Il direttore di «Quaderni Radicali» e di «Agenzia Radicale» Giuseppe Rippa, in questa conversazione con Luigi O. Rintallo, riflette sulle ragioni per cui l’opposizione promossa dal PD non impensierisca il governo in carica. Ponendosi al seguito del Movimento 5 Stelle e dell’anti-politica di stampo qualunquista, il maggior partito dello schieramento alternativo al Centrodestra ha in sostanza abdicato alla proposta di una “sinistra di governo” e aderito a una vocazione minoritaria. La comune matrice anti-liberale delle sinistre ex comunista ed ex sinistra democristiana impedisce di elaborare un’alternativa nel segno dell’empirismo e della gradualità riformatrice, preoccupandosi soltanto di costruire opportunistiche alleanze per vincere le elezioni. In tal modo, l’area delle forze solo nominalmente progressiste esercita un obiettivo intento restaurativo, a cominciare dal prossimo referendum sulla riforma della giustizia, giungendo a rinnegare perfino le precedenti posizioni in senso favorevole espresse in sede congressuale e programmatica.
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Rintallo: Un luogo comune abbastanza ricorrente tra i commentatori politici è che la migliore assicurazione per Giorgia Meloni è rappresentata proprio dal tipo di opposizione promossa dal cosiddetto Campo Largo, di PD e Movimento 5 Stelle. Qui importa riflettere soprattutto sulla situazione del Partito Democratico, che nonostante la sua rilevanza elettorale come forza maggiore dello schieramento alternativo al Centrodestra sembra tuttavia colto da un sortilegio che gli impedisce di essere credibile nella sua polemica contro il governo. Un governo che pure non presenterebbe chissà quale solidità, visti gli obiettivi limiti dei componenti e per l’efficacia della propria azione. Ciononostante, la polemica o le critiche mosse dal partito di Elly Schlein risultano assai poco incisive, viziate come sono dalla vocazione minoritaria che pare averlo assalito. Una condizione figlia della sua storia, che risale alla realtà consociativa della prima Repubblica quando nel 2007 nacque il Partito Democratico inteso – come sosteneva Emanuele Macaluso – come una fusione a freddo fra le sinistre ex comunista ed ex democristiana. Il retaggio di questa eredità è oggi aggravata dalla rincorsa verso il Movimento di 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte, davvero inspiegabile, a mio parere, poiché porta a rinnegare molte delle scelte fatte nel recente passato dal PD. Lo abbiamo visto a partire dal referendum sulla riduzione dei parlamentari, quando, pur di concludere l’accordo sul cosiddetto governo giallo-rosso, non si esitò a ribaltare il voto negativo espresso in precedenza su una riforma costituzionale all’insegna dell’anti-politica demagogica e qualunquista. Adesso, registriamo identico atteggiamento subalterno sulla giustizia, in contrasto con le posizioni storiche relative alla separazione delle carriere, oggetto della proposta programmatica del partito e di suoi massimi esponenti. Come interpreti e giudichi questa situazione?
Rippa: Come «Quaderni Radicali» e «Agenzia Radicale» abbiamo affrontato più volte l’argomento, descrivendo la vicenda del Partito Democratico in tutti i suoi sviluppi, dalla nascita fino ai giorni nostri. Nel primo dei tanti numeri che vi abbiamo dedicato, che risale al momento nascente, mettemmo le dubbie modalità con cui i veniva a formare. Anziché realizzare una compiuta uscita dall'impianto ideologico post comunista, abbiamo avuto un accordo tra le oligarchie di due partiti, o precisamente tra un partito (il PCI-PDS) e la componente essenziale di un altro (la sinistra DC). Miravano a formare un'aggregazione che, pur chiamandosi Partito Democratico, avevano ben poco di democratico visto che l'obiettivo primario consisteva in primo luogo nella espulsione di tutti gli ingredienti che si muovevano nell'alveo di quello che noi abbiamo chiamato da sempre la “questione liberale”. E cioè tutti gli ingredienti metodologici che in qualche modo noi abbiamo vissuti e viviamo come radicali, in una visione di “sinistra liberale” contrastante con la visione centralistica e anche eterodiretta propria della partitocrazia.
Non sto qui adesso a ricordare tutta la storia del Partito comunista e della sua crisi con la crisi del comunismo mondiale, o la stessa vicenda democristiana dopo Mani Pulite: fatto è che sin dai suoi esordi il Partito Democratico nasceva con questo vulnus. Non è il caso di ripercorrere tutte le tappe dell’evoluzione, così come l’abbiamo esaminato negli anni seguenti, ma ho qui tra le mani un numero che avevamo intitolo “Per un vero Partito Democratico” che anticipava qual è la situazione odierna e in qualche misura ci consente di comprenderla meglio. Una situazione invero imbarazzante, nei termini della dialettica interna cui accennavi relativa al rapporto tra maggioranza e opposizione nel Paese.
