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08/09/26 ore

Cina - Corea del Nord. La periferia strategica di Pechino e il condizionamento del centro



di Elisabetta Esposito Martino

 

 

 

1.La visita di Xi Jinping a Pyongyang

 

L’8 giugno 2026, dopo sette anni, Xi Jinping è tornato a Pyongyang, accolto dalla consueta liturgia intrisa di scenografia, per una visita di stato che va letta da varie prospettive e pone una domanda di fondo: come può una periferia fortemente dipendente dalla Cina acquisire un’autonomia tale da condizionare la sicurezza e la strategia del Paese del Centro?

 

In primo luogo l’incontro può essere letto nell’ottica della deterrenza, correlata alla competizione strategica con Washington, che rende estremamente importante la tenuta di questo buffer state: Kim Jong-un, molto abile nel brinkmanship, il rischio calcolato, sta infatti trasformando uno stato cuscinetto da spazio di separazione strategica a periferia che contesta il centro, conscio di essere indispensabile per l’equilibrio di tutta l’area. In effetti la Corea del Nord separa il territorio cinese dalla Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti, e impedisce che una penisola riunificata sotto Seul porti infrastrutture e forze americane fino al confine sino-coreano, lungo circa 1.350 chilometri e segnato in larga parte dai fiumi Yalu e Tumen: tutti i leader cinesi hanno considerato questo scenario pericoloso per la sicurezza del Paese.

 

Secondo elemento da valutare è quello della strategia regionale: il governo nordcoreano costringe gli Stati Uniti ed i suoi alleati ad attenzionare il quadrante, appesantendo la pressione sul Mar Cinese Meridionale, nel quale Pechino avanza estese rivendicazioni, rappresentate dalla cosiddetta “nine-dash line. Questa mappa, inserita nei passaporti biometrici emessi dalla Repubblica Popolare Cinese a partire dal 2012, continua a generare proteste e tensioni diplomatiche con i paesi vicini. Nel lodo del 12 luglio 2016, il Tribunale Arbitrale, costituito ai sensi dell’Annex VII dell’UNCLOS, la Convenzione sul Diritto del Mare firmata a Montego Bay nel 1982, ha stabilito che le pretese cinesi, connesse a diritti storici nelle aree marittime comprese entro tale linea, sono prive di effetto giuridico nella misura in cui eccedono i diritti riconosciuti dalla Convenzione. Il lodo non si è però pronunciato sulla sovranità territoriale sulle formazioni insulari e comunque la Cina non ha accettato né procedimento né il lodo.

 

In questa ottica anche la possibilità di esercitare una certa pressione sulla Corea del Nord viene considerata da Pechino una leva negoziale con gli USA non di poco conto, cui si aggiunge la gestione delle altre periferie, che guardano al Dragone.

 

L’ultima variabile riguarda la necessità di riaffermare la centralità del Dragone su un vicino che, durante la pandemia e dopo gli accordi stipulati con la Russia, sembra costruire sempre più ampi spazi di autonomia

 

Questo rapporto da una parte richiede la gestione classica propria di uno stato cuscinetto geografico che non può produrre autonomamente effetti sul centro, dall’altra non spiega perché Pechino, pur potendo disporre di strumenti coercitivi reali, scelga sistematicamente di non esercitarli fino in fondo: è questa opzione, non la sola dipendenza geografica, a rivelare la logica di governance della periferia che qui si intende ricostruire.

 

 

2.Trattati e missili

 

La Corea del Nord, che dipendeva dalla Cina per il commercio, l’energia, i collegamenti e soprattutto per la protezione politica, ha ampliato i propri margini di manovra firmando un Trattato di partenariato strategico globale con la Russia nel 2024. L’art. 4 dell’accordo prevede assistenza militare reciproca in caso di aggressione armata, cui è seguita una cooperazione militare che ha incluso forniture di munizioni, missili e il dispiegamento di truppe a sostegno di Mosca. 

Inoltre, sul piano del nucleare, dopo la fine dell’Agreed Framework del 1994, il governo nord-coreano, ritiratosi dal Trattato di non proliferazione nucleare, ha avviato  test nucleari senza interruzione (nel 2006, 2009, 2013, 2016 e 2017), in aperta violazione delle risoluzioni ONU, proposte dagli USA e concordate con la RPC, n.1718 del 2006, n.1874 del 2009, n. 2270   e 2321 del 2016, n. 2371 e 2375 del 2017. 

