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17/06/24 ore

Sinistra senza cultura delle trasformazioni. Trascrizione della conversazione con Giulio Di Donato di Giuseppe Rippa



Giulio Di Donato, già vice-segretario del Partito socialista, in questa conversazione con il direttore della rivista «Quaderni Radicali» e di «Agenzia Radicale» Giuseppe Rippa sviluppa una riflessione sull’assenza nello schieramento progressista, oggi riconoscibile nel PD, di una vera cultura politica della trasformazione. Di Donato individua la ragione di ciò nella frattura intervenuta dopo Mani pulite, quando i post-comunisti preferirono rincorrere i conati dell’anti-politica e proporsi come referenti dei consolidati assetti di potere, anziché aderire a una prospettiva riformatrice.

 

Una scelta che ha portato oggi alla vittoria del conservatorismo moderno espresso dal governo di Destra-centro di Giorgia Meloni, senza che la sinistra riesca a esprimere un’alternativa credibile agli occhi dell’elettorato. Anche perché essa continua ad essere zavorrata sulla questione della giustizia dal pan-penalismo demagogico, mentre rimane distante dai problemi reali e dalle cose concrete per inseguire vacui ideologismi sia nel campo dei diritti civili, declinati secondo i dettami del “politicamente corretto”, sia in quello della transizione ecologica.

 

Sino a quando non si farà chiarezza sulle strategie di fondo, adottando un metodo autenticamente riformatore e laicamente aperto alla ricerca di soluzioni vere e pragmatiche, ben difficilmente si potrà davvero tornare ad essere “sinistra di governo”.

 

Quella che segue è la trascrizione di questa conversazione…

 

 

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Giuseppe Rippa - Nel novembre del 1992, nella turbolenza di Mani Pulite, uscì il libro “Hanno ammazzato la politica” (di Giuseppe Rippa intervistato da Luigi O. Rintallo). Era una lettura della tormentata stagione che demolì la prima Repubblica e scompaginò il sistema politico italiano. A fronte di una domanda che tutti avvertivamo di ripristino in termini di diritto e legalità contro i fenomeni corruttivi, si aprì un capitolo che ha ancora i suoi riscontri nel tempo che viviamo oggi. Stiamo vivendo, infatti una stagione particolare: abbiamo una crisi generale, con eventi drammatici che hanno coinvolto il mondo (dalla pandemia alla guerra in Ucraina), ma è altrettanto vero che la situazione italiana presenta dei vizi strutturali che rende più esposto il nostro Paese ai rischi che ne derivano.

 

Questo lavoro di analisi è partito da una premessa culturale che ci vede denunciare – in quanto liberali, socialisti libertari, riformatori, radicali – la mancanza di Stato di diritto in Italia, da tempo ripiegatasi in un impianto restaurativo che ha allontanato una reale azione riformatrice da parte della politica. Abbiamo una società che può essere descritta come fragile e a rischio. Nell’ultimo numero di «Quaderni Radicali», dal titolo “Politica senza idee. La crisi del PD”, siamo tornati su questi temi e ne parliamo ora con Giulio Di Donato – già vice-segretario del Partito Socialista - che espresse non pochi elementi di contiguità con quell’area laico-socialista-radicale al tempo in cui essa riusciva a imporre nell’agenda politica molte delle sue specifiche tematiche e iniziative. Il che ci porta alla considerazione che oggi il Partito Democratico, nato dall’aggregazione di due gruppi dirigenti né democratici né liberali, ha avuto invece come obiettivo primario proprio l’accantonamento e l’esclusione di quest’area politico-culturale i cui ingredienti erano, dal nostro punto di vista, fondamentali per un’azione riformatrice in Italia. 

