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04/12/21 ore

Senza i referendum non si farà nessuna Riforma della Giustizia. Conversazione Rippa - Rintallo



Della riforma sulla Giustizia si parla da decenni, ma appare improbabile che con gli equilibri di questo parlamento posso trovare una sua reale realizzazione  verso una giustizia-giusta. E questo nonostante la sua assoluta urgenza, la sua inevitabile implicazione sul Recovery Fund, ai cui fondi si rischia di non poter accedere senza questa riforma, la crisi evidente e preoccupante della magistratura…

 

La proposta dei radicali, accolta dalla Lega di Salvini, di raccogliere le firme per una serie di referendum sulla Giustizia, diventa uno strumento necessario, per quanto autonomo dalla iniziative parlamentari. Ma per il neo-segretario del Partito Democratico Enrico Letta si tratta di una provocazione: “il referendum vuol dire buttare la palla in tribuna”. Dare la parola ai cittadini, se l’immobilismo parlamentare e le linee giustiziaste permangono, significa per il neo-leader del partito cosiddetto “democratico” buttare la palla in tribuna…

 

 

Dei referendum, della riforma, della crisi della Giustizia e della Magistratura, discutono il direttore di Agenzia Radicale e Quaderni Radicali Giuseppe RippaLuigi O. Rintallo, redattore storico di AR e QR

 

 

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Luigi O. Rintallo - I conflitti che stanno dilaniando la magistratura – prima con le rivelazioni dell’ex presidente della ANM Palamara sul “sistema” di spartizione degli incarichi e poi con l’indagine sui verbali dell’avvocato Pietro Amara – evidenziano la rilevanza della questione giustizia in Italia. A poco è valsa la tendenza dei media di edulcorarne i contorni o, addirittura, a negarla: sulla rivista Quaderni Radicali e su Agenzia Radicale la indichiamo invece da tempo come la principale e vera emergenza del Paese. Non è tanto più vero proprio nella fase che stiamo vivendo, quando le stesse possibilità di rilancio economico sono strettamente legate – come rilevato dal ministro Marta Cartabia in una recente intervista – alla riforma della giustizia?

 

Giuseppe Rippa - Prima di parlare di giustizia occorre sgombrare il campo da due equivoci di fondo. Il primo riguarda il ruolo della magistratura, che dal nostro punto di vista è fondamentale nell’impianto democratico: alla magistratura spetta, infatti, il compito di tutelare i più deboli dalle prevaricazioni dei criminali e dei poteri occulti, finanziari o malavitosi che siano. Garantire il corretto funzionamento del sistema giudiziario è pertanto una priorità democratica perché, laddove esso sia minato alle sue fondamenta da lotte di potere o rischi di deragliare dal binario costituzionale, sarebbe pregiudicato il nostro stesso ordinamento democratico. Il secondo equivoco sta nello svincolare il problema giustizia  dal contesto più generale della crisi che stiamo attraversando, alla quale si tenta di dare soluzione con il piano di ripresa finanziato dall’UE: l’Europa ha deciso di intervenire prescindendo da ogni altra dinamica o vincolo precedenti, con la finalità di colmare il disavanzo strutturale che contraddistingue l’Italia in termini di arretratezza accumulata in tutti i settori.

 

Se viviamo in una condizione di oggettiva pre-modernità, gran parte delle cause all’origine del nostro ritardo risiede proprio anche nelle modalità di funzionamento della giustizia. Dentro questo scenario, si parla da anni della sua riforma e da anni siamo sotto accusa, da parte dell’Europa, per una serie di problemi che riguardano appunto la giustizia: da quelli relativi ai tempi dei processi a quelli che concernono la sua efficacia e la sua aderenza a un vero Stato di diritto che, spesso, in Italia latita. Ricordiamo che ci sono stati vari pronunciamenti delle corti europee, che hanno riguardato – ad esempio – la retroattività di alcune norme, che sono state utilizzate per comminare condanne di reati che non erano considerati tali in precedenza.