 

Il voto della RPC, favorevole alle sanzioni, era stato preceduto, nel 2003, dalla sospensione per tre giorni delle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Dandong-Sinuiju e, nel 2017, aveva comportato l’interruzionetemporanea delle vendite di carburante da parte della China National Petroleum Corporation. Queste scelte smentiscono la lettura semplicistica dell’appoggio incondizionato a Kim, il quale ha continuato con i lanci balistici, gli ultimi del mese di agosto 2026. Si aggiunge a tutto ciò l’accordo tra Russia e Corea del Nord che obbliga in un certo qual modo la RPC a ricalibrare il proprio sostegno mentre Pyongyang diversifica le proprie dipendenze esterne. Non viene certo eliminata l’asimmetria nei confronti della Cina, ma il costo potenziale di un deterioramento delle relazioni con Pechino diminuisce mentre cresce il potere negoziale nordcoreano nei confronti del suo tradizionale protettore.

 

 

3.Il paradosso hobbesiano 

 

Da questa visita emerge quindi un paradosso: tanto più Kim Jong-un riesce a ricavare margini di autonomia tecnologica, militare, diplomatica o economica, tanto meno Xi Jinping può abbandonare la Corea del Nord in quanto una sua eventuale deriva comporterebbe conseguenze imponderabili.  In questa periferia Xi Jinping gioca una partita decisiva per riuscire a mantenere lo storico ruolo di catalizzatore della regione e per diventare l’ago della bilancia a livello globale, anche a fronte del consistente riarmodel Giappone dopo la reinterpretazione, con la Cabinet Decision del 2014, dell’art.9 della Costituzione, che codifica il concetto di pacifismo giuridico attraverso la rinuncia alla guerra come diritto sovrano della nazione e il divieto di mantenere potenziale bellico. 

Le Forze di Autodifesa (JSDF), istituite nel 1954 e considerate legittime finché limitate alla sola protezione del territorio nazionale, dopo il 2014 sono rientrate nell’ottica di un’autodifesa collettiva, che ha consentito un notevole aumento delle spese militari per le quali il Ministero della Difesa ha predisposto, per l’esercizio 2027, una richiesta di bilancio record di circa 8.900 miliardi di yen. 

D’altro canto, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha incentrato la propria azione di governo sulla coesistenza pacifica tra le due Coree, dichiarando di non perseguire l’unificazione per assorbimento ed ha riproposto la questione del trattato di pace, che ancora manca dopo l’armistizio, e la riapertura del dialogo, collegandovi anche misure volte ad arrestare l’espansione delle capacità nucleari nordcoreane. 

 

 

4.La geometria del centro

 

Per comprendere realmente gli sviluppi di questi scenari si devono inquadrare i fatti nel peculiare background storico e geografico di questa fetta di mondo. L’Impero Celeste, per secoli, ha irradiato il proprio potere a raggiera, a cominciare dai propri vicini, ma questo centro non è mai stato soltanto un luogo, ma anche una forma di potere che ordina lo spazio, stabilisce le distanze e costruisce le gerarchie in base alla posizione che ciascun attore occupa e alla funzione che quella distanza consente di svolgere. È una geometria che Xi Jinping ha acquisito dal passato e ricomposto dentro un sistema internazionale in cui non può più limitarsi a difendere il proprio spazio. Stephen N. Smith ritiene che sotto Xi Jinping la Cina sia passata dall’engagement della periferia alla sua gestione attraverso asimmetrie, integrazione regionale, partnership e statecraft cioè implementando l’arte di governare in relazione allo sviluppo. La Belt and Road Initiative esplicita questa visione in quanto, dopo aver dilatato le connessioni terrestri e marittime, ha anche spostato i confini strategici della competizione con gli Stati Uniti.

 

 

5.La Corea del Nord quintessenza delle periferie 

 

L’incontro si è configurato quindi più come atto di governo della periferia che un gesto di cortesia tra alleati storici ed ha evidenziato l’interdipendenza strategica tra i due Paesi, che pone al mondo in generale e all’Occidente in particolare, molte domande che ci costringono a riflettere su come il Paese di Mezzo stia tentando di strutturare il proprio soft power, finalizzandolo alle nuove ambizioni geopolitiche, attingendo ad un passato che Xi Jinping richiama sempre più spesso.