 

Giulio Di Donato – Da Mani pulite è venuto fuori l’equivoco politico del Partito Democratico. Perché dico che il PD è un equivoco? Perché il PD, dopo quindici anni, non si sa ancora bene cos’è. È nato come tentativo di mettere insieme comunisti e democristiani di sinistra scampati alla ghigliottina di mani pulite. Tentativo fallito. Un matrimonio di interesse, in nome dell’occupazione del potere anche quando i voti non c’erano. Solo il potere li ha tenuti insieme. E quindi naturale che il pd si  impoverisse. Adesso con la neo-segretaria Elly Schlein scivola verso un movimentismo che probabilmente darà un po' di ossigeno, ma il Pd della Schlein difficilmente diventerà una grande forza di governo liberale e riformista.

 

Questo era l’obiettivo che ci proponevamo noi del Psi al tempo del nuovo corso craxiano, prima di essere massacrati cancellati e dimenticati dalla furia mediatico giudiziaria degli anni ‘90. Un crimine negato che, come è successo per le foibe, prima o poi verrà fuori. Al Paese serviva e serve una sinistra di governo. Il pd in tutti questi anni non solo non è riuscito a metterla insieme ma ha anche disfatto quel poco che c’era. E quando è stato al Governo ha dato pessime prove di se con errori su errori. Senza idee, senza visione, senza una analisi compiuta di quello che accade sotto i nostri occhi, dentro e fuori casa, in Europa e nel mondo. Dice di volere le riforme ma poi si fa abbagliare dal peggior populismo, insegue mode ed estremismi e non si occupa di ciò di cui si dovrebbe invece occupare una sinistra moderna, cose concrete, che fanno parte del disagio quotidiano, del lavoro che manca o che è sottopagato o è a nero, delle nuove forme di sfruttamento, dei servizi che non funzionano, della scuola e della sanità che sono a pezzi.

 

Si dovrebbe occupare di modernizzare la pubblica amministrazione, renderla accessibile, semplice, efficiente, di una revisione profonda del welfare, che non può essere dato a tutti, in modo indiscriminato, ma solo a chi ha bisogno, se vuole essere efficiente. E non dovrebbe trascurare la sicurezza delle persone delle famiglie, senza la quale si limita la libertà. Insomma dovrebbe governare il cambiamento, i cambiamenti che si riproducono a velocità supersonica e non vanno sempre nella direzione migliore per l’uomo. 

 

G.R. - In linea con quanto affermi, voglio segnalarti che proprio sul n. 118 di «Quaderni Radicali» abbiamo ripubblicato l’intervento che Pier Paolo Pasolini inviò al congresso radicale del novembre 1975 e che non pronunciò perché fu assassinato a Ostia il giorno prima. Quell’intervento fu letto all’assemblea da Cerami e, fra l’altro, va rilevato come esso sia scomparso dalle cronache odierne che hanno celebrato i cento anni dalla nascita dello scrittore: nelle innumerevoli serie di dibattiti, mostre e conferenze nessuno ha mai ricordato quest’ultimo suo scritto, la cui intensità avrebbe riassunto e richiamato il senso del suo ruolo di intellettuale in questa occasione di ricordo.

 

Scriveva Pasolini: “… Un nuovo conformismo di sinistra si appresta ad appropriarsi della vostra battaglia per i diritti civili … creando un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo… Proprio la cultura radicale dei diritti civili, della Riforma, della difesa delle minoranze sarà usata dagli intellettuali del sistema come forza terroristica, violenta e oppressiva. Il potere insomma si accinge ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici". Sicuramente il background dell’analisi critica pasoliniana è tutta contenuta in questa lancinante interpretazione che lo scrittore offriva alla riflessione dei radicali riuniti a congresso nel 1975…

 

G.D.D. - La tua integrazione è più che mai opportuna. Pasolini aveva una visione… Ecco uno dei problemi della politica di oggi, se ancora possiamo parlare di politica, è che ha cancellato o non tiene in considerazione il proprio passato. Non si rende conto che, per citare Sant’Agostino, la memoria è il presente del passato: senza la memoria non si va da nessuna parte. E che il presente è la visione, se non abbiamo una visione – che si costruisce appunto sulla memoria – non avremo nemmeno un futuro, perché non saremo in grado di prefigurare una prospettiva.

