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09/02/26 ore

Quel NO senza pudore


  • Antonio Marulo

Tutto gira intorno a una domanda da manuale di propaganda, con la quale è stata lanciata la campagna referendaria del Comitato per il No alla legge sulla separazione delle carriere dei magistrati: “vorresti giudici che dipendono dalla politica?”.

 

Il messaggio contiene in sé una falsificazione di fondo, ma ha il pregio di essere chiaro, semplice, perfetto per un elettore ammorbato da decenni di giustizialismo e antipolitica. Basterà per ribaltare l’esito del referendum di fine marzo che sembrava scontato?

 

L’impresa non è impossibile, almeno stando a certi recenti sondaggi. Per questo i “militanti” per il No si sono mobilitati, iniziando una gara a chi la spara più grossa.

 

L’ultima perla ce l’ha regalata il segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), Rocco G. Maruotti, il quale ha messo in relazione gli omicidi della milizia ICE negli Stati Uniti con la “riforma Nordio-Meloni”.

 

 


 

Il post pubblicato su X, e qui riportato nell’immagine, ha fugato gli ultimi dubbi sul fatto che i promotori del No le proveranno tutte, noncuranti del ridicolo, anche a costo di perdere quel che resta della reputazione.

 

Chissà se Alessandro Barbero, storico nazional-popolare del medioevo, influencer di successo e a sua insaputa, filo-russo per vocazione e giurista per caso, ha pensato alla sua, di reputazione, quando ha deciso di diffondere la dichiarazione di voto, mettendo in fila una serie di sciocchezze per suffragare il suo No. 

 

Comunque sia questa uscita maldestra, ma funzionale alla causa, ha risvegliato dal torpore i promotori del Sì, che hanno colto l’occasione per entrare un po’ nel merito delle questioni, smontando punto per punto le tesi del professore di Torino, vedremo poi con quali risultati in cabina elettorale. In questi casi, infatti, confutare non basta: conta essere credibile al cospetto di un’opinione pubblica sempre meno capace di discernere il vero dal falso.

 

Ad influire sul risultato sarà anche il grado di politicizzazione del dibattito, che potrebbe trasformare il voto in un referendum su Giorgia Meloni. Per questo è diventato fondamentale tenersi il più possibile lontano dal merito, oscillando fra benaltrismo ed evocazione del pericolo fascista.

 

Per esempio il verde Bonelli, a nome del suo partito Avs, non si nasconde e ha invitato a votare:

 

No al referendum perché non affronta i veri problemi della giustizia, come ridurre i tempi dei procedimenti penali e civili….perché vogliamo fermare il governo che ha commissariato i giudici della Corte dei Conti che hanno detto No allo spreco di 15 miliardi di euro per il ponte sullo stretto di Messina”. 

 

Non da meno Goffredo Bettini, storico esponente del Pci-Pds-Ds-Pd, ha affermato che:

 

se la Meloni dovesse vincere il referendum, avrebbe le condizioni per instaurare una permanente svolta autoritaria”. 

 

Per l’artefice dietro le quinte della Roma cinematografica di Veltroni e di quella giubilare di Rutelli, intervistato dal quotidiano Il Foglio, “il referendum sarà uno spartiacque…Con la vittoria del Sì ci sarebbero le condizioni per una svolta in piena sintonia con lo spirito del tempo. E cioè con Trump…”.

 

Eppure Bettini era tra gli “eretici” di sinistra a favore della riforma. Ha cambiato idea, ma non nel merito, seguendo la linea di un partito che negli ultimi giorni ha deciso di giocarsi la carta dell’antifascismo. Lo dimostra un video-spot  nel quale si vede un’adunata di braccia alzate del movimento di estrema destra Forza Nuova con scritto Loro votano Sì. Vale a dire, chi vota Sì è fascista o quanto meno non è di sinistra.

 


 

Non lo sarebbero, ad onta delle loro storia, anche gli esponenti di area progressista che si sono espressi a favore della riforma. Ce lo dice il prezzemolino del circo mediatico di La7, Gianrico Carofiglio. L’ex magistrato, già senatore del Pd, oggi scrittore dedito alla vanità, si è messo a dispensare patenti di idoneità, affermando di “non vedere persone di sinistra” tra alcuni che votano Sì, come Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi, Anna Paola Concia, Augusto Barbera

 

Di quest’ultimo, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex deputato del PCI prima e PDS poi, vale la pena sottolineare quanto ha detto al giornale La Stampa:

 

Non possiamo fare i processi alle intenzioni, ma giudicare le norme. Non solo non viene toccata l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati, ma viene rafforzata. Con la riforma i PM acquisiscono uno status costituzionale che prima non avevano. Inoltre ci sarà un giudice terzo e imparziale. Il sorteggio ridurrà la presa delle correnti ed è l’aspetto più urticante per l’ANM”.

 

Barbera tocca un nodo cruciale della riforma, la vera “ciccia” che agita i vertici della magistratura: i criteri di nomina dei membri del CSM, che ridurrebbero il potere delle cosiddette correnti all’interno dell’organo di autogoverno dei magistrati.

 

In proposito il Procuratore Nicola Gratteri nel 2021 era dello stesso avviso, ritenendo che “per modificare il Csm, per ridurre lo strapotere delle correnti,… il sistema migliore sia il sorteggio”, possibilmente “puro, anche a costo di cambiare se è necessario la Costituzione". 

 

 

Ugualmente, l’altro pasdaran del No, Marco Travaglio, nel programma di Gruber su La7, appariva qualche anno fa convinto del fatto che 

 

“se vuoi sbaragliare le correnti è inutile mettersi lì a fare tic-tic e tic-tac, devi mettere una riforma costituzionale che sorteggia i membri del CSM…è l’unica cosa da fare , bisogna inserire un elemento di casualità”.

 

E proprio il caso ha voluto che Travaglio fornisca il destro per chiudere un po’ il cerchio. Lunedì scorso, sempre ospite di Gruber, lo si è visto lodare, udite udite, Paolo Cirino Pomicino, vecchia gloria andreottiana della Dc, meritevole di aver preso posizione a favore del No con la seguente motivazione: 

 

«la riforma Nordio finirà per accrescere, e non per diminuire, il potere a volte senza limiti dei pubblici ministeri». 

 

Questa tesi coincide grossomodo con le affermazioni di Augusto Barbera nella dichiarazione poco sopra citata, contraddice quanto propaganda lo stesso direttore del Fatto quotidiano e quanto lascia intuire lo slogan da cui siamo partiti. Ma tant’è.

 

 

 


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