 

Giustamente, dunque, il ministro Marta Cartabia ha sottolineato come la riforma della giustizia sia da considerarsi propedeutica alla possibilità di avere i finanziamenti europei. Bene ha fatto il governo Draghi a presentare subito il recovery plan, anticipando gli altri Paesi. Resta il particolare che questa prima tranche dei fondi – grosso modo il 13% del totale dei 248 mld. in cinque anni – non presuppone la certezza di avere anche quelli successivi, qualora non saremo stati in grado di avviare le riforme. A questo punto la questione giustizia, sistematicamente rinviata e che si è protratta nel tempo perché si è determinato uno scontro tra poteri, diventa vieppiù centrale.

 

L.O.R. - Scontro di poteri che non è certo qualcosa che va prefigurandosi ora, ma che dura ormai da decenni e ha disarticolato gli equilibri istituzionali a partire dallo smantellamento della cosiddetta prima Repubblica, provocato da Tangentopoli. Da allora la politica ha abdicato ai suoi compiti, mentre nella magistratura si sono imposte logiche di natura corporativa e velleità di indirizzo politico se non addirittura morale e ideologico. Tutti fenomeni che ci hanno allontanato dai criteri ispiratori di uno Stato di diritto…

 

 G.R. - La definizione del ruolo salvifico attribuito alla magistratura, da Mani pulite in poi, per giungere sino agli atti che si sono formalizzati in questi ultimi mesi, certificano lo stato di crisi profonda di quello che – ricordiamolo – è l’ordine, non il potere, giudiziario. Nel momento in cui alcuni magistrati si sono arroccati nella difesa corporativa dei privilegi conquistati all’interno della perversa dialettica tra i poteri, hanno finito per non prendere coscienza della stessa crisi che li riguardava. Il sistema istituzionale è stato così, in qualche modo, terremotato facendo assumere a una parte della magistratura un ruolo determinante nel processo di disfacimento della dialettica democratica e della rivelazione stessa dell’assenza dello Stato di diritto in Italia.

 

Una parte della magistratura si è sentita dunque investita del ruolo di guida della nazione. Una guida fallace, non soltanto perché ciò annulla il principio di terzietà del giudice, ma perché ha condotto quei magistrati su un terreno che non gli è proprio, riducendone al contempo la legittimità. Di conseguenza questo stato di cose ha generato la situazione di stallo in cui ci troviamo,  che impedisce al Parlamento di intraprendere una qualunque azione di superamento e risoluzione. L’intreccio delle crisi che investono tutti i soggetti, l’autocensura dei partiti rispetto al ruolo della magistratura o per lo meno della sua parte più politicizzata, che manifesta la pretesa di condizionare le dinamiche del Paese secondo logiche terrificanti dal punto di vista di una compiuta aderenza ai principi liberali di uno Stato democratico, hanno generato un blocco nell’iniziativa di riforma.

 

L.O.R. - Le difficoltà dell’avvio di un processo riformatore sono emerse anche dalle dichiarazioni del ministro, dal momento che prefigurano un lento avvio lungo un percorso particolarmente accidentato senza delineare un insieme di proposte che siano davvero incisive…

 

G.R. - Il ministro di Giustizia Marta Cartabia si colloca entro una dinamica dai contorni terribili e cerca di mediare come può. Tuttavia, anche questi percorsi di mediazione hanno un valore parossistico, perché lei stessa parlando del processo civile ha dichiarato che punta a passare dagli attuali otto a cinque anni. Se si pensa che altrove – in Francia o nel Regno Unito – siamo nell’ordine delle settimane o dei mesi, porsi come obiettivo una riduzione temporale del 40% ha quasi del paradossale. 

