Dopo un vano espediente dilatorio volto soltanto ad assicurare che, indipendentemente dal risultato del referendum sulla riforma Nordio, il prossimo CSM fosse eletto comunque dagli accordi stipulati fra le correnti dell’ANM, il 22/23 marzo si voterà sulla modifica costituzionale approvata dal Parlamento.
Quest’ultima, a dispetto della surreale campagna promossa dal sindacato dei magistrati, e fatta propria dal Pd e dal cosiddetto campo largo, non fa altro che adeguare l’ordinamento giudiziario alla riforma del Codice penale varata da due giuristi di area progressista quali Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia, allo scopo di introdurre il rito accusatorio al posto di quello inquisitorio del codice fascista.
Con la separazione delle carriere e le nuove modalità di elezione degli organi di autogoverno della magistratura si porta a compimento l’impianto riformatore della giustizia, pensato nel segno della riaffermazione dello Stato di diritto.
Da parte dell’opposizione di centrosinistra oggi, invece, assistiamo a una lettura falsificante che punta perfino a criminalizzare quanti si sono espressi per il Sì a sinistra, compresa una personalità altissima come Augusto Barbera, presidente della Corte costituzionale.
Su quali siano le ragioni per cui si sia assunta tale posizione, in contrasto con i programmi e le proposte avanzate in passato, ne discute il direttore di «Quaderni Radicali» e «Agenzia Radicale», Giuseppe Rippa, con Mario Oliverio, esponente del Partito Democratico e già presidente della regione Calabria, dopo essere stato parlamentare per quattro legislature nel PCI-PDS-DS e aver partecipato alla commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, che già nel 1997 approntò i testi che introducevano la separazione delle carriere.
Mario Oliverio rivendica oggi come, in coerenza con quella linea, il Sì al referendum confermativo vada nella direzione di riaffermare principi e valori fondamentali per la sinistra, che non possono essere sacrificati sull’altare della contingenza e dell’opportunismo politici.
Nei toni assunti dalla campagna per il No, fatta propria dai vertici del PD sulla scia dell’inseguimento della deriva giustizialista propugnata dall’anti-politica dei 5Stelle, scorge una pericolosa “regressione culturale” che può avere conseguenze nefaste in futuro.
(Agenzia Radicale Video)
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