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27/11/21 ore

D’Alema, tra confusione e risentimento. Conversazione Rippa - Rintallo



Giuseppe Rippa conversa con Luigi Oreste Rintallo intorno alla intervista che Massimo D’Alema ha rilasciato a Tommaso Labate sul Corriere della Sera dello scorso 15 aprile… “Nel merito questa intervista - dice Rippa - mi appare quasi fastidiosa per la carica di risentimento che contiene, rivelando i limiti propri di una personalità che forse risente troppo la marginalità nella quale obiettivamente si è venuto ora a trovare. Le argomentazioni sono davvero claudicanti, in contrasto con l’acribia delle analisi cui era solito in passato, sebbene inaccettabili dal punto di vista della loro impostazione ideologica.”…

 

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Luigi Oreste Rintallo - L’intervista di Massimo D’Alema, uscita sul «Corriere della sera» del 15 aprile a firma di Tommaso Labate, ha avuto ampio rilievo nei commenti politici. Il presidente della Fondazione Italiani-Europei, già premier e segretario dei Ds, fornisce una lettura problematica della nascita del governo Draghi. Pur non criticando apertamente il premier, esprime tuttavia perplessità sulla soluzione trovata e molto si spende nella difesa dell’operato del precedente governo Conte. Dà persino un qualche credito a quanti ne attribuiscono la caduta a un sabotaggio e, per quanto riguarda, la sua gestione della pandemia la descrive come “scrupolosa”, trascurando completamente che i primi mesi del 2020 sono stati contrassegnati da una sottovalutazione drammatica del pericolo, cui si sono aggiunti in seguito irresolutezza e opacità negli interventi adottati. Come va interpretata, dal punto di vista politico, questa presa di posizione di D’Alema così avara di riconoscimenti per il nuovo governo, che pure registra la grande rimonta nella campagna di vaccinazione passando da 30.000 a circa 300.000 somministrazioni quotidiane?  

 

Giuseppe Rippa - Nel merito questa intervista di D’Alema mi appare quasi fastidiosa per la carica di risentimento che contiene, rivelando i limiti propri di una personalità che forse risente troppo la marginalità nella quale obiettivamente si è venuto ora a trovare. Le argomentazioni sono davvero claudicanti, in contrasto con l’acribia delle analisi cui era solito in passato, sebbene inaccettabili dal punto di vista della loro impostazione ideologica. 

 

Emerge stavolta che, anziché l’esame dei fatti, a muoverlo è la presunzione di svolgere ancora un ruolo di indirizzo e organatura della sinistra. Sinistra che oggi è quella che è proprio a causa del modo in cui l’ha modellata in passato, tanto che è da scongiurare l’ipotesi di un suo eventuale rimetterci mano. Sostenere, ad esempio, che le forze politiche a sostegno di Draghi siano disomogenee, contrasta con l’evidenza di un Giuseppe Conte che prima ha presieduto un governo 5Stelle-Lega e poi uno 5Stelle-Renzi-PD e Leu: quale compattezza di linea esprimeva? Per non parlare poi di come D’Alema veda nella chiamata di Draghi il manifestarsi dell’anti-politica, quando Conte è a capo del principale soggetto promotore dell’anti-politica e cioè appunto il Movimento 5 Stelle. Il leader dell’anti-politica – Conte – sarebbe stato dunque il bersaglio dell’anti-politica che si incarnerebbe in Draghi?

 

Pur di riconquistare uno spazio nel confronto politico sui media, D’Alema costruisce asserzioni prive del minimo fondamento. Sino a quando D’Alema si pone al fianco di Liberi e Uguali, del manipolo di residui alogenici del vecchio PCI (o almeno parte di essi, essendo gli altri nel PD assieme alla ex sinistra democristiana), si può anche comprendere politicamente. Meno comprensibile e completamente destituita di credibilità è attribuire la caduta del governo Conte a una trama anti-politica e tecnocratica. Il governo Conte cade perché non ha più in Parlamento una maggioranza affidabile. D’Alema ignora totalmente la crisi dei parlamentari di 5Stelle, così come dimentica il fallimento del tentativo – pure intrapreso dal Quirinale – di dar vita a un Conte ter attraverso l’incarico a Roberto Fico.