 

Oggi il problema è enorme, perché le trasformazioni sono repentine e continue. E il rischio del disorientamento, di non riuscire più a modellare un futuro è dietro l’angolo. Cosa fa allora la sinistra? Invece di capire e possibilmente orientare una modernità che produce molte tossine, la insegue ne diventa succube e poi quando non sa che fare si rifugia nel campo facile dei diritti. E va pure bene. Ma non basta perchè poi la quotidianità delle persone è altro. La politica non è una specie di festival di San Remo. Fedez Ferragni Egonu e Rosa Chemical, sono spettacolo, satira, intrattenimento. Non certo una iniziativa politica. 

 

L’effetto poi qual è? Che vince la destra. Una destra conservatrice, depurata dai fattori reazionari, che diventata forza di governo ha cambiato pelle, ha ammainato le vecchie bandiere, ed oggi si accontenta di mettere qualche segnaposto identitario, offrendo di se una immagine di affidabilità. Questo ha fatto la Meloni in stretta assoluta continuità con Draghi sulle cose che contano; il Pnrr, i conti in ordine, il controllo del debito pubblico, la crescita, l’atlantismo e un europeismo critico -costruttivo. E, sono certo, prima o poi approverà anche il Mes. Se non fosse stato per Piantedosi, per Del Mastro e Donzelli e per la tragedia di Cutro, dove le responsabilità sono solo della guardia costiera, per Salvini e Berlusconi che tirano la corda sulle micro corporazioni, e che sono in obbligo con Putin e ogni tanto devono dare qualche segnale a Mosca, bisogna dire che la Meloni fino ad ora se l’è cavata

 

I problemi li ha con i suoi alleati. I quali fino alle europee daranno fastidio, ricatteranno sulle nomine, ma non romperanno. Quindi giusta l’opposizione su Cutro, sul riconoscimento dei figli delle famiglie omosessuali, che andrebbe garantito come lo ius soli che c’è e che potrebbe essere attualizzato riducendo gli anni di residenza, no all’utero in affitto, anche se la materia è complessa e controversa. Giusto l’allarme sui diritti, ma non basta. Così la Meloni se la cava. 

 

Si a Cutro vi è stata una responsabilità della Guardia Costiera secondo me di natura colposa non dolosa.  Il tema dell’immigrazione però è tutto lì, e se si continua a gestirlo in termini ideologici, tra chi dice chiudiamo i porti e chi risponde accogliamoli tutti, non ne verremo a capo. 

 

Per la sinistra il problema è dunque oggi quello di rimettere in campo un’alternativa credibile, che non è il campo largo, nel quale oggi sembra ci sia la gara a chi la spara più grossa. Gli ex grillini hanno due carte, entrambe logore, il reddito di cittadinanza e il bonus edilizio. Poi quella sul pacifismo che si giocano con una parte del mondo cattolico. Ma a parte quest’ultima che è l’unica insidiosa, reddito e bonus sono armi spuntate. Il governo li vuole cambiare ed ha ragione. Una sinistra riformista non oppone resistenze ideologiche, cerca di orientare il cambiamento.

 

Ad esempio sulla limitazione del reddito, ottenere che le risorse che si risparmiano siano spese per la formazione e l’avviamento al lavoro. Anche sul presidenzialismo, invece di far muro bisognerebbe rilanciare per una vasta riforma istituzionale, che riguardi tutto il sistema degli enti locali, comuni, Regioni, Aree metropolitane, autonomia differenziata compresa, per mettere ordine nel caos attuale, adeguando una volta per tutte anche la legge elettorale. Insomma una grande riforma per sfidare la destra sui temi veri e urgenti della modernizzazione. 