 

Come sostiene Scarpari “la comprensione dei recenti avvenimenti necessita spesso di premesse storiche e filosofiche senza le quali si rischia di ritenere contraddittorie e incoerenti posizioni politiche e ideologiche, nutrite di un pragmatismo che non ignora i principi della tradizione”. (Scarpari, Il Celeste Impero. Dall’Esercito di Terracotta alla Via della Seta, 2008, p. 114). È proprio qui che la geometria si complica, perché il centro non governa soltanto attraverso l’espansione della propria influenza, ma anche attraverso le distanze che decide di mantenere. La Corea del Nord occupa una posizione molto particolare: è confinante con la Cina e tuttavia irriducibilmente esterna; è dipendente da Pechino ma anche estremamente autonoma, tanto da diventare fonte di instabilità e, proprio per questo, elemento essenziale nell’equilibrio regionale. 

 

In questa periferia strategica, che il centro non può assorbire, non può abbandonare e che ancora non riesce a disciplinare, ha preso forma, nella sua peculiarità, il sistema tributario e di vassallaggio. L’ultima dinastia, quella dei Qing (1644 – 1911), istituzionalizzò questa tutela cinese sullo Stato coreano, che durò fino alle guerre dell’Oppio, quando i trattati ineguali e la sconfitta dell’Impero Celeste nella guerra sino-nipponica del 1894 consentirono, col  Trattato di Shimonoseki del 17 aprile 1895, alla Corea di godere di una breve indipendenza fino all’annessione del Giappone nel 1910. Seguirono due guerre mondiali e nel 1945 il 38° parallelo segnò la linea di demarcazione provvisoria tra le zone di occupazione sovietica e americana e con l’armistizio del 27 luglio 1953 fu istituita la DMZ, la zona demilitarizzata delimitata dalla Linea di Demarcazione Militare (MDL): una linea che non coincide con il 38° parallelo, ma lo attraversa obliquamente, spostandosi più a nord-est e più a sud-ovest per effetto degli esiti sul campo alla fine del conflitto, ed è questa linea a separare da allora la penisola coreana. A causa della spartizione in zone di influenza tra USA e URSS, la penisola coreana si trovò artificialmente divisa, dopo oltre un millennio di sostanziale unità politica, un’unità che risale convenzionalmente all’unificazione sotto la dinastia Silla nel 668 d.C.

 

Quando l’URSS lasciò la Corea del Nord, Kim Il Sung instaurò un rigido regime comunista, la Repubblica Democratica di Corea, che faceva da contrappeso alla Corea del Sud, rimasta sotto l’egida statunitense. La divisione della Corea in due Stati, spinse i nordcoreani a tentare un’improbabile unificazione con il sud, nel giugno del 1950, sostenuti nell’autunno successivo, dalla neonata RPC: scoppiò così la guerra di Corea, cui seguì l’intervento militare delle Nazioni Unite. Le forze ONU, sotto il comando statunitense, ripresero i territori invasi, mentre si discusse  persino della possibilità di usare la bomba atomica sul territorio cinese, da cui affluivano verso il fronte, sotto le mentite spoglie di corpi di volontari, i soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione. 

 

La politica del containment evitò l’apertura di ulteriori fronti di guerra e consentì di ristabilire lo status quo ante. Il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza del 1961 tra RPDC e RPC (unico trattato del genere vigente per il governo di Pechino) rivelò un’analogia funzionale tra relazioni asimmetriche, mentre il silenzio calò sull’ingiusta divisione, che perdurò anche dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Le speranze di riunificazione, sopite per decenni, tornarono vivide il 27 aprile 2018 con lo storico incontro tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader nordcoreano Kim Jong-a Panmunjom. Purtroppo non si è andati oltre la stretta di mano, a causa del fallimento dei negoziati sul nucleare, che ha congelato ogni dialogo transfrontaliero, soprattutto dopo la cassazione dell’obiettivo della riunificazione da parte di Pyongyang nel 2024, che, con retorica vetero–stalinista, diffondeva le teorie politiche del Juche, una miscellanea di marxismo-leninismo, tradizioni coreane, neoconfucianesimo e culto degli antenati, e della sua evoluzione nel Kimilsungismo e Kimjongilismo

 

 

6.Economia, attrazione e coercizione

 