 

La chiamata di Mario Draghi prende forma soltanto dopo la ratifica del fallimento del Conte ter e della disperata ricerca del sostegno di Mariarosaria Rossi e altri “responsabili”. Evocare un “sabotaggio” è del tutto fuori luogo e dà la misura di quanto squinternata sia questa intervista. La controprova della debolezza del governo Conte è testimoniata dal fatto che non si azzardò ad andare in Parlamento in occasione della relazione sulla giustizia del ministro Bonafede, perché sapeva benissimo di non disporre più della maggioranza. Tutti questi elementi di fatto vengono bellamente cancellati da D’Alema, che così non fa altro che riproporre un quadro falsato dello stato delle cose.

 

L.O.R. - È tanto vero quanto affermi che, in un passaggio dell’intervista, traspare una vera caduta di lucidità nel ragionamento. A un certo punto si legge: “Il vero problema di Draghi è stata la campagna di opinione contro i partiti e contro il Parlamento che ha esaltato la funzione salvifica del grande tecnico”. Di queste parole colpisce la semantica politica: sia perché – come dicevi – l’anti-politica è promossa in primo luogo dai 5Stelle e sia perché in questo momento Draghi agisce invece da “politico”. È piuttosto Giuseppe Conte che va considerato come il vero interfaccia di quell’apparato burocratico-corporativo che condiziona “tecnicamente” l’azione politica e, del resto, proprio per questa sua funzione viene scelto nel 2018 al momento di dar vita al cosiddetto governo giallo-verde con la Lega.

 

G.R.- Purtroppo Massimo D’Alema vive con sofferenza la sua marginalità e cerca di ritagliarsi un ruolo. Resta il problema che esso si esprime sempre in termini di subalternità. Ai tempi del PCI, il legame era con Mosca e il PCUS che finanziava Botteghe Oscure con le rimesse mensili; quando tutto lo scenario cambia si candidano comunque quali referenti privilegiati. È un vizio storico, intriso di una costante subalternità intellettuale e politica. Una condizione che non risolve mai i nodi politici, ma anzi li esalta ulteriormente. Nel suo giudizio su Draghi, D’Alema evoca la tecnocrazia (che, fra l’altro, è la stessa alla quale negli anni ’90 l’Ulivo si è costantemente piegato) ma omette di riconoscere come oggi Draghi declini politicamente il suo agire di governo.

 

Certamente la finanziarizzazione si è sostituita alla politica in molte occasioni, ma ciò è avvenuto perché la politica è stata ammazzata. E D’Alema, a suo tempo, ha dato un notevole contributo alla distruzione della politica come percorso di democrazia liberale. Non so se l’abbia fatto volontariamente o meno, ma sicuramente le scelte fatte dal 1992 in poi sono andate tutte nel senso di togliere spazio vitale a una politica capace di incidere sulla realtà attraverso il metodo riformatore e pragmatico.

 

Ora, nell’intervista, si attacca a Biden in chiave statalista e di lotta alle disuguaglianze, per sponsorizzare la solita patrimoniale che in Italia serve a stroncare il ceto medio e di sicuro nemmeno sfiora le grandi rendite, ma ciò avviene sempre in un alone di ambiguità contrassegnato dal medesimo criterio di dipendenza. La stessa che lo vide farsi esecutore delle determinazioni dell’amministrazione Clinton quando, da presidente del Consiglio, inviò i nostri caccia a bombardare la Serbia. Certo, l’iniziativa americana allora rimediò all’inerzia dell’Europa che nulla fece per evitare una guerra civile alle porte di casa, ma resta il fatto che da parte di D’Alema l’adesione rispondeva al carattere subalterno dei suoi trascorsi politici.

 

Insomma, questa intervista è un mix di confusioni, risentimenti, nostalgia, ma ancor di più proietta quella parte della sinistra putrefatta che è la vera causa del mancato cambiamento del nostro Paese. Se ne evince una prospettiva che rischia di dare sponde politiche a soggetti che non hanno alcuna legittimità. La tortuosità delle sue considerazioni si nutre di tutto il gravame bloccante delle ideologie della sinistra post-comunista, la quale non essendo uscita dalle macerie del suo impianto leninista continua a inseguire in chiave di subalternità qualunque cosa.