 

G.R. - Due considerazioni a latere. Ho la sensazione che l’affidamento del Ministero dell’Interno a funzionari non rappresenta davvero un’ipotesi di “governo politico” della situazione, con tutto il rispetto per i funzionari del ministero. Questa reiterazione di collocarli alla guida del dicastero risponde a una visione di influenzamento politico esterno, che in qualche misura rende meno autorevole l’azione del ministero stesso. Per quanto riguarda il discorso sulla destra, è evidente che questa destra italiana ha una premessa identitaria al di là delle occasioni che incontra sul suo percorso, ma è altrettanto evidente che non possiede le articolazioni necessarie per gestire la complessità.

 

Qui emerge davvero il “buco nero” della sinistra, nel senso di vuoto e di mancanza di idee alternative. Aggiungo un commento sul problema del presidenzialismo, cui prima accennavi: il presidenzialismo può mantenere la sua validità innanzi tutto come premessa per la riforma elettorale, che costituisce un passaggio fondamentale.

 

Se abbiamo un problema di governabilità è evidente che abbiamo anche un problema sempre più clamoroso di rappresentatività e di legittimazione, registrato dalla drastica riduzione di partecipazione: non dimentichiamo che il 60% di elettori non è andato a votare. Il combinato disposto della crisi di rappresentatività e di partecipazione deve allora trovare uno sbocco di praticabilità e in questa chiave il favore espresso verso il presidenzialismo, iscritto nella urgente revisione della legge elettorale, risulta ancora valido e non apparire una svolta autoritaria.

 

Mi interessava mettere in evidenza altri fronti: penso a quanto sia determinante la questione della giustizia, non intesa come polemica con la magistratura ma intesa come esigenza assoluta di restituire alla giustizia il ruolo che la Costituzione le detta, non soltanto per gli attori che la devono esercitare ma anche per i tempi entro i quali sviluppare la propria azione. Basterebbe pensare alle implicazioni che hanno avuto il ruolo di certe inchieste sul fronte economico, contribuendo non poco a deformarne i contorni e a favorire il processo di declino, senza avere alcun riverbero positivo in termini di efficacia della lotta alla corruzione.

 

È un altro degli argomenti che non si riesce mai a mettere davvero all’ordine del giorno della politica: converrai che la pur acuta crisi della giustizia è scomparsa dall’agenda. Eppure risultava come la vera emergenza del Paese: ricordo che in una conversazione con Luciano Violante, egli non abbia esitato a parlare di “crisi morale” della magistratura in Italia. Questo problema non è più preso in considerazione perché la stabilizzazione corporativa del sistema sembra cancellare questo tipo di traiettoria.

 

G.D.D. - Condivido il giudizio di Violante sulla “crisi morale” vissuta dalla giustizia. Palamara ne è la esemplificazione in maniera indiscutibile. Ha fatto emergere la verità. L’altro dato è quello della corporazione: c’è stata e resiste tuttora una forte caratterizzazione corporativa della magistratura. Il terzo elemento è la politicizzazione: non è tollerabile avere una magistratura che è organizzata in veri e propri partiti. Al governo, il ministro Nordio aveva cominciato bene. E’ stato fermato. dal caso Cospito, che è un criminale, che ha commesso reati e andava punito, ma ma non so se necessariamente col 41 bis. Forse sarebbero state più opportune altre misure.

 

Anche per evitare la saldatura tra anarchici e mafie come può accadere.  La visita dei parlamentari pd era legittima, ma la delegazione pd ridondante, e comunque hanno sbagliato a parlare con i mafiosi ed il tema della visita non poteva essere il 41 bis, della cui permanenza si può discutere ma in quella sede. Il punto politico per il pd però è: sosterrà sui punti chiave Nordio o si schiererà contro, come faranno Conte ed il peggior corporativismo giudiziario, con i settori più estremisti della Anm in prima linea, per far fallire la riforma? 

