ed allora, inevitabilmente, se il dibattito continua a registrare contrapposizioni tanto acute, spesso prive di ampio e generale respiro, non sembra che il terreno sia fertile per la realizzazione di una riforma condivisa.
Fabio Viglione (da Quaderni Radicali n. 104 speciale dicembre 2009)
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Quella che segue è appunto una conversazione dell’avvocato Fabio Viglione con Giuseppe Rippa, direttore di Quaderni Radicali e Agenzia Radicale…
- Referendum Giustizia: SI a una riforma necessaria. Conversazione con Fabio Viglione di Geppi Rippa
(Agenzia Radicale Video)
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é uscito il N° 119 di Quaderni Radicali "EUROPA punto e a capo" Anno 47° Speciale Maggio 2024 |
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è uscito il libro Edizioni Quaderni Radicali ‘La giustizia nello Stato Città del Vaticano e il caso Becciu - Atti del Forum di Quaderni Radicali’ |
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è uscito il libro di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo "Napoli dove vai" |
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è uscito il nuovo libro di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo "l'altro Radicale disponibile |