È evidente che da lì provengono i segni della debolezza dello sviluppo del Partito Democratico, della attuale segreteria Schlein come pure delle precedenti altrettanto claudicanti. In qualche modo, col Campo Largo è andata realizzandosi una sorta di aggregazione che è la deflagrazione di un qualunque disegno politico strategico, che fosse vissuto nella traiettoria di un cambiamento in senso davvero democratico e liberale. E che fosse talmente forte, da poter iscrivere la propria azione all'interno di una cultura che potremmo chiamare europea, potremmo chiamare transatlantica e occidentale. Viceversa, la logica del Campo Largo che domina l’iniziativa politica del PD, è il contrario degli elementi su cui nasce una forza atlantica, con tutte le problematicità della metodologia liberale, con le problematicità dell’affrontare i problemi complessi.
Infatti, se c’è un nucleo essenziale della cultura liberale va individuato proprio nel far propria una cultura di governo: la capacità della scelta, la dialettica che essa produce, il fatto che nel momento in cui si instaura un metodo democratico non significa occupare egemonicamente, ma significa aprirsi a un confronto, realizzare la scelta, sottoporsi alla verifica della scelta, correre il rischio di perdere se quella scelta non ha trovato il consenso o non si è riusciti ad esprimerla in modo compiuto.
Sembra ci sia quasi la rinuncia a proporsi come forza di governo. Ci si sottrae persino a questa prospettiva e la cosa non può certo spiegarsi con l’attuale stato di minoranza nel Paese. Il Partito Radicale di Pannella, pur essendo assolutamente minoritario, non rinunciò mai a operare come “forza di governo”. E come tale proponeva soluzioni, che abbiamo visto anche realizzarsi con lo strumento dei referendum, sia quelli vinti che quelli perduti. Da parte radicale si offrivano risposte alle domande presenti nella società, mentre invece l’odierna opposizione pare disinteressata a questo tanto da assumere una posizione di chiusura verso il cambiamento, come ben si vede nel caso della giustizia per cui si finisce per arroccarsi a difesa del sistema esistente trascurando come questo sia un’eredità del regime mussoliniano: un vero paradosso.
Torneremo a discutere nello specifico sulla prossima scadenza referendaria, ma qui vanno chiarite le ragioni all’origine dell’atteggiamento assunto dal Partito Democratico quale forza maggiore di opposizione al governo. L’essersi formato dalla convergenza di due gruppi dirigenti oligarchici, espressione di due partiti falliti storicamente e che comunque avevano concluso il proprio ciclo di impegno politico, ha fatto del Partito Democratico il contrario del modello aggregativo proposto sin dagli anni ’90 da Marco Pannella e dai radicali. I residui alogenici degli ex-PCI ed ex-DC non potevano che vivere questo passaggio come mera gestione del potere da un lato, conservando invariato – dall’altro lato – un impianto ideologico di tipo centralistico e verticistico.
Da qui deriva tanto la mancanza di una capacità di visione rispetto alla realtà delle cose, quanto la volontà di realizzare un raccordo con un movimento come i 5Stelle che risponde soltanto a conquistare posizioni di potere. A suo tempo, Biagio De Giovanni – nel numero di «QR» citato prima – rilevava invece che sottrarsi all’esigenza di rincorrere il loro populismo qualunquista si connotava come una vera scelta di civiltà. Proprio perché alieno dall’aver assimilato una cultura di matrice liberale, il PD si proietta verso l’alleanza con il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.
Dopo aver provveduto all’assassinio/suicidio dell’area laica, liberale, socialista e radicale, oggi il Partito Democratico è costretto ad elemosinare il consenso presso il 45% che ancora va a votare, raccordandosi con una forza che esprime tutte le negatività del Paese, nei termini di un qualunquismo che fa perdere di vista gli aspetti sostanziali delle ragioni e della mission di una forza che sia di progresso e di civiltà democratica. Nella rincorsa a Conte si palesa l’incapacità totale di visione di quanto sta accadendo nel Paese. Anziché conquistarsi uno spazio come custode, appunto, di qualcosa che sia il contrario del populismo giustizialista dei pentastellati, si accetta di lasciare a una destra (per di più anch’essa giustizialista) la difesa della “giustizia giusta” che animò tante nostre battaglie radicali.