 

Prima dicevi che c’è un problema di contenuti limitati nella destra e sono d’accordo. Le parole d’ordine della destra sono ancora Dio, Patria e Famiglia. Ma oggi cosa significano? Dio cosa significa? C’è un problema che riguarda la crisi della Chiesa delle religioni e dello spirito religioso. Prevale un laicismo consumistico senza contenuti: è un problema complesso, gigantesco. Ma anche famiglia, cosa significa oggi? Famiglia allargata, famiglia tradizionale, nuove famiglie… Patria, a sua volta, è un concetto romantico ma oggi come si declina? Siamo inseriti nell’Europa, dobbiamo svolgere un ruolo per fare dell’Europa un soggetto politico in grado di competere nello scenario internazionale con soggetti potenti e forti. Non mi pare che bastino queste vecchie parole d’ordine per interpretare la complessità che la modernità ci propone. 

 

Ma neppure la sinistra mi sembra ben attrezzata. Anzi anch’essa scivola, sbanda è incerta. Prendi il caso Ucraina, le perplessità che origini hanno? Il filo putinismo riguarda per ragioni diverse Salvini e la Lega, Berlusconi più che Forza Italia ed i 5 stelle.  Nel Pd non ci dovrebbe essere spazio per i perplessi. E invece anche li ogni tanto viene fuori qualche vocina. Certo la guerra nessuno la vuole, ed i veri pacifisti dovrebbero prendersela con Putin che la ha cominciata. Noi mandiamo le armi per aiutare gli Ucraini a difendere i loro confini e la loro libertà, dovrebbe esser chiaro a tutti. Come per il pd lo è stato ai tempi di Draghi. Che è stato in assoluto il migliore degli ultimi decenni. 

 

Naturalmente è ancora presto per dare un giudizio su quello che farà Elly Schlein, le prime mosse erano abbastanza scontate ed anche utili per recuperare nei sondaggi che, ahimè sono il vangelo della nuova politica. Però ci vorrà del tempo… 

 

E poi c’è un altro grande tema: il lavoro. La mia opinione è che non possiamo accettare l’idea che il lavoro – un concetto oggi profondamente cambiato, perché è vero che non ci sono più i padroni di un tempo né c’è più la lotta di classe, ma il lavoro resta comunque un punto fondamentale nella vita di una società. E di ciascuno di noi, di ogni individuo. È mutato moltissimo negli ultimi anni, al pari dei mutamenti intervenuti in altri campi: ebbene, noi ci dovremmo occupare proprio di questo e cioè di rimettere al centro del discorso politico e sociale il lavoro. E insieme al lavoro, la formazione e l’istruzione. 

 

Pensare di ricostruire l’unità e la forza della sinistra attraverso l’anti-fascismo, così come ha lasciato intendere la partecipazione del segretario Cgil alla manifestazione fiorentina dopo lo scontro fuori scuola tra bande di attivisti, mi pare davvero poco convincente. Secondo me, il problema oggi non è il fascismo e nemmeno l’anti-fascismo, bensì riuscire a governare i cambiamenti.

 

G.R. - In effetti la presenza di Landini, Schlein e Conte alla manifestazione anti-fascista di Firenze dà la sensazione di una sinistra che ha per vocazione alleanze massimaliste e populiste, anziché avere la preoccupazione di rifornirsi degli ingredienti riformatori necessari. E questo è già un segno che non ci conforta, anche se – come hai detto – si ha il dovere di interpretare i fatti piuttosto che dare ascolto alle suggestioni. Intanto, il primo fatto è che la manifestazione si è tenuta con quel tipo di impostazione.

 

Così come per me, da sempre nonviolento, riesce difficile confondermi coi pacifisti. Il pacifista “chiede” la pace, mentre il non violento “costruisce” la pace: il problema è proprio di natura metodologica, occorre darsi un metodo che è appunto quello liberale, pragmatico e riformatore. L’evocazione della pace la può fare il Papa, ma non vedo come le forze politiche possano definire la loro azione negli stessi termini di un pontefice…

 

G.D.D. - Il Papa è il Papa e deve dire queste cose. Ma politicamente se chi si considera pacifista, poi non agisce in maniera tale da respingere l’aggressione di Mosca agli ucraini, confonde la pace con una resa. E si tratta di due concetti ben diversi tra loro, pace e resa: una cosa è costruire la pace ed altra cosa è arrendersi ed accettare la violazione del diritto internazionale, con l’occupazione da parte di una potenza nucleare di territori che si trovano ai suoi confini. Un domani potrebbe riguardare chiunque, anche noi italiani: fortunatamente l’Austria è oggi un piccolo Paese pacifico e non più l’impero di un tempo, ma arrendersi a questa violazione significa per l’appunto far sì che essa possa ripetersi ovunque. 

