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18/11/19 ore

I catalani condannati per lesa onorabilità dello Stato spagnolo


  • Enrico Rufi

Politici prigionieri o prigionieri politici? Dopo la sentenza del Tribunal Supremo spagnolo, è chiaro quel che in Catalogna e in Europa era già abbastanza evidente fin da subito: prigionieri politici.

 

Ed è chiaro anche, non solo perché questa è la valutazione degli stessi condannati, che non Giustizia hanno fatto i giudici, ma vendetta. Solo la vendetta, segno della rabbia impotente dello Stato spagnolo, può del resto spiegare nell’Europa del XXI secolo pene di tredici anni di carcere per aver organizzato un referendum e una manifestazione popolare.

 

L’immagine della Spagna post franchista inchiodata da due anni ai filmati in mondovisione della Guardia civil che manganella elettori inermi, si aggiorna oggi col varo di un codice penale della dissidenza, che fissa limiti al diritto di protesta in uno stato democratico, come ha dichiarato Andreu Van den Eynde, avvocato di Oriol Junqueras, vicepresidente della Generalitat prima di essere arrestato.

 

Di fronte a un apparato statale che non teme il ridicolo scatenando in seno all’Unione Europea una repressione del tutto anacronistica, lo «tsunami democratico» che si è messo in moto è la risposta di una società civile sana, dignitosa e matura prima ancora che il risultato della disobbedienza civile organizzata dai partiti e dalle associazioni catalane.

 

Dal carcere e dall’esilio e dai responsabili politici candidati a seguire la sorte dei loro compagni («lo faremo di nuovo» ha dichiarato il presidente della Generalitat Quim Torra, e un appello alla recidività ha lanciato dal carcere Jordi Cuixart) la parola d’ordine è una: nonviolenza. Carles Puigdemont l’ha ripetuta tre volte nella sua dichiarazione alla stampa.

 

Per l’occasione, il presidente in esilio ed eurodeputato tenuto fuori dal Parlamento di Strasburgo da Tajani prima e da Sassoli poi, ha fatto sapere che non ha nessuna intenzione di nascondersi o di scappare chissà dove dopo il nuovo ordine di cattura europeo che sulla scia della sentenza ha emesso il giudice LLarena, già abbastanza umiliato dalle magistrature di mezza Europa (Gran Bretagna, Germania, Belgio, Svizzera) che fino ad oggi si sono rifiutate di arrestargli gli esuli catalani.

 

È vero che allora il giudice era andato alla carica con un improbabilissimo reato di rebelión (che per forza di cose presuppone ricorso alla violenza), poi scartato dallo stesso Tribunal Supremo, ma è vero anche che le pesanti condanne hanno dimostrato che quando si tratta di affermare l’onorabilità dello Stato spagnolo, per i giudici  del re borbone sedición o rebelión, violenza o nonviolenza, poco cambia