 

Dobbiamo chiederci quali sono gli ostacoli veri che rendono impraticabile l’urgenza della riforma. Certo non convincono le obiezioni della corporazione in toga, che attribuisce le lungaggini soltanto agli avvocati  oppure lamenta la scarsità dei mezzi. Sono spiegazioni che proprio i recenti scandali dimostrano di non essere adeguate. I problemi veri non sono riconducibili tanto a questo tipo di problematiche, ma alle degenerazioni intervenute con l’aumento dell’area di discrezionalità e l’esercizio dì un ruolo politico, che ha dato luogo alle mostruosità del giustizialismo praticate attraverso il circo mediatico-giudiziario e soggetti politici quali il M5S, che in Parlamento hanno funzionato come terminale di un processo restaurativo e bloccante verso ogni azione riformatrice.

 

L.O.R. - Per rimuovere tale blocco, da parte radicale si rilanciano i referendum sulla giustizia che affrontano nodi decisivi come la responsabilità civile e la separazione delle carriere…

 

G.R. - Da parte radicale, diciamo del modello culturale di Marco Pannella, l’iniziativa di promuovere questi referendum muove dall’esigenza di garantire quello Stato di diritto che in Italia è da tempo compromesso. I referendum che sono proposti non vanno considerati uno “stimolo”, in quanto hanno un loro percorso autonomo: sono richiesti da almeno 500.000 cittadini e, una volta ammessi, sono lì per essere votati entro una scadenza certa. Svolgono, in questo senso, una funzione positiva perché assicurano che il Parlamento scelga sui temi che essi pongono. Temi decisivi, come dicevi, perché fanno pronunciare su una serie di norme che rappresentano un elemento di blocco e hanno creato la sacca dei ritardi e degli immobilismi giudiziari.

 

Abbiamo allora una scenografia così definita: il referendum ha una sua autonomia che mette in essere le condizioni perché ci sia davvero una possibile riforma della giustizia in questo Paese. E, come ammesso dallo stesso ministro, senza quella riforma non prosegue nemmeno il piano di ripresa deciso dall’UE. Se non cambiamo la giustizia avremo un cortocircuito che stupisce non venga intuito anche da chi come il PD, pur con la sua vocazione giustizialista, è parte della maggioranza di sostegno al governo Draghi nato appunto per fronteggiare l’emergenza derivata dalla pandemia e dare fattibilità a un’ipotesi di rilancio attraverso il recovery plan.

 

Evidentemente il referendum rimedia al vuoto in sede parlamentare e costringe la politica a confrontarsi con la questione giustizia, dopo decenni di immobilismo e inerzia. Alla luce delle linee guida enunciate, tutto congiura perché il Parlamento non vada avanti o si avviti nel gioco dei veti contrapposti. Affermare come fa la vice-presidente del Senato e responsabile PD della giustizia, Anna Rossomando, che i referendum sarebbero solo “propaganda” significa fingere di non sapere che senza di essi non si pongono nemmeno le condizioni perché ci sia una riforma. I referendum non sono un mezzo che si contrappone al Parlamento, di natura populista come si vorrebbe far credere, facendo sì in questo caso pura propaganda, bensì essi sono  uno strumento di autonoma azione dei cittadini. Questi ultimi potrebbero, qualora il Parlamento rimanga inerte, chiamati a decidere su quelli che sono i parametri di un’azione di riforma della giustizia.

 

Per forze come il PD, eredi di una cultura centralista, verticista ed eterodiretta, potrà anche apparire scandaloso che i cittadini si pronuncino liberamente e democraticamente, nel solco del dettato costituzionale che prevede il referendum abrogativo. Coi referendum radicali viene proposto un insieme di regole che innestano la riforma della giustizia sul terreno che dia naturalmente e finalmente all’Italia i caratteri di uno Stato di diritto. Contrastare i referendum, sapendo in coscienza che senza di essi non si farà alcuna incisiva riforma della giustizia, significa nei fatti boicottare lo stesso piano di ripresa e, oggettivamente, esprimere un disegno compiutamente restaurativo.