 

G.R. - Non solo, ma anche in Italia potrebbero nascere tentazioni del genere…

 

G.D.D. - Non aiutando l’Ucraina a difendersi, l’atteggiamento pacifista si rivela infantile. O è infantile, o è in malafede, perché vuol dire che si accetta la linea di Putin. Da oltre settant’anni la guerra era scomparsa dal nostro orizzonte, ora è ricomparsa e comporta costi materiali, umani, sociali, morali, enormi. I problemi delle minoranze russofone in Ucraina si potevano risolvere con accordi simili a quelli De Gasperi - Gruber sull’Alto Adige, oppure con la soluzione coreana o in mille altri modi. Non con la guerra. Ma le mire di Putin erano su tutta l’Ucraina ed oltre, non solo sui territori contesi.

 

G.R. - Qui si riscontra l’assenza dell’Europa che è rimasta inerte dal 2014. Una cultura davvero nonviolenta avrebbe invece affrontato le ragioni del conflitto, morde il conflitto e lo iscrive sul terreno dello Stato di diritto a differenza del pacifismo che resta con le braccia conserte e lascia che gli eventi degenerino…

 

G.D.D.sulla Crimea l’Occidente è stato miope. Ha preferito lasciar correre. E ha commesso un grave errore. Del resto non l’unico.  L’ Europa negli ultimi 30 anni ha potuto contare sulla difesa della NATO finanziata dagli USA,  e, soprattutto la Germania, sul gas e petrolio russi a buon mercato. Questo ha favorito l’industria manifatturiera e le esportazioni. Se ne sono avvantaggiati i tedeschi ma anche noi. Adesso la musica è cambiata. La Nato è il nostro scudo difensivo ed è la protezione per le democrazie occidentali. Dobbiamo assumerci gli oneri derivanti. Il 2% del pil? Se serve anche di più. La dipendenza energetica non ce la possiamo più permettere. Dobbiamo diventare autonomi ed indipendenti sul piano energetico. Il lavoro fatto da Draghi è stato eccellente. E la Meloni si muove su quella scia. E anche tutta l’Europa deve cambiare. Deve contribuire alle spese Nato e rendersi autonoma da un punto di vista energetico. 

 

A proposito di energia, pur avendo a suo tempo aderito al referendum sul nucleare dopo Chernobyl, guardo con interesse al nuovo nucleare, fusione e fissione, ma di nuova generazione intrinsecamente sicuro con reattori di piccole dimensioni. Sul primo c’è una ricerca Usa cui partecipa l’Eni al 25%, ma ci vorrà tempo, però è il futuro. Sulla seconda può contribuire alla transizione ecologica. La Francia intende promuovere una iniziativa europea in tal senso, spero vivamente che l’Italia vi partecipi e possa in qualche modo recuperare una filiera industriale che nel 1987 fu azzerata. Fotovoltaico e eolico, assolutamente si, ma non penso bastino a risolvere il problema. E quindi anche altre strade, biomasse, idrogeno.

 

Così come ritengo apprezzabile la frenata impressa in Europa alla rottamazione dei motori termici, perché penso che la soluzione all’eccesso di Co2 non sia solo nei motori elettrici: in definitiva, anche sul tema ecologico non bisogna avere approcci ideologici perché l’eccessiva semplificazione ed estremizzazione delle posizioni non porta da nessuna parte. Più che Greta, ricerca e innovazione.

 

- Sinistra senza cultura delle trasformazioni. Audiovideo della conversazione Giulio Di Donato / Giuseppe Rippa (Agenzia Radicale Video)

 

 


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