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18/06/24 ore

Reato di clandestinità, l'esperimento malriuscito di Grillo


  • Ermes Antonucci

E’ già stata archiviata trionfalmente come l’ennesima prova di democrazia diretta. Ma, a ben vedere, la votazione avvenuta sul blog di Beppe Grillo tra gli iscritti al suo M5S circa l’abrogazione del reato di clandestinità, non ha fatto altro che confermare tutti i limiti insiti in una concezione della democrazia alquanto distorta.

 

I numeri dell’ultimo esperimento sono molto chiari (ed imbarazzanti): i votanti al sondaggio indetto da Grillo sono stati quasi 25mila, vale a dire solo il 31% degli 80mila aventi diritto (gli iscritti certificati al movimento). In pratica, nonostante i proclami pentastellati sulla rinascita democratica della politica italiana, finalmente dis-intermediata e “a portata dei cittadini”, solo un grillino su tre ha partecipato al referendum digitale. Un dato in linea con quanto accade nel movimento, in maniera preoccupante, già da diverso tempo.

 

Il livello di astensione è, infatti, in costante crescita: fu del 36% in occasione delle celebri “parlamentarie” del dicembre 2012 per la scelta dei candidati alle politiche, poi balzò al 41% alle “quirinarie” di alcuni mesi dopo, fino a raggiungere, appunto, ieri, il 69% in un voto su una materia così delicata come quella dell’immigrazione.

 

Le cifre irrisorie riguardanti la partecipazione a queste blande esperienze di democrazia diretta (basti pensare che a votare il M5S alle ultime elezioni sono stati quasi 9 milioni di italiani, 350 volte il numero dei votanti al sondaggio) non costituiscono, comunque, il problema principale.

 

A lasciare perplessi sono soprattutto le modalità e le implicazioni politico-ideologiche che accompagnano gli esperimenti condotti da Grillo. Si conferma, in primis, l’assoluta arbitrarietà con la quale l’ex comico genovese, padre-padrone del partito e del portale virtuale nel quale viene regolato l’intero dibattito politico interno, determina l’agenda politica che il suo movimento è poi costretto a seguire nella propria attività legislativa.

 

Gli iscritti sono, sì, chiamati ad esprimere liberamente la propria posizione su un certo tema, ma la scelta della questione sulla quale esprimersi non può essere in alcun modo influenzata in maniera democratica e collettiva dalla base, giacché tutto è nelle mani di Grillo.

 

La conseguenza, prevedibile e paradossale, è che il leader del M5S – affiancato dall’eminenza grigia Gianroberto Casaleggio – è in grado di definire a proprio piacimento tutti i dettagli di queste consultazioni. Basti pensare all’assenza di qualsiasi preavviso sul sondaggio online tenuto ieri, e al ritardo clamoroso con cui gli iscritti al movimento sono venuti a sapere della votazione (a “urne”, di fatto, già aperte).

 

Tutto ciò dà come l’impressione che il vero intento del blogger genovese fosse, in realtà, quello di limitare al massimo la partecipazione degli attivisti al sondaggio, così da ricevere il consenso degli iscritti più fedeli ed ortodossi al credo grillino (tendenzialmente ostile all’abrogazione del reato di immigrazione clandestina).

 

Il piano però stavolta non è riuscito: il 63% dei votanti ha detto sì all’abrogazione, sconfessando nettamente la linea politica del leader carismatico. Un altro elemento da tenere in considerazione è che, come comunicato da Grillo, il parere finale dato dagli iscritti al Movimento è vincolante per il voto che il gruppo parlamentare stellato sarà chiamato ad esprimere quest’oggi in Senato sulla materia.

 

In poche parole i senatori grillini saranno obbligati a riportare in Aula la decisione, favorevole all’abrogazione, di soli 25mila iscritti. Una platea estremamente esigua che conferma in maniera evidente i rischi legati all’emergere di una minoranza intensa, cioè di un ristretto gruppo di militanti (fortemente attivo ed incline a seguire le direttive del proprio leader) capace di determinare la via che l’intero movimento sarà poi costretto ad intraprendere. La democrazia, di fronte a tutti questi aspetti, appare lontana anni luce.


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