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30/05/24 ore

I referendum secondo Grillo: partecipazione fine a se stessa


  • Ermes Antonucci

La raccolta firme per i referendum radicali è ormai in dirittura d’arrivo e, a fianco agli interrogativi circa i quesiti che riusciranno a superare la soglia delle 500mila firme e dunque ad approdare alle urne, torna di nuovo d’attualità il dietrofront con cui Beppe Grillo ha – in modo molto ambiguo – prima annunciato e poi ritirato il proprio sostegno all’iniziativa referendaria radicale.

 

Come abbiamo ricordato pochi giorni fa, infatti, dopo aver dato il suo immediato sostegno alle “condivisibili” attività dei Radicali, il guru del Movimento 5 Stelle ha deciso di rinnegare la propria adesione, addirittura in virtù – si narra – di una telefonata dell’ex leader dell’Idv Antonio Di Pietro, furioso per i quesiti favorevoli (ma quali?) al “pregiudicato Berlusconi”.

 

Il tutto avveniva, paradossalmente, proprio mentre Silvio Berlusconi e il suo Pdl annunciavano la propria disponibilità ad agevolare la raccolta firme, quasi a dimostrazione che la prospettiva più nitida di una “vittoria” del fronte referendario (con il raggiungimento delle 500mila sottoscrizioni) facesse venire meno il significato ultimo – secondo Grillo – dello strumento del referendum: dare spazio ad una partecipazione popolare fine a se stessa.

 

Così accadde nel 2008, con l’imbarazzante fallimento del V2-Day, promosso prima in pompa magna e poi relegato in secondo piano una volta emersa la clamorosa impreparazione degli addetti alla raccolta firme per i tre referendum abrogativi. Difficoltà quasi calcolate e volute da Grillo, che ha evidentemente preferito non comunicare (se mai ne fosse a conoscenza) le condizioni legali richieste per la raccolta, lasciando gli attivisti allo sbando tra vidimazioni, timbri ed autenticatori.

 

Come se lo scopo, insomma, non fosse quello di intervenire concretamente sul piano politico (per di più, una volta raggiunto il numero di firme, con le laboriose e costose iniziative necessarie per promuovere la campagna referendaria e tentare di raggiungere il quorum), bensì quello di radunare i suoi adepti e mantenere alta la mobilitazione. Un’attività molto meno costosa e, seppur sterile dal punto di vista dei contenuti, redditizia in termini elettorali.


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