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16/07/24 ore

La democrazia diretta da Grillo e Casaleggio


  • Ermes Antonucci

Al fianco di Beppe Grillo sul palco del terzo V-Day, il guru del Movimento 5 Stelle Gianroberto Casaleggio si è detto "orgoglioso di essere un populista" e ha ribadito la volontà di lottare per "introdurre nuovi strumenti di democrazia diretta". Non è il caso ora di riaprire la discussione sulla strana concezione della democrazia che l'ex comico genovese e il suo braccio destro hanno mostrato e mostrano tutt'ora nel governo della propria creatura politica.

 

Ciò che risulta interessante, invece, è osservare come l’appello per l’impiego di nuovi meccanismi di partecipazione diretta, lanciato dai moderni rivoluzionari della democrazia, non sia stato preceduto neanche da un uso concreto ed accorto dei “vecchi” strumenti concepiti dalla nostra Costituzione che ora tanto si vorrebbero innovare.

 

Eccezion fatta per la presentazione nel 2007 della celebre – seppur poi dimenticata (dalle istituzioni) – legge di iniziativa popolare denominata “Parlamento pulito”, che, sull’onda di un diffuso malcontento anti-casta riuscì ad essere supportata da 350mila firme (contro le 50mila richieste), il ricorso del Movimento di Grillo agli istituti della democrazia diretta è stato nel corso del tempo tutt’altro che coerente.

 

Memorabile fu la figuraccia del secondo V-Day, quello del 2008, dove il fiero duo populista provò a raccogliere le 500mila firme necessarie alla presentazione di tre referendum abrogativi (finanziamento pubblico all’editoria, ordine dei giornalisti e legge Gasparri). Nonostante i continui proclami sulla raccolta di 1.300.000 firme per – addirittura – ciascun quesito, il leader genovese si ritrovò con un pugno di mosche in mano e la bocciatura dei referendum da parte della Corte di Cassazione a causa delle procedure “formalmente non corrette per la raccolta di diverse centinaia di migliaia di firme”.

 

La coppia che si prefigge di rinnovare la democrazia, in breve, non fu in grado di raccogliere in modo regolare le firme necessarie all’utilizzo dello strumento di democrazia diretta più importante riconosciuto dalla Costituzione italiana, né parve in realtà particolarmente scossa da tale fallimento, come se il vero intento alla base di quell’iniziativa fosse la mera mobilitazione dei cittadini, la propaganda, l’eccitamento di istinti populisti fini a sé stessi, e non la definizione di una concreta iniziativa legislativa, da costruire attraverso l’impiego consapevole dell’istituto referendario.

 

I grillini sono soliti rispondere a queste considerazioni citando il vittorioso referendum del 2011 sull’acqua pubblica. Da Grillo, in realtà, in quell’occasione giunse solo un appoggio esterno alla campagna, giacché a promuovere la raccolta firme per il referendum fu il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, l’insieme di una miriade di movimenti che si guardò bene dal concedere spazio ai partiti, con il rischio di una loro monopolizzazione dell’iniziativa (e Di Pietro ne sa qualcosa).

 

Parimenti memorabile è stato il dietrofront di Grillo circa tre mesi fa sui referendum radicali. Dopo aver dato il suo immediato sostegno alle “condivisibili” attività dei Radicali, il blogger genovese ha deciso di rinnegare la propria adesione in virtù – si narra – di una telefonata dell’ex leader dell’Idv Antonio Di Pietro. L’impressione è stata quella di un capo di partito che, conoscendo bene le ritrosie ideologiche del popolo di centrosinistra soprattutto in materia di giustizia – dettate da una pluridecennale subalternità ad alcuni organi della magistratura –, ha preferito mettere da parte il tanto sbandierato progetto di democrazia partecipativa in favore di puri calcoli elettorali.

 

Quella di Grillo e Casaleggio, quindi, risulta essere una concezione alquanto distorta della democrazia diretta, in cui le chiavi previste dalla Costituzione per aggirare le zavorre corporative e partitocratiche sono ridotte – come ogni cosa che circoli all’interno del M5S – a strumenti con i quali sostenere in modo populistico le proprie campagne di mobilitazione, senza alcun riguardo per ogni ipotesi di effettività legislativa. L’evocazione di “nuovi” mezzi partecipativi diretti, per quanto accattivante, non si discosta da questo deformato quadro di riferimento.


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