Il PD rincorre Conte ed elemosina il contributo di quello che dovrebbe essere l’antagonista della propria traiettoria, assecondando gli interessi corporativi che il sistema ha prodotto in quanto tale. È l’effetto derivato dalla mancanza di una solida cultura liberale nel sistema politico italiano. Con esiti grotteschi e controproducenti, basti pensare a quanto accaduto in Campania dove si è consegnata la presidenza della regione a un partito che stava perdendo quota: il Movimento 5 Stelle aveva il 30%, aveva eletto una valanga di deputati e senatori, mentre ora è ridotto quasi all'osso. Gli è stato consegnato lo scalpo dentro una subcultura di puro opportunismo politico, che finisce poi per far proprie tutte le negatività dei soggetti che si intendevano assorbire.
Con ripercussioni ancor più gravi sul piano della politica estera, perché al di là dell’accenno alla difesa dell’Ucraina, se si va a scandagliare il Partito Democratico tende ad allinearsi su posizioni larvatamente anti-occidentali, inseguendo gli indirizzi dettati da Giuseppe Conte, il quale non ha valori ideali particolari da esprimere, venendo dalla storia dei grand commis di Stato italiani e delle professioni ben insediate nel tessuto corporativo e quindi della gestione materiale della roba.
Per mantenere insieme il campo largo non possono fare scelte di governo, che sono scelte anche di rischio. Perché la politica è anche questo. Ma dentro la scelta di rischio, se c'è una cultura di governo, c'è una prospettiva di visione. Una visione che dev’essere altro rispetto al governo di centrodestra. Il centrodestra non lo si combatte attraverso la prefigurazione dell'antifascismo, proposto a ogni piè sospinto e nutrito anche in questa campagna referendaria sulla riforma della giustizia. Lo si contrasta attraverso una solida proposta di alternativa.
La testarda ricerca di un’alleanza coi 5Stelle di Conte, dai contorni aleatori e velleitari fra l’altro, ha comportato la rimozione di scelte prese con delibere congressuali senza nemmeno rivelarsi efficace in termini di contrasto all’attuale maggioranza: si sono sacrificati vanamente anche quei timidi passi intrapresi verso una sinistra di stampo riformatore…
È manifesta l’inconcludenza delle proposte avanzate. Le polemiche assunte non hanno nessuna capacità di far prefigurare un'alternativa possibile in modo sostanziale, in modo compiuto. Assistiamo a una deriva che vede il Partito Democratico far riferimento al maggiore e al più significativo interprete del Campo Largo. Ci si affida a Landini, all'Albanese e, così facendo, si finisce definitivamente consegnati ad una marginalità o una scelta di marginalità fine a se stessa. Non ci si candida ad una funzione di governo reale. E dico ancora di più, se mai dovesse avvenire con questo impianto, un'azione di governo reale non sarà diverso dal continuismo che abbiamo vissuto nei decenni passati, perché i contenuti culturali sono questi e restano intatti. Il Campo Largo prefigurato dall’iniziativa della Schlein ha tutti gli aspetti di essere in qualche misura guidato dalla occasionalità. È una proposta che è fortemente legata a una cultura minoritaria. La mancanza di una cultura di governo la spinge a prendere posizioni in cui non sono mai contenuti proposte di governo altro, alternativo a quello che c'è. Dentro il quale naturalmente c'è il rischio di dover lavorare e di perdere casomai un'elezione, ma contemporaneamente di costituire una solida possibilità di essere altro. Un’assenza che non si notava neanche nel PCI togliattiano e post togliattiano, pur obbligato dal fattore K e dal suo essere legato a Mosca, laddove esso si ritagliava comunque un ruolo nelle istituzioni.
Accade perché sono privi di quella che ho chiamato prima la questione liberale, ma che credo in qualche misura corrisponda a quella forma di liberalismo democratico più aderente alle vicende storiche di un mondo che trova la sua capacità di disegnare una nuova mappa su una piattaforma democratica, l'unica in grado sottrarre alle tentazioni guerrafondaie aggressive.
Essa si contrappone a quelli che sono gli elementi del pacifismo, capaci solo di una richiesta di pace che solitamente asseconda arroganze e violenze aggressive. I nonviolenti costruiscono invece la pace. In questo senso possiamo dire che il Partito Democratico e la sinistra, il progressismo italiano, si porta appresso la vocazione anche alla subalternità, nel senso che non riesce a proporsi in modo autonomo perché resta legato a una subalternità che può essere ideologica oppure di puro e semplice potere.
Il liberalismo democratico è l'unico presupposto nel quale il conflitto tra persone, il conflitto con individui, i conflitti interni e internazionali possono trovare una soluzione che non sia legata alla violenza e ai rapporti di forza, che molto spesso sono l'antefatto delle guerre e dei massacri a cui siamo costretti ad assistere.
- Pd e campo largo senza visione di governo e con vocazione minoritaria. Conversazione Rippa/Rintallo
(Quaderni Radicali TV)
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