Il governo di Pechino ha tessuto, nel frattempo, una rete commerciale sempre più fitta con la Corea del Sud, in seguito al comunicato del 1992 che ha ristabilito le relazioni diplomatiche, grazie ad una visione pragmatica che ha consentito, nel 2025, un volume degli scambi commerciali bilaterali (trade volume) con Seul pari a 331,24 miliardi di dollari, mentre quello con Pyongyang è stato pari a 2,73 miliardi di dollari. Il fattore economico pesa naturalmente sui rapporti diplomatici in funzione dell’ordine che Pechino vuole costruire, evitando rischi per il centro, e rappresenta una cartina di tornasole delle modalità di esercizio cinese del potere. Questa è una sfida per la Cina, che deve superare la sola logica dell’economic statecraft cioè dell'uso delle relazioni economiche come strumento di coercizione (il “bastone” cioè la sospensione di forniture) o di incentivo (la “carota”cioè investimenti, prestiti, accesso al mercato) per costruire un vero soft power, nel senso proprio del termine coniato da Joseph Nye con cui si sottolinea la capacità di rendere attraenti, e non solo convenienti, i propri valori, la propria cultura e le proprie politiche, senza ricorrere a costrizioni o pagamenti. 

 


(foto La Repubblica)

 

In questa ottica Nye evidenzia che “Donald Trump è il primo a rifiutare l’idea che il soft power abbia un valore in politica estera. Gli effetti di un’amministrazione statunitense che rinuncia al soft power sono fin troppo prevedibili”, anzi direi che proprio l’imprevedibilità del Presidente Americano sta regalando ampi spazi alla Cina.  Le ultimissime scelte del Tycoon rivelano infatti il tentativo di esplorare la possibilità di un incontro con il leader nordcoreano, forse in occasione del vertice Apec di Shenzhen, con l’intento di sottrarlo all’attrazione di Mosca e Pechino. Per raggiungere questo scopo, e forse in esito al mancato appoggio contro l’Iran, il presidente statunitense ha accorciato le esercitazioni militari “Ulchi Freedom Shield (Scudo della Libertà Ulchi)” con la Corea del sud.  Di fronte a questi atteggiamenti, Pechino continua a richiamarsi alla Carta delle Nazioni Unite, alla sovrana eguaglianza degli Stati, alla non ingerenza e alla soluzione politica delle controversie. 

 

Nel documento sulla Global Security Initiative, la Cina pone al centro il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, il ruolo dell’ONU ma anche la necessità di considerare le legittime aspirazioni alla sicurezza di ogni Stato (da questa idea deriva l’astensione cinese alle mozioni di condanna dell’Onu nel 2022 alla Russia per l’aggressione in Ucraina). La sicurezza indivisibile invocata da Pechino può dunque essere usata per contestare la pressione militare statunitense nella regione, ma, contestualmente, proprio il programma nucleare e missilistico nordcoreano accresce l’insicurezza percepita dalla Corea del Sud e dal Giappone, rafforzando di conseguenza quel sistema di alleanze che la Cina considera una minaccia alla propria sicurezza regionale. 

 

 

7.La governance della RPC e della RPPC

 

 Pyongyang governa invece attraverso i test missilistici, le accelerazioni nucleari, le crisi diplomatiche e l’alternanza fra minaccia e apertura non per irrazionalità, ma per sopravvivenza. Un regime economicamente e militarmente fragile, può accrescere il proprio peso rendendo più costoso ignorarlo. Ogni escalation nordcoreana produce effetti contrari agli interessi dichiarati dalla Cina, rafforza la cooperazione militare fra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone, legittima l’installazione o il potenziamento di sistemi di difesa, rende più difficile presentare Pechino come garante responsabile dell’ordine regionale e offre a Washington argomenti per consolidare la propria presenza nell’Indo-Pacifico. 

 

Kim, in altri termini, reagisce alla pressione esterna in modo da accrescere la pressione strategica sulla Cina. L’alleato che dovrebbe proteggere la profondità cinese contribuisce a militarizzarne il perimetro, presentandosi non più come periferia cinese ribelle, ma trasformandosi in un attore nucleare che pratica una strategia di hedging tra potenze, cioè di copertura geopolitica, sfruttando Cina, Russia e potenzialmente Stati Uniti per ridurre la dipendenza da ciascuno. Di conseguenza proprio la presenza di alternative esterne costringe il centro a spendere più risorse per evitare che detta centralità sia ridotta da forze centrifughe.