 

Tra i nuovi esponenti del PD e Massimo D’Alema c’è una convergenza, in quanto tutti sono convinti di poter sopravvivere alla catastrofe dei loro riferimenti ideologici solo attraverso la permanenza al potere. È un elemento che corrode e corrompe una riflessione sul buco nero che si è determinato in Italia: chi ha delegittimato il Parlamento? Non lo ha fatto in ultimo proprio il centro-sinistra quando ha accettato di aderire al referendum per la riduzione dei parlamentari, vero e proprio attacco demagogico e strutturale alla democrazia liberale e alle istituzioni in quanto tali? 

 

In definitiva, quella presentata nell’intervista è un’analisi stanca, priva di sostanza politica reale. Non intravedo da parte di Draghi la volontà di occuparsi permanentemente di politica, ma a D’Alema preoccupa che – a fronte del declino della Merkel e della debolezza di Macron – possano aprirsi per il premier dei varchi che ne farebbero un leader europeo a tutti gli effetti. Un leader che sa bene cosa è D’Alema, al quale non dà rilevanza alcuna perché non gli serve, così come non serve all’amministrazione USA di Biden. La conversazione è fatta con Labate, guarda caso un ex giornalista del primo «Riformista» concepito a suo tempo da Claudio Velardi come sponda riformatrice per il governo dalemiano, ma sappiamo bene che D’Alema – nonostante lo sforzo in tal senso – ha affossato una simile prospettiva. 

 

L’ha affossata perché ogni allargamento verso l’area riformatrice e liberale è un presupposto a cui uno come lui non può dare sbocchi: la ragione di fondo per la nascita del PD è anzi proprio quella di soffocarla quell’area, tant’è che il nuovo partito nasce nel 2007 unendo due oligarchie – sinistra dc ed ex-comunisti – proprio per toglierle respiro. Il problema per D’Alema e il PD è proprio quello di far fuori a sinistra la “questione liberale”, visto che a destra non esiste nemmeno e quando da Berlusconi viene evocata talora la “rivoluzione liberale” lo fa solo strumentalmente senza recepirne nemmeno le ragioni. A sinistra non si vuole risolvere la “questione liberale” perché ciò minerebbe irrimediabilmente gli assetti consociativi di potere e le filiere del blocco sociale che ispirano il proposito permanentemente restaurativo e conservatore che caratterizza questo Paese.

 

Ora, un Draghi che presenta al momento una dinamica molto “politica” nei suoi comportamenti, che lo scostano alquanto dalla cornice tecnico-finanziaria dove si è soliti collocarlo, rappresenta ragione di preoccupazione per D’Alema…

 

L.O.R. - Infatti. L’approccio dimostrato in queste settimane da Draghi è molto più politico dei suoi predecessori. Il paradosso è proprio questo. È Draghi che ha messo in chiaro – sul disastro della campagna vaccinale – che se l’UE non agisce per il meglio, si può decidere in autonomia. Così come parlando di “debito buono” ha cancellato d’un colpo la retorica del rigore e dei compiti a casa, smontando l’alibi per cui in nome di essa si contestava ogni scelta diversa a favore di una maggiore dinamicità economica che non fosse il solito “tassa e spendi” praticato dai governi col PD dentro in questi ultimi dieci anni…

 

 

G.R. - La prima sensazione che ho avuto dalla conferenza stampa di Mario Draghi è proprio questo senso politico che lo contraddistingue. Anche sulla questione delle riaperture ha saputo imporre una gradualità ragionata, che solo apparentemente accontenta il centrodestra mentre in realtà lo stringe perché indirizzi e tempi della transizione li stabilisce da Palazzo Chigi. E così ogni demagogia è neutralizzata, tanto che dai banchi di centrodestra in Parlamento stanno zitti e buoni. Mentre l’opposizione di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni propone una narrazione francamente slegata dai fatti, per cui non sarebbe cambiato nulla: come se facessimo ancora 30.000 vaccinazioni al giorno anziché dieci volte di più…

 

Concludo con una domanda. Per quale ragione, nel mercato politico attuale, dobbiamo ancora avere il frullato delle pseudo-argomentazioni presentate in questa intervista sul «Corriere» invece di discutere della questione liberale. Al punto tale che, pur manifestando qualche remora rispetto al passato di Draghi, constatiamo che qualche timido segmento di azione liberale in termini di scelte e di governo Draghi riesce a esprimerlo. Lo fa ahimè più lui che proviene dal mondo della finanza, che non chi si vanta d’essere un grande stratega politico.

 

 


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