 

I referendum, ripeto, non escludono l’azione del Parlamento; al contrario: servono a dare tempi certi per il suo esplicarsi. E se non assolve a questo, sarà lo svolgimento dei referendum a fissare la griglia dell’intervento riformatore a partire dal pronunciamento diretto dei cittadini. Chi parla di “propaganda” a proposito dei referendum sulla giustizia – compreso chi come Calenda si propone come "voce liberale" – si identifica con le forze di restaurazione, che si nascondono dietro presunte obbligatorietà soltanto per imporre un blocco strutturale verso la possibilità di un cambiamento che, nella situazione attuale, è condizione imprescindibile per garantire la stessa ripresa.

 

L.O.R. - Sembra non ci si renda conto che, con l’aderire a questo fronte di blocco verso un intervento riformatore nell’ambito giudiziario, si contribuisca nei fatti al processo di delegittimazione della magistratura sempre più manifesto dopo le recenti vicende…

 

G.R. - Certamente, perché non vi è dubbio che – per esempio – le iniziative prese dal precedente ministro di Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, a cominciare dal “fine processo mai” con l’abolizione della prescrizione (a cui per fortuna sta ponendo rimedio l'attuale ministra), sono state nel segno di una vera e propria truffa che faceva torto in primo luogo al lavoro immenso di tanti magistrati, alimentando gli elementi di delegittimazione verso l’intera categoria. 

 

Non a caso un un gip di Ragusa, Andrea Reale, si è espresso a favore del referendum sui temi della giustizia, perché può favorire un risveglio di orgoglio da parte della magistratura nel suo insieme e rappresenta sicuramente una strada limpidamente democratica. Si tratta di un orgoglio che anche noi invochiamo con urgenza, perché la magistratura e la sua terzietà costituiscono il pilastro essenziale di uno Stato democratico. 

 

L.O.R. - Si può aggiungere che il referendum è importante anche per un altro motivo. Qualora si riuscissero a raccogliere le firme necessarie, il suo svolgimento sarebbe l’occasione affinché la questione giustizia  divenisse oggetto centrale del confronto nel Paese. In tal caso, a dettare l’agenda della comunicazione politica non sarebbero più i gestori dei media, sotto il controllo dei soggetti finanziari. Da questo punto di vista, i referendum sulla giustizia vanno interpretati come un inveramento della “questione liberale”, un modo per dare linfa liberale a una democrazia asfittica e fittizia…

 

G.R. - Direi proprio di sì. Purtroppo viviamo in Italia un doppio ordine di gravi limitazioni allo sviluppo democratico: da un lato, appunto, i settori della magistratura esposti alla crisi di legittimazione emersa con tutta evidenza dopo gli scandali; dall’altro, un’atavica assenza di ruolo deontologico dell’informazione, di fatto piegata ai poteri di alcuni soggetti finanziari con forme di auto-censura consolidata. 

 

Voglio concludere ribadendo che il referendum segue un suo percorso autonomo. Ha la funzione di dare una scadenza, fornendo a tutti la possibilità di esprimersi nel merito delle proposte avanzate. Saranno i cittadini a decidere qual è la linea riformatrice da seguire, ma ciò non impedisce certo al Parlamento di pronunciarsi e, qualora lo facesse per tempo, il referendum non si svolgerebbe nemmeno. I referendum non sono vuota propaganda che blocca alcunché e tanto meno le eventuali leggi di riforma.

 

Se il Parlamento non interverrà, saranno i cittadini a prendersi la responsabilità di dare per lo meno il senso di direzione del processo riformatore. Si definisce così un percorso dentro l’alveo della responsabilità democratica, garantendo i tempi dell’intervento e, a un tempo, restituendo ai cittadini un protagonismo attivo di fronte allo smarrimento dei gruppi dirigenti in tutte le fasi – politiche e istituzionali – che hanno costretto a un immobilismo dalle devastanti conseguenze.

 

 


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