 

In conclusione ci chiediamo se e come un Paese come la RPC, teso alla stabilità, che ha costituzionalizzato nella revisione del 2018 l’obiettivo di fare della Cina un Paese armonioso e bello, potrà continuare a sostenere un regime strutturalmente imprevedibile. Molto probabilmente Pechino cerca oggi di impedire che questa instabilità diventi incontrollabile, utilizzando il governo del rischio, quando questo rischio non può essere eliminato (Hong Kong docet). L’ottica di governance di Xi Jinping è infatti rivolta alla realizzazione di una comunità dal futuro condiviso per l’umanità, come inserito nella revisione costituzionale del 2018, che lega di nuovo la struttura dell’ordinamento costituzionale della Repubblica Popolare al PCC, che ricompare nella Carta Fondamentale, come tratto distintivo del socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, accompagnato dalla  modernizzazione in stile cinese, come previsto nel Rapporto al XX Congresso del Partito Comunista Cinese del 2022.

 

Nella narrazione ufficiale della RPC il sangue sparso con i nordcoreani durante la guerra di Corea rappresenta un pilastro della legittimazione rivoluzionaria, vagheggiata in concomitanza di eventi che richiedono una sorta di risacralizzazione del rapporto. Il baluardo nordcoreano impedisce ancora movimenti di popolazione incontrollati verso la Cina nord-orientale, evitando problemi ecologici e sanitari,  legati alle adiacenti installazioni nucleari, ed anche l’aumento della presenza statunitense in una Corea unificata da Seul.

 

La Corea del Nord rivela anche, per certi versi, l’abilità delle periferie nel manipolare la dipendenza, mentre per il centro rappresenta uno spazio esterno, la cui instabilità viene selettivamente contenuta, finanziata e negoziata perché incide sull’equilibrio interno e internazionale del centro stesso. 

 

Xi Jinping naturalmente non replica il sistema tributario imperiale, che non costituiva un ordinamento internazionale uniforme, né una sovranità cinese estesa sui vicini, ma si esplicitava in una pluralità di relazioni, commerciali e rituali, modulata secondo distanze, capacità di resistenza e utilità politica tra popoli culturalmente vicini, politicamente autonomi, formalmente inseriti in una gerarchia sinocentrica non amministrata direttamente dall’impero cinese, ma stabilisce una sottile continuità: la sicurezza cinese non è soltanto la difesa di una linea di confine ma, soprattutto, una gestione differenziata degli spazi circostanti. La frontiera non è un muro, è una fascia di relazioni asimmetriche la cui affidabilità condiziona la stabilità del centro. 

 

 

8.Narrazioni contrapposte

 

La visita del 2026 ha attinto a questo patrimonio storico, ma naturalmente in condizioni profondamente mutate. Nel comunicato ufficiale, Xi ha riaffermato tre continuità: non cambierà l’importanza attribuita all’amicizia tradizionale, non toglierà il sostegno a Kim nella costruzione socialista e manterrà l’impegno a preservare un ambiente strategico favorevole, ricollocando Pyongyang in un sistema di dipendenze multiple nel quale però non si parla più di denuclearizzare. Gli accordi fra Pyongyang e Mosca hanno infatti consentito a Kim di giocare un protettore contro l’altro e di alimentare i timori della Corea del Sud, del Giappone e del loro principale alleato, gli Stati Uniti. La Corea del Nord è necessaria perché impedisce che lo spazio strategico cinese venga ulteriormente compresso, ma dimostra anche i limiti della potenza cinese.

 

La visita di Xi ha cercato per questo il recupero di una funzione di centralità nella regione, dove non è ancora riuscita a costruire un sistema regionale di sicurezza condivisa, anche a causa delle traiettorie dei missili di Kim che, di conseguenza, legittimano indirettamente la presenza militare americana nella regione. D’altro canto la visita di giugno potrebbe produrre non un’ulteriore erosione del controllo cinese bensì un riallineamento, se Pechino riuscirà a recuperare margini di coordinamento proprio approfittando dell'incertezza generata da Trump.

 

In conclusione gli Stati Uniti possono sostenere che le proprie alleanze abbiano contenuto la minaccia comunista. La Cina può dire che ha impedito il collasso, ma non la proliferazione. La Russia può raccontare che l’Accordo con la Corea è stato determinante per entrambe le parti. La Corea del Nord può sostenere che il nucleare è una garanzia per l’indipendenza. Ognuno dispone di una narrazione coerente; il risultato complessivo è una penisola più armata, meno negoziabile e inserita in una competizione fra potenze più rigida.

 

 (Foto euronews)

 

 


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